BS Luglio/Agosto
2025

IN PRIMA LINEA

Andrea Marillai

UNGHERIA
Intervista a Gábor Vitális, ispettore

Il motto della mia ordinazione sacerdotale è “Prima di tutto, sii tu stesso un esempio di buone opere; nella dottrina sii integro e serio”.

Nella sede ispettoriale è in corso una riorganizzazione: dopo il trasloco, gli oggetti trovano una nuova collocazione, portando con sé le loro storie e i ricordi. “Davanti a questa croce, una donna ha pregato per anni perché diventassi sacerdote – indica il crocifisso appeso alla parete don Gábor – ma non ha vissuto abbastanza per vedere la mia ordinazione. I suoi figli me l’hanno donato durante la mia prima Messa. Quest’immagine invece l’ho portata con me da Péliföldszentkereszt, perché per me rappresenta il messaggio che il compito del religioso è sostenere il cielo per gli uomini, per i giovani, ed essere un ponte tra il cielo e la terra, portando qui la realtà divina affinché la volontà di Dio possa realizzarsi.”

Ti ricordi il momento in cui, per la prima volta, ti è venuta l’idea di diventare sacerdote?

Non è stata una rivelazione improvvisa, come un fulmine a ciel sereno, e non ricordo un momento preciso in cui ho deciso di diventare sacerdote. Ma la vicinanza di Cristo mi attirava già da quando mi preparavo alla prima comunione. Sicuramente, già dalla sesta o settima classe della scuola elementare, ogni tanto mi veniva in mente: “E se diventassi prete? O magari un religioso?” Durante il liceo, questo pensiero non mi abbandonava: sentivo dentro di me che Dio mi chiamava a qualcosa di più, che dovevo servire il Signore Gesù intorno all’altare.

Non hai mai avuto dubbi o momenti di incertezza?

Sì, eccome. Continuamente. Il dubbio non era tanto sul fatto che non sentissi la chiamata di Dio, ma piuttosto c’era in me una sorta di ribellione: volevo qualcos’altro, non ero sicuro, pensavo che sarebbe stato bello avere una famiglia. Mi chiedevo: “Davvero Dio mi chiama a questo, se comporta anche delle rinunce?” Non è stato facile prendere una decisione, perché dovevo lasciare andare certe cose per potermi concentrare sulla mia vocazione. Naturalmente allora non riuscivo a esprimerlo così chiaramente – lo capisco solo adesso, con il senno di poi. Alla fine del liceo mi sono iscritto a ingegneria dei trasporti e mi sono trasferito a Budapest, al Politecnico. Dopo i primi mesi ho iniziato a sentire che quella non era la strada che Dio aveva pensato per me, che stavo solo sprecando tempo. Una mattina, mentre ero sul tram, ho deciso che da quel giorno avrei pregato ogni giorno affinché, se davvero avevo una chiamata al sacerdozio, potessi dire di sì a Dio. Alla fine del primo semestre ho lasciato l’università, e il 1° marzo del 2000 mi sono trasferito nella comunità salesiana per un discernimento vocazionale. Durante quel periodo, dentro di me cresceva sempre più forte la convinzione: “È questo. È questo che cercavo. È questo che desidero.” Così, a settembre, ho iniziato il noviziato.

Come hai conosciuto i salesiani?

I salesiani sono tornati nella mia città natale, a Borsodnádasd, all’inizio degli anni ’90. Ricordo ancora con grande affetto la loro presenza. Don Balzsay era già molto anziano, ma con lui ho fatto delle confessioni memorabili, molto belle. Ancora oggi cerco di andare a confessarmi ogni due settimane – anche da bambino sentivo un forte impulso interiore a farlo. Don Szilvágyi ci ha introdotti alla vita comunitaria salesiana: ci mandava a campi estivi, ritiri spirituali. Ogni estate organizzava una gita per i chierichetti, e durante quell’escursione celebrava una Messa solo per noi, un gruppo di 25-30 ragazzi. Una volta, nei giorni precedenti a uno di questi incontri, ho sognato che distribuivo la Comunione ai fedeli. Glielo raccontai, e lui – in via del tutto eccezionale – mi diede il permesso di comunicare uno dei miei compagni chierichetti. Sapevamo bene che l’Eucaristia non è un gioco, ma il sacerdote comprese quanto fosse importante, per il discernimento della mia vocazione, quel gesto di grande fiducia.

Con il motto della tua ordinazione sacerdotale hai puntato in alto – “Prima di tutto, sii tu stesso un esempio di buone opere; nella dottrina sii integro e serio”. Perché hai scelto proprio questo versetto?

Cercavo una citazione che potesse davvero accompagnarmi come motto per tutta la mia vita sacerdotale. Una mattina d’autunno, durante l’Ufficio delle letture, ho trovato questo versetto dalla Lettera a Tito, e ho capito subito: è questo. I giovani, allora come oggi, hanno bisogno di esempi. Di persone autentiche che non mettono se stesse al centro, ma che prendono esempio da Cristo e Lo rendono presente. Per le persone è importante poter avere fiducia nella Chiesa e nei religiosi, e poter vedere Cristo attraverso di loro.

Devo confessare che inizialmente volevo usare solo la prima parte: “Prima di tutto, sii tu stesso un esempio”. Ma mi sembrava troppo presuntuoso – perché io non sono l’esempio, lo è Cristo. E non potevo semplicemente aggiungerlo. Così ho lasciato l’intero versetto, e oggi so quanto sia importante anche la seconda parte: “nella dottrina sii integro e serio”. Si diventa davvero discepoli di Cristo solo quando si è seri e irreprensibili nell’insegnamento, così che chi guarda noi, possa vedere Lui. Ma questo è un dono. Nel mio cammino ho sperimentato quanto sia essenziale conoscere l’insegnamento e viverlo con serietà. Don Pascual Chávez, ex Rettor Maggiore, ha scritto molto sulla santità. La sua prima lettera circolare si intitolava proprio: Salesiani, siate santi! Conservo ancora la traduzione ungherese – anche se ormai le pagine si sono staccate per via del tempo e dell’uso.

Ci sono state situazioni in cui sei riuscito a vivere lo spirito del tuo motto e ad agire secondo quel principio?

Sì. Per esempio, pochi mesi dopo la mia ordinazione sacerdotale è partito il programma delle colazioni per i bambini a Óbuda. Non è facile per me alzarmi presto, ma quando all’alba andavo a comprare panini freschi per i bambini, provavo una grande gioia nel farlo per loro. Le nonne e i giovani che mi aiutavano in questo progetto hanno percepito l’essenza della spiritualità salesiana: la gioia del donarsi, dell’agire nello spirito di don Bosco. Anche a Kazincbarcika, dove ho servito come parroco, ci sono stati momenti simili. Le persone cercano l’esempio di Cristo – non solo noi, ma Cristo. È bello sapere che posso essere uno strumento nelle mani di Dio.

Nel tuo primo giorno ufficiale di lavoro, hai dovuto prendere una decisione grave che ha coinvolto l’intera provincia. In che misura questo determina il futuro, che cosa vorresti o dovresti cambiare?

Viviamo tempi in cui le difficoltà ci mettono alla prova, ma il compito di un leader non è fuggire dai problemi, bensì affrontarli. Dobbiamo farci una domanda: “Signore, che cosa vuoi dirci attraverso questa situazione?” La nostra credibilità dipende dalla nostra capacità di creare un sistema chiaro e trasparente, che non solo impari dagli errori del passato, ma garantisca che certe cose non possano più accadere. L’autenticità della nostra Chiesa si fonda sull’azione sincera, responsabile e umile; non può essere rafforzata attraverso il silenzio. Il cammino della purificazione è doloroso, ma rappresenta l’unica possibilità per poter guardare al futuro con cuore puro e vera speranza.

Su chi farai affidamento durante il tuo mandato come superiore provinciale?

Vorrei aiutare la nostra provincia a uscire da una logica in cui siamo mossi soltanto dalla necessità o dalla costrizione. Voglio sostenere i confratelli affinché la loro vocazione poggi su fondamenta ancora più solide: che la preghiera e la vita spirituale, così come la pastorale giovanile, siano vissute in modo tale da rafforzare ulteriormente la loro chiamata. Inoltre, desidero coinvolgere molto di più i membri impegnati della Famiglia Salesiana, affinché non siano presenti solo spiritualmente, ma possiamo lavorare insieme in modo più efficace. Ma tutto questo sarà possibile solo se la vocazione salesiana è forte. Spero di poter trarre molte riflessioni dal 29° Capitolo Generale, perché in molte ispettorie si affrontano difficoltà simili, o anche problemi più profondi. In tutta Europa mancano le vocazioni; è vero che nelle province più grandi ci sono ancora più persone, quindi riescono a liberare più risorse. Noi siamo molto al limite delle nostre possibilità, ma abbiamo una grande risorsa che finora non abbiamo sfruttato appieno: la Famiglia Salesiana. Occorre riflettere seriamente sul futuro, e questo non significa solo pensare a come gestire la rete delle nostre opere, ma piuttosto come renderle ancora più salesiane, affinché il religioso possa vivere pienamente la propria vocazione, e tutta la Famiglia Salesiana possa diventare visibile. Ho davanti a me due esempi belli. Il primo sono i campi estivi di Ibrány, dove ho percepito la bellezza di essere una vera famiglia insieme ai giovani, ai genitori, ai bambini. Insieme adulti e ragazzi, salesiani e animatori. Il secondo è il “campo nella fattoria”, dove ognuno aveva il proprio compito, e sapevamo che non si trattava solo di un campo estivo, ma di una grande famiglia. Vorrei vivere questo ancora più profondamente, perché ce n’è davvero un grande bisogno.

Come vorresti vedere la provincia tra sei anni?

Vorrei vederla come una provincia “rivitalizzata”, con una visione forte per il futuro, preparata ad accogliere e accompagnare un numero sempre maggiore di giovani. Una provincia in cui la santità non è soltanto riconosciuta nella figura del Beato Stefano Sándor, ma è un cammino che ciascuno di noi desidera vivere personalmente. Un luogo dove c’è una prospettiva chiara, e dove il nostro carisma contribuisce concretamente a valorizzare la Chiesa Cattolica in Ungheria. Per don Bosco, il progetto di Dio e l’impegno per i giovani erano le priorità assolute. Il futuro dipende da un impegno autentico: significa che, anno dopo anno, ci impegniamo sempre di più a servire ciò che Dio ci chiede.

L’ISPETTORIA “SANTO STEFANO RE” DELL’UNGHERIA (UNG)

Oggi i salesiani ungheresi continuano il lavoro dei loro predecessori in 5 luoghi: a Budapest, con due case, tra cui la sede Ispettoriale; a Péliföldszentkereszt-Nyergesújfalu, a Kazincbarcika e Szombathely.

Quanto al personale salesiano, l’Ispettoria conta 27 salesiani: 19 sacerdoti, 5 coadiutori e 3 chierici. Inoltre, ci sono anche 9 missionari salesiani: 4 vietnamiti, 3 indiani, 1 nigeriano e 1 polacco.

L’età media dei salesiani è di 45 anni, il più giovane ha 26 anni, mentre il più anziano ne ha 85.

I Figli di Don Bosco dell’Ispettoria “Santo Stefano Re” dell’Ungheria (UNG) lavorano in diverse istituzioni educative (asili, scuole, collegio per universitari), così come in parrocchie, oratori e altre strutture, in cui, collaborando con i laici e i giovani, si impegnano con dedizione a portare avanti il sogno di don Bosco.

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