I FIORETTI DI DON BOSCO

B.F.

Don Bosco & Angeli

Il 31 agosto 1844, la ricchissima moglie dell’Ambasciatore del Portogallo a Torino, buona cattolica, prima di un viaggio volle confessarsi e si recò alla chiesa di San Francesco d’Assisi, in centro città.

Non conosceva nessuno in quella chiesa, ma vide un giovane prete ricciuto assorto in preghiera e si sentì spinta a confessarsi proprio da lui che, alla fine, le assegnò per penitenza una piccola elemosina da fare in quello stesso giorno

“Padre, non posso farla” rispose la signora.

“Come? Lei che è così ricca?” La signora rimase sbalordita: non aveva mai parlato con lui e quella mattina era vestita in modo molto dimesso. Disse: “Padre, non posso farla questa penitenza, perché oggi debbo andar via da Torino”.

“Ebbene, allora faccia quest’altra: dica tre Angele Dei al suo Angelo Custode perché l’assista e la preservi da ogni male, e perché non abbia da spaventarsi di quel che le accadrà quest’oggi”.

La signora restò ancor più colpita di prima da queste parole; accettò il suggerimento ben  volentieri e, ritornata a casa, recitò la preghiera con la servitù, riponendo nelle mani del suo Angelo Custode l’esito felice del viaggio.

Salita in vettura con la figlia ed una cameriera, dopo un lungo tratto di strada, felicemente percorso a gran carriera, all’improvviso i cavalli si imbizzarrirono e si lanciarono in una corsa sfrenata. Il cocchiere fu scagliato a terra, la vettura si ribaltò e la signora finì travolta a terra mentre i cavalli continuano a correre precipitosamente. In quell’attimo, la signora con quanto fiato aveva gridò la preghiera: Angele Dei, qui custos es mei… Di botto i cavalli si fermarono, il cocchiere, incolume, li raggiunse, accorse gente. Erano tutti preparati al peggio, ma videro madre e figlia rialzarsi da sé, tranquille, senza neanche un graffio.

Tornata a Torino, andò a San Francesco d’Assisi e seppe che il giovane prete si chiamava don Bosco e volle ringraziarlo. Da quel momento divenne sua ammiratrice, e poi fervente cooperatrice salesiana.

Don Bosco aveva un affetto sconfinato per l’Angelo Custode. Una domenica, nel distribuire ai giovani una immaginetta che portava la preghiera all’Angelo Custode, don Bosco disse: “Abbiate divozione al vostro buon Angelo! Se vi troverete in qualche grave pericolo o di anima o di corpo, invocatelo ed io vi assicuro che esso vi assisterà o vi libererà

Ad ascoltarlo c’era un garzone muratore, che si infilò in tasca l’immaginetta. Pochi giorni dopo, lavorava sulle impalcature di una casa in costruzione. Era all’altezza del terzo piano, quando il ponte su cui si trovava con due compagni si sfasciò con tutto il carico degli assi, delle pietre e dei mattoni, e piombò rovinosamente nella via. Il giovane si ricordò delle parole di don Bosco e gridò: «Angelo mio, aiutatemi!».

Quella preghiera fu la sua salvezza.
I suoi due compagni morirono all’ospedale poche ore dopo, mentre lui, appena la gente si avvicinò credendolo morto, s’alzò in piedi perfettamente sano senza aver riportata neppure una scalfittura: e subito si rimise al lavoro. La domenica seguente a San Francesco, raccontò la sua avventura ai compagni, ripetendo a tutti come la promessa di don Bosco si fosse avverata.

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