IL TEMPO DELLO SPIRITO
Piotr Gozdalski
ZAMBIA
La cabina telefonica non è una casa
Il cammino dei bambini dalla strada fino alla sicurezza e alla presenza, che genera speranza a Makululu.
La cabina telefonica non è una casa. Eppure, per molti bambini di strada lo diventa, anche solo per una notte. Quando cala il buio, lo spazio stretto, aperto al freddo e all’oscurità, si trasforma nell’unico luogo che permette di sopravvivere fino all’alba.
Non offre calore né sicurezza, solo l’illusione di un rifugio dal rumore, dalla paura e dalla solitudine. È qui che i bambini imparano la vigilanza invece della fiducia e il silenzio invece di grida d’aiuto.
In luoghi come questi iniziano le storie dei ragazzi che arrivano alla Casa dei Bambini Don Bosco Makululu. Non vengono per comodità o risposte pronte. Vengono perché hanno bisogno di qualcuno che resti, che non li lasci, che non se ne vada quando compaiono errori, paura e ribellione. Qualcuno che creda che anche tra ferite e caos si possa ancora costruire un cammino verso il futuro.
Questa storia parla proprio di quella strada: dalla cabina telefonica a casa, dalla sopravvivenza alla speranza, dalla solitudine alla presenza che sa salvare.
Una strada che si prende la vita
Per molti bambini a Kabwe, in Zambia, la prima “casa” non è la famiglia, ma la strada. Una cabina telefonica, un pezzo di marciapiede o una bancarella abbandonata insegnano a sopravvivere, insegnano la vigilanza e la solitudine. La strada accoglie tutti, ma non protegge nessuno. Promette libertà, ma in realtà porta via la dignità. La violenza diventa linguaggio, e la dipendenza un rifugio dal dolore che nessuno sa nominare. La strada non educa: mette alla prova. Porta via l’infanzia prima che possa davvero iniziare.
I ragazzi che arrivano a Don Bosco Makululu – a Ciloto – di solito hanno tra i 7 e i 18 anni, anche se ci sono eccezioni e talvolta sono ancora più piccoli. Alcuni di loro sono orfani, altri provengono da famiglie profondamente disfunzionali, segnate da violenza, dipendenze ed estrema povertà. Molti hanno vissuto a lungo senza alcuna costante assistenza degli adulti. Prima di poter parlare di istruzione, educazione o futuro, bisogna soddisfare i bisogni più fondamentali: sicurezza, pasto quotidiano, sonno e la presenza di qualcuno che non sparisca ma li ami nonostante tutto.
Ciloto 1: un luogo di passaggio, non di sosta
Ciloto non è una grande istituzione né un orfanotrofio chiuso. È una casa, un luogo della prima fase del percorso – uno spazio in cui i ragazzi possono fermarsi, ritrovare l’equilibrio e avviare il processo di ricostruzione. È un cammino di formazione e educazione, che prepara gradualmente al ritorno in famiglia o alla reintegrazione nella comunità.
I Salesiani, insieme ai collaboratori laici, offrono ai ragazzi un luogo sicuro dove vivere, pasti regolari, accesso ad acqua pulita e assistenza medica di base, che in molti casi salva la salute e talvolta la vita. Allo stesso tempo, inizia il processo educativo, profondamente radicato nel sistema preventivo di san Giovanni Bosco. I bambini non vengono giudicati in base al loro passato, ma accettati per quello che sono – con tutta la loro storia, paura e diffidenza.
Il sistema preventivo a Ciloto non è una teoria. È la presenza quotidiana degli educatori, un chiaro ritmo quotidiano e relazioni basate sulla fiducia. Studio, doveri, lavoro, sport e riposo organizzano la giornata e ridanno un senso di sicurezza ai bambini che prima conoscevano solo il caos della strada.
La vita comune insegna le regole della convivenza, il rispetto e la responsabilità verso se stessi e la comunità. I conflitti non vengono puniti, ma discussi. Gli errori non sono motivo di rifiuto, ma un’opportunità di apprendimento. Lo strumento educativo più importante resta la relazione con un adulto che sia presente e coerente.
Ascoltando le storie dei ragazzi che abitavano a Ciloto, torna in mente un pensiero che si potrebbe esprimere in parole semplici: «Pensavo che tutti volessero che cambiassi in fretta. E invece qui nessuno mi ha messo fretta. Mi hanno dato tempo. E sono rimasti, anche quando commettevo errori».
Non sono parole di una sola storia, ma l’eco di molte strade. Esprimono l’esperienza dei bambini che incontrano per la prima volta adulti pronti a restare con loro – pazientemente, senza condizioni. È in questa presenza che inizia il vero processo di educazione.
Una parte significativa dei ragazzi che arrivano a Ciloto lotta con la dipendenza, più spesso dalla colla. La dipendenza non definisce la persona qui – è un segno di ferita. Il processo di uscita dalla dipendenza comprende assistenza medica, supervisione educativa costante e una struttura quotidiana che aiuta il bambino a riprendere il controllo della propria vita.
Questa strada può essere fragile. Ci sono ricadute, fughe in strada e momenti di dubbio. Eppure, l’esperienza mostra che un bambino che abbia sperimentato almeno una volta una casa sicura e la presenza di adulti porta in sé il ricordo del bene, a cui può tornare.
Ciloto 2: guarigione e trasformazione
In risposta ai bisogni sempre più gravi dei ragazzi, il cui percorso li portava attraverso le ferite più profonde – dipendenze, traumi e le conseguenze della vita di strada – è nata la seconda struttura Ciloto: un centro di riabilitazione e supporto, dove arrivano giovani che necessitano di cure particolari. È un luogo in cui la presenza quotidiana e costante degli educatori e il supporto psicologico specializzato creano uno spazio di lenta guarigione, che richiede tempo, pazienza e un accompagnamento delicato.
In questa parte della missione “Ciloto 2”, i ragazzi scoprono che un ritmo sicuro della giornata, relazioni ordinate e il sostegno degli adulti possono gradualmente ricostruire la loro fiducia in se stessi e nel mondo, anche quando la loro storia sembrava priva di un domani. Molte di queste esperienze – incontri con un passato difficile e il lento ritrovamento d’equilibrio – non sono spettacolari, ma proprio questo lavoro quotidiano, pieno di silenzio e perseveranza, diventa un segno di speranza.
Una parte integrante di Ciloto 2 è la fattoria gestita vicino al centro, che gradualmente diventa uno spazio non solo di lavoro, ma anche di ricostruzione interiore. Il suo obiettivo è l’autosufficienza e la cura della creazione, per questo utilizziamo l’energia solare e il biogas, insegnando ai ragazzi a usare responsabilmente i doni della terra. Nella fattoria si allevano maiali, si preparano prodotti alimentari, funzionano stagni per la pesca i cui frutti servono sia alla casa sia alla comunità locale. Vengono coltivati mais, soia e girasoli; viene inoltre creato un frutteto con alberi da frutto e un’area per l’allevamento di galline da uova.
Per i ragazzi che soggiornano a Ciloto, un piccolo coinvolgimento nel lavoro della fattoria ha un significato particolare. Fa parte del processo di riabilitazione, organizzando la giornata e restituendo il ritmo perduto, così necessario dopo le esperienze di strada e le dipendenze. Il contatto con la terra, la ripetizione di compiti semplici e l’attesa paziente dei frutti insegnano che la vita – proprio come il seme piantato – ha bisogno di tempo, cura e fedeltà per poter crescere. In questa quotidianità silenziosa, molti ragazzi scoprono per la prima volta che il lavoro può essere non solo fatica, ma anche un percorso per ritrovare dignità e speranza. Ed è proprio qui, nella semplicità e nella presenza, che l’educazione diventa un processo che coinvolge l’intera persona.
La strada verso il futuro
Ciloto non è un fine in sé, ma una tappa del percorso. Laddove possibile, intraprendiamo ricerche pazienti e spesso a lungo termine delle famiglie – spesso in zone remote della Zambia – per rintracciare i parenti e preparare le condizioni per un ritorno sicuro. La reintegrazione con la famiglia o la comunità locale, e talvolta l’affidamento dei ragazzi ad altre strutture, è uno dei frutti più importanti di questa missione. Strappare i bambini dalla strada, far iniziare la scuola, prepararli a una vita responsabile e trovare un posto nella famiglia. Ci sono alcuni ragazzi che solo all’età di 12 o talvolta 14 anni cominciano la scuola elementare.
Dall’inizio dell’esistenza della Casa dei Bambini, 243 ragazzi hanno ricevuto supporto. Per molti di loro, Ciloto è stato il primo luogo in cui hanno potuto fermarsi e vivere una certa stabilità. 142 ragazzi sono già tornati alle loro famiglie o comunità locali. Ci sono anche storie difficili, percorsi interrotti, ritorni per strada, fasi che richiedono un nuovo accompagnamento. Questi numeri non rappresentano un bilancio di successo o fallimento, ma la traccia di storie reali, spesso complesse e dolorose, che restano ancora in cammino.
Vi invitiamo a vedere il film documentario su Ciloto – Salvato della strada: https://youtu.be/SpkUNprkEGI
















