BS Gennaio
2022

L'INVITATO

O. Pori Mecoi

Don Gianni Ghiglione: Viaggio nel cuore di San Francesco di Sales

Incontro con don Gianni Ghiglione, salesiano, che da oltre 15 anni studia la spiritualità di San Francesco di Sales e la traduce in libri e conferenze in varie parti del mondo.

Come è nata la tua vocazione?

Sono nato a Saluzzo (Cuneo) e la mia era una famiglia cristiana e, soprattutto per merito di mia mamma, molto praticante. Il papà lavorava la campagna ed era sovente assente e poi è morto in un incidente stradale, travolto nella nebbia da un furgone, quando io avevo appena 9 anni.

I mesi estivi li trascorrevo dai nonni Lovera a Cuneo e frequentavo l’Oratorio salesiano dal mattino alla sera. Lì ho sentito parlare di don Bosco; lì ho gustato la gioia salesiana fatta di gioco, passeggiate, preghiere, canti… Spesso tornavo a casa e non cenavo: crollavo dal sonno! Ho incontrato, come anche all’Oratorio di Saluzzo (che frequentavo di meno), salesiani contenti, “laureati in Oratorio” che, sebbene fossi piccolo, mi hanno affascinato e fatto nascere nel cuore il desiderio di essere come loro. Non immaginavo allora che in quei cortili e in quella piccola chiesa di Cuneo avrei trascorso i primi 6 anni come sacerdote e animatore dei giovani dai 15 anni in su: anni strepitosi e indimenticabili durante i quali ho cercato di rifare le cose che avevo imparato e visto da bambino di 8/10 anni!

La morte di mio papà, la figura di uno zio salesiano coadiutore (il sig. Bartolomeo Lovera, morto poi tragicamente ad Avigliana) mi portarono a frequentare le scuole medie e il ginnasio a Chieri: 5 anni meravigliosi durante i quali maturai la decisione di diventare salesiano.

Qual è la tua esperienza salesiana?

Sono salesiano sacerdote da quasi 50 anni e voltandomi indietro vedo che la mia vita è stata segnata da tre grandi amori.

 La musica: avevo promesso a mia mamma, che me lo chiedeva, che avrei imparato per farle piacere l’Ave Maris Stella e, una nota dopo l’altra, ho fatto buona parte del Conservatorio in Organo, senza giungere al diploma per incompatibilità con i successivi studi di Teologia. Ho amato la musica: ho animato infinite celebrazioni e ancora oggi suono per la mia Comunità e quando c’è bisogno da qualche parte. La musica è stato un elemento per attirare tante persone al canto in coro, all’impegno per suonare durante le varie Messe. È stato anche alimento della mia preghiera.

 Gli universitari: ricordo che negli anni ’70, durante la contestazione studentesca, organizzavo gruppi del Vangelo negli appartamenti di giovani universitari, giravo per Torino in bici e andavo a trovarli lungo la settimana portando loro qualcosa che “rubavo” in casa a colazione. In quegli anni ho preso il “virus universitario” che mi accompagna ancora oggi! Gli studi a Roma in Scienze dell’Educazione mi hanno dato una solida base per continuare il mio lavoro con loro come incaricato della Pastorale Giovanile. Per loro ho inventato il Progetto Tartaruga che offriva e chiedeva tre cose: impegno nello studio, belle amicizie e cura della propria interiorità. Erano i tre pilastri del Sistema Preventivo di don Bosco!

Indimenticabili le vacanze in bici a Venezia, Assisi, Roma, Napoli; e poi le vacanze in Sardegna, all’isola d’Elba e in giro per l’Europa con i mitici pulmini Iveco!

Per 20 anni ho offerto, come cuore della loro formazione, un corso di Teologia per giovani della durata di due anni che ha visto passare più di mille giovani.

Ho sperimentato quello che diceva il cardinal Ballestrero: “Salvate i giovani e i giovani salveranno voi!”

L’incontro con S. Francesco di Sales.

Oggi sei uno dei massimi conoscitori di S. Francesco di Sales. Come lo hai incontrato e che cosa significa per te?

Questo è l’amore più recente. Alla vigilia dei 60 anni sono stato otto mesi ad Annecy, patria di Francesco di Sales. L’obiettivo non era quello di studiare le opere di questo Santo, ma di prepararmi all’ultimo quarto della mia vita. Anche perché non conoscevo nulla di lui, non avendo avuto in tutti gli anni della mia formazione un’ora sola sulla sua vita, sulle sue opere o sulla sua spiritualità. Era un grande sconosciuto! A poco a poco ho letto e studiato gran parte dei suoi scritti e allora ho capito quale grande dono ha fatto don Bosco a tutta la Famiglia Salesiana, indicandolo come nostro Modello e Patrono. Da allora ho scritto, predicato, viaggiato molto e purtroppo ho capito perché sono un grande esperto: perché gli altri ne sanno poco o nulla!

Spero con tutto il cuore che questo anno in cui celebriamo i 400 anni dalla sua morte segni per tutta la Famiglia Salesiana una scoperta gioiosa e un progressivo innamoramento di Francesco di Sales, delle sue opere e della sua spiritualità.

Qual è l’essenza dello spirito salesiano?

Lo spirito salesiano sembra concentrato in questa espressione di Francesco: “La verità che non è caritatevole sgorga da una carità che non è vera”.

Due significative testimonianze ai processi di Beatificazione: “Ascoltava con pazienza le difficoltà senza mai montare in collera e senza proferire parole ingiuriose contro di loro, nonostante il fatto che detti eretici si accaldassero nelle dispute e si servissero solitamente di ingiurie, di canzonature o calunnie; egli manifestava loro un amore molto cordiale, per convincerli che era animato da nessun altro interesse che non fosse la gloria di Dio e la salvezza delle anime”. “Non li spingeva mai al punto da farli indignare e da sentirsi coperti di vergogna e confusione; ma con la sua ordinaria dolcezza rispondeva loro in modo giudizioso, piano, senza acredine e disprezzo e con questo mezzo ne conquistava i cuori e la benevolenza!”.

Un suo libro è uno dei “best seller” del cattolicesimo.

Nonostante gli impegni legati al suo essere Vescovo, la predicazione in varie parrocchie della Diocesi e in Francia, gli incarichi diplomatici che il Duca gli affida, Francesco trova il tempo per dedicarsi a scrivere. Che cosa? Migliaia di lettere (oltre trentamila dicono gli esperti; noi ne possediamo solo poco più di duemila) a persone che chiedono la sua guida spirituale, ai monasteri della Visitazione di recente fondazione, a personaggi di spicco della nobiltà o della Chiesa per tentare di risolvere problemi, ai suoi famigliari ed amici.

Nel 1608 viene pubblicata l’Introduzione alla vita devota: è lo scritto più noto di Francesco. Questo libro ricevette un’accoglienza entusiasta che possiamo riassumere nelle parole dell’Arcivescovo di Vienne: “Monsignore, il libro che state pubblicando mi ha rapito, estasiato, riscaldato talmente che non ho né lingua né penna per esprimervi l’affetto che ho per voi, come riconoscenza per il grande e singolare servizio che rendete alla divina Bontà”. E questi sentimenti di stima e di ammirazione continuarono a crescere con il tempo. “Gli scritti e le opere del santo erano in così grande stima che i librai non riuscivano a tenerne in quantità sufficiente per tutti quelli che ne facevano richiesta. E tra i tanti elogi che essi stessi facevano, c’era quello per cui non avevano mai visto un libro così utile per la salvezza delle anime”.

E come trovava il tempo per l’attività pastorale?

I problemi della diocesi non gli lasciavano respiro, ma aveva riservato per sé un apostolato specifico. Aveva chiesto ai suoi preti di indirizzare al suo confessionale soprattutto le persone colpite da malattie infettive o che suscitavano ribrezzo.

Temeva che, a causa del loro stato ripugnante, venissero rifiutate dagli altri confessori. E se ciò accadeva, era suo dovere di vescovo supplire alla debolezza dei suoi preti: «Sono le pecorelle predilette – diceva – le voglio per me. È mio dovere provvedere ai loro bisogni materiali e spirituali».

Quanti aspetti lo avvicinano a don Bosco!

L’altro privilegio che pretendeva, perché «gli dava gioia», era quello di spiegare il catechismo ai bambini. Ogni domenica, un giovane con una tunica viola – che portava uno scudo sul petto e uno sulle spalle, con impressi in oro i nomi di Gesù e di Maria – percorreva, per suo ordine, le strade della città, suonando un campanello e gridando ad ogni angolo: «Venite, venite alla dottrina cristiana dove imparerete a conoscere la via del Paradiso!».

Si formava allora un allegro e schiamazzante corteo che andava a trovare il vescovo in cattedrale. Egli spiegava, interrogava, chiariva la dottrina con tanti e tanti esempi, premiava subito i più diligenti, faceva loro cantare qualche inno in francese (spesso composto da lui stesso) e distribuiva dei foglietti scritti di sua mano, con i punti che i bambini dovevano imparare a memoria per la volta seguente. Succedeva però che la cattedrale si riempisse anche di adulti, anzi veniva ad ascoltarlo perfino la sua vecchia madre. «Signora – le disse un giorno, sorridendo – mi fate distrarre quando vi vedo al catechismo con tutti i nostri bambini; perché siete proprio voi che lo avete insegnato a me!».

Che cosa direbbe Francesco alla Famiglia Salesiana, oggi?

Credo che il Rettor Maggiore con la splendida Strenna abbia colto il messaggio che a 4 secoli di distanza Francesco di Sales lancia alla Chiesa e in particolare alla nostra Famiglia Salesiana: “Fare tutto per amore”. È la prima ricetta che Francesco scrive alla Baronessa di Chantal, di cui è diventato guida spirituale. Essa indica la centralità del cuore: “Come si impara a suonare il liuto suonandolo e a ballare ballando, così si impara ad amare Dio amandolo, volgendo a Lui il nostro sguardo come fa il bambino con la mamma”. È via di santità semplice, concreta, quotidiana, accessibile a tutti!      

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