GIOVANI SANTI
Giancarlo De Nicolò
“WHILE MY HEART BEATS”
Sean Devereux: giovane, volontario in Africa, martire.
Non si può rimanere in silenzio davanti all’ingiustizia
(Sean Devereux)
Sean era giovane, si era formato in un contesto salesiano, aveva vissuto da animatore e con metodo prettamente salesiano i suoi anni di docente, aveva accolto, rispondendo a moti del cuore e a proposte concrete di un amico, la “vocazione” missionaria per essere vicino ai più bisognosi, soprattutto giovani sfruttati, “giovani soldati” gettati al macello nelle guerre locali al servizio dei “signori della guerra”; aveva scelto la missione più difficile e rischiosa.
2 gennaio 1993. Tania, la sorella minore di Sean Devereux, si sveglia con una sensazione di angoscia inspiegabile. In qualche modo riguarda suo fratello, anche se non sa come e perché. Forse perché sua sorella maggiore Theresa – di ritorno da Nairobi dove aveva visto Sean per le vacanze natalizie – le ha parlato di lui con apprensione. Poche ore dopo, la notizia che nessuno avrebbe mai voluto sentire giunge come un fulmine a ciel sereno: Sean è stato assassinato a Kismayo, in Somalia. Un vile attentato, un colpo alla nuca che ha spento per sempre il suo sorriso contagioso e la sua energia debordante. Il sogno di un mondo più giusto, di un’Africa libera dalla fame e dalla violenza, si è infranto su una strada polverosa, sporcata dal sangue innocente di un uomo buono. La sua energia si è dissolta in un istante, lasciando un vuoto incolmabile nei cuori di chi lo amava.
La notizia si diffonde rapidamente, portando con sé un’ondata di dolore e incredulità. La famiglia Devereux è distrutta. Gli amici, i colleghi, gli studenti, tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incrociare il suo cammino, sono sconvolti dalla perdita improvvisa e tragica di un uomo speciale, un eroe dei nostri tempi, anche se lui personalmente non si sentiva così e mai avrebbe desiderato essere ricordato così, ma soltanto come uno che giudica la sua vita come “un dovere morale” e sente di dover rispondere a “una chiamata interiore”.
Le radici di un ideale
Sean Patrick Devereux nasce il 25 novembre 1964 a Camberley, nel Surrey, in Inghilterra, in una famiglia cattolica di origini irlandesi. Figlio di Maureen e Christopher Devereux, cresce in un ambiente amorevole e carico di valori, dove la fede e il senso di giustizia rappresentano pilastri fondamentali. La madre Maureen, insegnante di matematica, e il padre, impiegato, gli trasmettono fin da piccolo l’importanza dell’istruzione e del rispetto per ogni essere umano.
“Sean era un bambino solare, sempre pronto ad aiutare gli altri,” ricorda la mamma. “Aveva questa capacità innata di percepire il dolore altrui e di sentirsi chiamato a fare qualcosa per alleviarlo. Ricordo che già alle elementari difendeva i compagni più deboli dal bullismo, senza mai usare la violenza, ma con la forza della parola e dell’esempio.”
L’infanzia di Sean trascorre serena tra la scuola e le attività parrocchiali. È un ragazzo brillante, dotato di un’intelligenza vivace e di una personalità carismatica che lo rende popolare tra i coetanei.
La sua passione per lo sport, in particolare per il calcio, lo accompagnerà per tutta la vita, diventando in seguito uno strumento prezioso per stabilire relazioni con i giovani africani.
Dopo aver completato gli studi primari, Sean frequenta il Salesian College di Farnborough, una scuola gestita dai Salesiani di Don Bosco. Qui, oltre a ricevere un’educazione di qualità, entra in contatto con i principi pedagogici di don Bosco, basati sull’amore preventivo e sull’educazione integrale della persona, principi che influenzeranno profondamente il suo approccio all’insegnamento e al lavoro umanitario.
Al termine degli studi secondari, Sean decide di proseguire la sua formazione presso l’Università di Birmingham, dove si laurea in Scienze dello Sport.
James Wilson, amico e compagno di università, racconta: “Sean era un vulcano di energia e di idee. Mentre molti di noi pensavano a divertirsi e a costruirsi una carriera, lui parlava già di andare nei paesi in via di sviluppo per aiutare chi era meno fortunato. Ricordo che una volta, dopo aver letto un articolo sulla carestia in Etiopia, passò l’intera notte a discutere di come avremmo potuto fare qualcosa di concreto.
Su questa base umana matura una vocazione speciale, come ricorda Fr John Dickson, insegnante di Sean al Salesian College: “Ricordo Sean come un ragazzo vivace, intelligente e sempre pronto ad aiutare gli altri. Era evidente che avesse una forte simpatia per i valori salesiani e che volesse fare la differenza nel mondo. Si distingueva per la sua capacità di coinvolgere gli altri e per il suo entusiasmo contagioso”.
Durante i quattro anni trascorsi come insegnante in Inghilterra, Sean in effetti matura sempre più la convinzione che la sua missione si estenda oltre i confini del suo paese. Le notizie che giungono dall’Africa, flagellata da guerre, carestie e povertà, lo toccano profondamente.
Il battesimo africano: l’esperienza in Liberia
Nel 1989, a 25 anni, Sean prende una decisione che cambierà per sempre il corso della sua esistenza: si offre volontario per insegnare in una missione salesiana in Liberia. Quando Sean sbarca in Liberia nell’aprile del 1989, il paese è sull’orlo di una guerra civile che scoppierà pochi mesi dopo. La Liberia, fondata nel 1847 da ex schiavi americani tornati in Africa, sta vivendo gli ultimi anni della dittatura di Samuel Doe, caratterizzata da corruzione, violazioni dei diritti umani e tensioni etniche.
Sean viene assegnato alla Don Bosco Technical School di Monrovia, la capitale, dove insegna educazione fisica e matematica. Come in Inghilterra, si rivela un insegnante carismatico e innovativo, capace di conquistare la fiducia degli studenti e di stimolarli a dare il meglio di sé. Ma il contesto è radicalmente diverso: qui i ragazzi vivono quotidianamente nell’insicurezza, molti di loro hanno perso i genitori o sono stati testimoni di violenze, e la povertà è una realtà con cui devono fare i conti ogni giorno.
Padre Antonio Russo, missionario salesiano che lavorava con Sean in quel periodo, ricorda: “Quando Sean arrivò, fu come se un soffio di aria fresca entrasse nella scuola. Aveva un entusiasmo contagioso e non si lasciava scoraggiare dalle difficoltà. Organizzava tornei di calcio, attività sportive, ma soprattutto sapeva ascoltare i ragazzi, comprendere i loro problemi, essere per loro un punto di riferimento.”
La scuola salesiana di Monrovia si trasforma in un centro di accoglienza per i rifugiati che fuggono dai combattimenti. Sean, insieme agli altri missionari, lavora instancabilmente per fornire cibo, riparo e assistenza medica a migliaia di persone disperate. Non si limita a distribuire aiuti, ma si impegna anche a documentare le atrocità commesse, raccogliendo testimonianze e denunciando le violazioni dei diritti umani, sia attraverso i canali della Chiesa che tramite i contatti con la stampa internazionale. “Sean non aveva paura di denunciare ciò che vedeva,” racconta il giornalista Tim Butcher del Daily Telegraph, che lo incontrò in quel periodo. “Mentre molti operatori umanitari cercavano di mantenersi neutrali per poter continuare il loro lavoro, lui riteneva che di fronte a certe atrocità non si potesse rimanere in silenzio. Mi fornì informazioni preziose su massacri che altrimenti non sarebbero mai stati documentati.”
Questa presa di posizione netta contro le violenze mette presto Sean in pericolo. Riceve minacce, viene fermato ai posti di blocco, subisce intimidazioni. Ma invece di lasciare il paese, come fanno molti stranieri, decide di restare, trasferendosi a Buchanan, una città costiera a sud di Monrovia, dove la situazione è leggermente più sicura. Nel settembre 1990, viene arrestato da un gruppo di soldati governativi che lo accusano di sostenere i ribelli. Viene picchiato e minacciato di morte, ma grazie all’intervento dell’ambasciata britannica viene rilasciato dopo alcuni giorni.
L’esperienza in prigione, lungi dal fiaccare il suo spirito, rafforza in Sean la determinazione a continuare il suo lavoro. “Ciò che ho visto mi ha convinto ancora di più che non possiamo chiudere gli occhi,” scrive in una lettera ai genitori. “Le persone qui stanno soffrendo terribilmente e il mondo sembra non accorgersene. Non posso abbandonarle.”
L’impegno in Somalia: l’ultima missione
Dopo un breve periodo in Inghilterra, durante il quale Sean si dedica a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione in Liberia attraverso conferenze e interviste, nel 1992 decide di tornare in Africa. unicef gli offre un incarico in Somalia, un paese devastato dalla guerra civile e dalla carestia, dove milioni di persone sono a rischio di fame.
“Quando gli proposi l’incarico in Somalia, lo avvisai che si trattava di una delle missioni più pericolose,” ricorda James Hamilton, funzionario dell’unicef che reclutò Sean. “Mi rispose semplicemente: ‘Se non vado io, chi andrà? Questi bambini hanno bisogno di aiuto ora, non possiamo aspettare che la situazione migliori’”.
La Somalia del 1992 è in una situazione catastrofica. Dopo la caduta del dittatore Siad Barre nel 1991, il paese è precipitato nell’anarchia, frammentato in territori controllati da vari signori della guerra. La carestia, aggravata dal conflitto, miete vittime soprattutto tra i bambini. Le immagini di bambini scheletrici con il ventre gonfio fanno il giro del mondo, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale.
Sean viene inviato a Chisimaio, una città portuale nel sud del paese, come coordinatore dei programmi alimentari dell’unicef. Il suo compito è organizzare la distribuzione di cibo nelle zone rurali e gestire i centri di alimentazione terapeutica per i bambini malnutriti. È un lavoro complesso e pericoloso, che richiede non solo competenze organizzative, ma anche una grande capacità di negoziazione con le varie fazioni armate che controllano il territorio.
Ma, come in Liberia, Sean si scontra presto con il problema della corruzione e del dirottamento degli aiuti. “Non permetterò che il cibo destinato ai bambini affamati finisca nelle mani di chi già ha troppo,” dichiara durante una riunione con i capi locali. “Questi aiuti non sono miei, non sono dell’unicef, sono del popolo somalo, di tutti i somali, non solo di alcuni clan.”
Questa posizione intransigente gli vale crescenti minacce. In più occasioni, convogli di aiuti da lui guidati vengono fermati e saccheggiati. Sean stesso subisce intimidazioni dirette. In una lettera ai genitori, scritta poche settimane prima della sua morte, racconta: “La situazione qui è tesa. Alcuni non apprezzano il nostro lavoro perché minaccia i loro interessi. Ma la maggior parte della popolazione ci sostiene e questo mi dà la forza di continuare.”
Nonostante i rischi, Sean rifiuta la scorta armata che gli viene offerta, convinto che ciò contraddirebbe lo spirito della sua missione. “Non posso predicare la pace con una pistola in mano,” spiega ai colleghi preoccupati per la sua sicurezza. “Se iniziamo a muoverci con le armi, diventiamo parte del problema”. Hassan, un autista dell’unicef che vide Sean poco prima della sua morte, racconta: “Quella mattina sembrava preoccupato, ma determinato come sempre. Mi disse che aveva ricevuto nuove minacce, ma che non poteva lasciare il suo lavoro a metà. ‘Ci sono troppi bambini che contano su di noi’, mi disse. ‘Non possiamo deluderli’”.
Il 2 gennaio 1993, mentre si reca a piedi da casa all’ufficio unicef di Chisimaio, Sean viene assassinato con un colpo di pistola alla nuca da un sicario rimasto sconosciuto. Aveva 28 anni.
Fatima, una donna che si trovava sulla strada quando Sean fu ucciso, ricorda: “Ho visto un uomo avvicinarsi a lui alle spalle e sparare. Sean è caduto senza un grido. La gente intorno è scappata, io sono rimasta paralizzata. Non riuscivo a credere che avessero ucciso l’uomo bianco che aiutava i nostri bambini.”
La sua morte provoca indignazione a livello internazionale e cordoglio tra la popolazione somala che aveva imparato ad amarlo e a rispettarlo. Il funerale si svolge nella cattedrale di Arundel, in Inghilterra, alla presenza di centinaia di persone, tra cui rappresentanti dell’unicef, della Chiesa cattolica e del governo britannico. Contemporaneamente, a Chisimaio, la popolazione organizza una cerimonia di commemorazione, con preghiere secondo la tradizione islamica. “Sean è morto come ha vissuto, al servizio degli altri,” dichiara il rappresentante dell’unicef durante il funerale. “Il suo sacrificio non sarà vano se continueremo la sua battaglia contro l’indifferenza e l’ingiustizia.”
A 30 anni dal suo assassinio, rimane vivo il suo messaggio “While my heart beats”. Un cuore che batte per i poveri e contro le ingiustizie, le violenze, i soprusi, le guerre. Un battito che risuona anche nel cuore di tanti giovani che si sentono chiamati in causa dal Signore e dalle grida di sofferenza dei poveri.



















