IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
Una porta che si chiude,
UNA FINESTRA CHE SI APRE
Don Bosco non scriverà una sola parola di quei quasi due anni vissuti alla cascina Moglia nelle memorie dell’Oratorio. Probabilmente è per non mettere in cattiva luce né la mamma né Antonio. Di fatto, però, quel tempo è stato un dono di grande valore per lui e, se lo vogliamo cogliere, può offrire qualcosa di prezioso anche a noi.

Carissimi tutti, di solito i viaggi di cui racconto sono o mentre sono in volo a 11.000 m di altezza o da un sedile di treno. Stavolta, invece, si va a piedi. Vorrei condividere qualcosa di una camminata tra la cascina Moglia e la parrocchia di Moncucco, un paesino a una decina di chilometri dal Colle Don Bosco.
Abbiamo ripercorso con i partecipanti alla Scuola Salesiana di Accompagnamento di lingua inglese lo stesso tragitto che Giovanni Bosco ragazzo faceva ogni domenica, dal febbraio 1828 all’inizio di novembre 1829, quando tra i dodici e quattordici anni era vissuto qui, come garzone di stalla e aiuto nei campi, alla cascina Moglia.
È stata una stagione difficile per lui. Mamma Margherita aveva dovuto allontanarlo da casa nel cuore dell’inverno – febbraio non era affatto il mese per andare a cercare lavoro nelle cascine – per il deteriorarsi delle relazioni con il fratello maggiore Antonio, sette anni più grande di Giovanni, nato dal primo matrimonio di Francesco, rimasto vedovo poco dopo la nascita di questo suo primogenito.
Ripercorrere quel tratto di strada tra le vigne del Monferrato fa bene a noi, come ha fatto un gran bene a Giovanni.
Lui non scriverà una sola parola di quei quasi due anni vissuti alla cascina Moglia nelle memorie dell’Oratorio. Era stata un’iniziativa di Pio IX il chiedergli di raccontare per iscritto la sua storia. Don Bosco lo farà tra il 1870 e il 1875, parlandoci della sua infanzia e giovinezza, e soprattutto della nascita e sviluppo del primo Oratorio di Valdocco. Il silenzio su Moncucco probabilmente è per non mettere in cattiva luce né la mamma né Antonio. Di fatto, però, quel tempo è stato un dono di grande valore per lui e, se lo vogliamo cogliere, può offrire qualcosa di prezioso anche a noi.
Se, da un lato, quel portone di cascina Moglia è stato come un’ultima spiaggia quella sera di quel giorno corto e freddo di febbraio, con l’inverno più scuro dentro che fuori visto che, di fatto, Giovanni era stato mandato via da casa, chi incontrerà a Moncucco è una presenza amica che “cambia il lutto in una danza”, come dice il salmo.
E se ci lasciamo prendere e illuminare da quell’episodio della sua vita è un dono anche per noi. “Non tutto il male viene per nuocere” recita il proverbio. Ma se alziamo un po’ di più lo sguardo e, seguendo l’esempio di don Bosco e di sua madre Margherita, crediamo che c’è una Provvidenza che guida i nostri passi, quello che succede in tornanti difficili del nostro percorso lo si può comprendere ed accogliere molto più che un “non nuocere”.
Il parroco di Moncucco in quegli anni era don Francesco Cottino, uno dei preti migliori della diocesi di Torino. Geniale e intraprendente, sarà in grado di ricostruire una nuova chiesa su quella piccola precedente, ormai troppo angusta, in anni in cui era molto difficile avventurarsi per imprese del genere, mobilitando e coinvolgendo quella comunità. L’amministrazione comunale gli chiede di disegnare e seguire il progetto dell’acquedotto per il paese, impresa che, sotto la sua guida, viene portata a termine.
Soprattutto, don Cottino è una guida spirituale molto apprezzata, tant’è che viene chiamato a predicare anche oltre i confini della diocesi. Giuseppe Cafasso, compaesano di Giovanni Bosco e santo come lui, da diacono andrà da don Cottino per farsi preparare con gli esercizi spirituali da lui personalmente guidati per l’ordinazione sacerdotale.
Don Francesco è il primo prete con cui Giovanni ha un dialogo regolare a tu per tu ogni settimana. Si tratta del dialogo della confessione che precede la comunione, senz’altro fondamenta indispensabili per quel tempo e per il futuro. Ma l’incontro tra i due va molto oltre il momento del confessionale, tant’è che don Francesco, riconoscendo le capacità di questo ragazzo, invita Giovanni a farsi animatore degli altri coetanei e gli dà a disposizione un ambiente della canonica per i giorni in cui non era possibile ritrovarsi all’aperto, per fare questo primissimo oratorio.
Non tutto il male viene per nuocere. Nel mondo anglofono c’è un detto simile: “When God closes a door he opens a window”. Quando il Signore chiude una porta, apre una finestra. Se contempliamo la vita di don Bosco nel suo insieme, questo è proprio vero. Le Memorie dell’Oratorio non sono altro che il racconto di come la Provvidenza abbia guidato il suo cammino ad ogni passo.
Vale solo per quell’epoca, quando ci si muoveva a piedi, come abbiamo voluto fare anche noi tra Moncucco e Cascina Moglia, o questa è la maniera di viaggiare di chi si affida alla presenza viva del Risorto così come ci è narrata nel tempo di Pasqua, riandando agli inizi delle prime comunità cristiane?
Ci fa bene alzare lo sguardo. Non ci rende meno attenti a dove mettere i piedi. Ci aiuta a trovare il senso, la direzione verso cui stiamo andando. Soprattutto ci rendiamo conto che non è una ascesa in solitaria. “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. È l’ultimo versetto del Vangelo di Matteo: una porta che si è chiusa o una finestra che è rimasta da allora in poi sempre aperta, perché nel “così in terra” possa entrare la luce e l’aria fresca e pulita del “come in cielo”?


















