LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
VOLEVO ESSERE UN DURO, ovvero elogio della fragilità
Quanto è duro il mondo per quelli normali / che hanno poco amore intorno / o troppo sole negli occhiali…

«Volevo essere un duro!». A chi non è mai capitato di pensarlo di fronte ai tornanti più faticosi del proprio cammino verso l’adultità, nei momenti di crisi in cui più forte si manifesta tutta la propria irresolutezza e fragilità? Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nel proprio laborioso percorso di crescita, di essere più forte, più deciso, più impermeabile alle critiche degli altri e, magari, un po’ meno condizionato dalle incertezze di un futuro che appare quanto mai precario e refrattario a qualsiasi tentativo di previsione e pianificazione?
Negli snodi più impegnativi di un’esistenza che ci chiama continuamente a fare i conti con i nostri limiti e le nostre in-capacità, sarebbe bello poter nascondere tutti i nostri timori dietro una solida corazza di sicurezza e indifferenza; indossare un’armatura scintillante e sentirsi pervasi da un’aura di coraggio e di baldanza, come l’eroe senza macchia e senza paura di qualche nobile poema cavalleresco. Oppure vestire i panni del “cattivo” di turno che, incurante di ogni rimorso o scrupolo morale, persegue con bieco cinismo i propri obiettivi, anche a costo di schiacciare chi è più debole e chiunque ostacoli il suo cammino.
Del resto, è la stessa società in cui viviamo che ci impone di apparire sempre vincenti e infallibili, di primeggiare in ogni campo e a qualsiasi prezzo, di non mostrare a nessuno le nostre esitazioni e debolezze, per non rischiare di prestare il fianco a possibili attacchi da parte degli altri. Una maschera di ostentata perfezione che non corrisponde affatto a ciò che siamo realmente e che, anzi, ci condanna ad una vita a dir poco inautentica.
Quanto più ci sforziamo di celare, prima di tutto a noi stessi, la parte più vulnerabile del nostro io, tanto più ci allontaniamo dalla nostra vera natura, rifuggendo dal misurarci con la nostra fragilità e diventando incapaci di accoglierla come una potenziale risorsa. Non sempre, infatti, le debolezze e le paure che ci portiamo dietro come un indesiderato fardello rappresentano un handicap per la compiuta maturazione dell’identità adulta: talvolta esse possono rivelarsi un antidoto salutare contro i rischi di un’eccessiva sicurezza, contro la presunzione di bastare a se stessi, contro l’orgoglio e la vanità che portano ad un falso sentimento di autosufficienza.
Riconoscerci fragili e privi di difese di fronte alle difficoltà della vita può, certo, esporci ai pericoli di un’ulteriore destabilizzazione del senso di auto-efficacia necessario a gestire le incertezze della crescita e del confronto con il mondo, ma costituisce un passo imprescindibile in direzione della piena accettazione di sé e di una maggiore tolleranza nei confronti dei limiti propri ed altrui. È solo abbracciando la nostra condizione di “imperfetta normalità” che possiamo imparare a misurarci con la complessità e le contraddizioni della realtà che ci circonda, allenandoci anche a cadere e a saperci rialzare dopo ogni singola, dolorosa caduta. Ma, soprattutto, confrontarci quotidianamente con la nostra vulnerabilità può diventare uno stimolo a riflettere su che cosa significhi essere vincenti e perdenti nel mondo presente, provando a sovvertire i parametri di giudizio di una società che ci vuole sempre “infallibilmente perfetti”.
Volevo essere un duro
che non gli importa del futuro,
un robot, un lottatore di sumo,
uno spaccino in fuga da un cane lupo
alla stazione di Bolo’,
una gallina dalle uova d’oro.
Però non sono nessuno,
non sono nato con la faccia da duro,
ho anche paura del buio,
se faccio a botte, le prendo,
così mi truccano gli occhi di nero.
Ma non ho mai perso tempo,
è lui che mi ha lasciato indietro…
“Vivere la vita è un gioco da ragazzi”:
me lo diceva mamma
ed io cadevo giù dagli alberi.
Quanto è duro il mondo per quelli normali
che hanno poco amore intorno
o troppo sole negli occhiali…
Volevo essere un duro,
che non gli importa del futuro,
un robot, mеdaglia d’oro di sputo,
lo scippatore che t’aspetta nеl buio,
il re di Porta Portese,
la gazza ladra che ti ruba la fede…
“Vivere la vita è un gioco da ragazzi”:
me lo diceva mamma
ed io cadevo giù dagli alberi.
Quanto è duro il mondo per quelli normali
che hanno poco amore intorno
o troppo sole negli occhiali…
Volevo essere un duro,
però non sono nessuno,
cintura bianca di judo,
invece che una stella uno starnuto.
I girasoli con gli occhiali mi hanno detto:
“Stai attento alla luce”.
È che le lune senza buche sono fregature,
perché in fondo è inutile fuggire dalle tue paure…
“Vivere la vita è un gioco da ragazzi”:
io, io volevo essere un duro,
però non sono nessuno…
Non sono altro che Lucio,
non sono altro che Lucio!
(Lucio Corsi, Volevo essere un duto, 2025)
















