LA NOSTRA STORIA

FRANCESCO MOTTO

Una firma di successo… di 170 anni fa

Nel 1958, il Papa proclamava don Bosco “patrono degli apprendisti”.
Il perché era ed è evidente.

Nel gennaio 1958, in un’Europa che si stava sollevando dalle macerie della Seconda guerra mondiale ed in un’Italia che si apprestava a vivere il boom economico, papa Pio XII proclamava don Bosco “patrono degli apprendisti”. Il perché era evidente. Nel corso dei 70 anni che erano passati dalla morte del santo (1888) in tutto il mondo le scuole salesiane professionali (o di “arti e mestieri”) avevano fornito alla società migliaia di cittadini in grado non solo di potersi onestamente procurare un reddito per vivere, ma anche di svolgere un’attività o un servizio utile alla collettività e al progresso civile del Paese.

Cinquant’anni prima della proclamazione papale, in pieno conflitto mondiale (1917) il ministro italiano dell’Industria e del Commercio così scriveva al Consigliere Generale per le Scuole professionali salesiane don Pietro Ricaldone: “Mi affretto ad inviarle vive parole di compiacimento per l’opera che esse svolgono da lunghi anni a vantaggio del popolo. Anche le pubblicazioni, di indole didattica, in uso presso le scuole stesse attestano nel gran senso di praticità che anima i dirigenti la benemerita associazione e come essi realmente intendano la funzione e gli scopi dell’insegnamento professionale”.

Cinquant’anni dopo l’intervento papale i corsi di formazione professionale tenuti in Italia dai salesiani accoglievano complessivamente circa 20 mila allievi, segno evidente della capacità di tali opere di rispondere alle esigenze di una particolare fascia giovanile dell’epoca.

Oggi, 2022, per limitarci all’esempio delle “Opere Sociali Don Bosco” di Sesto San Giovanni (mi), una percentuale altissima di giovani che lasciano la casa salesiana trova il lavoro adeguato alla propria professionalità in tempi rapidissimi: “se il tasso di occupazione degli istituti tecnici vola al 98 per cento, quello generale si attesta comunque al 72,2 per cento dei diplomati”. In un’Italia affetta da gravissima disoccupazione giovanile, il dato è significativo, al di là di ovvie considerazioni geografiche sul mercato del lavoro nel “bel Paese”.

Ma tutto cominciò con una firma posta da don Bosco su un semplice foglio di carta oltre un secolo e mezzo fa…

La situazione nel Piemonte preunitario

Nel dicembre 1845 si aprì la prima scuola serale di Torino affidata ai Fratelli delle Scuole Cristiane. Si invitarono parenti, capi stabilimenti e di Industria, padroni di bottega ad “agevolare ai loro figliuoli, garzoni e apprendisti i mezzi di giovarsi del vantaggio di questa benefica istruzione”.

Nel 1847 gli stessi Fratelli delle Scuole Cristiane aprirono la scuola festiva per operai e la scuola professionale agraria con l’appoggio governativo. Ad opera di aristocratici si avviarono pure benemerite attività filantropiche fondate sul doppio binario dell’alfabetizzazione e dell’avviamento al lavoro, Si mosse anche lo Stato con la fondazione dei collegi-convitti nazionali di Torino, Genova e Nizza, con corsi speciali di tre o cinque anni, frequentati da giovani della borghesia che non intendevano attendere agli studi classici.

Ma tutto ciò era un granello di sabbia in confronto delle necessità di una città che cresceva al ritmo medio di 10 mila persone all’anno, quasi tutte venute ad allargare le frange deboli della popolazione.

I primi “artigiani esterni” di Valdocco

Chi erano i ragazzi che negli anni 1846-1850 alla domenica frequentavano l’oratorio di don Bosco? Chi erano i primi convittori di Valdocco? Erano per lo più fanciulli immigrati, muratori, scalpellini, spazzacamini, selciatori sfiancati dal lavoro già a otto nove anni. Molti abbandonati dalla famiglia, alcuni erano addetti a lavori stagionali e vagabondi per il resto dell’anno, altri vivevano alla giornata con lavori precari e pericolosi.

Don Bosco lungo la settimana andava a visitarli sui cantieri, negli opifici, nelle botteghe, dove poteva osservare le loro condizioni di lavoro ed eventualmente intervenire per migliorarle. Erano contenti i giovani “difesi e protetti” da don Bosco; era contento lo stesso don Bosco, cui interessava tanto la felicità dei giovani quanto la loro vita cristiana; erano contenti i “datori di lavoro” che avevano garzoni dell’oratorio obbedienti e rispettosi.

C’era però un ma: “In quei laboratori di Torino – scriveva un giovane accolto da don Bosco a Valdocco e poi fattosi salesiano – se ne sentivano di tutti i colori. Mi ricordo quante volte ho dovuto fuggire dal laboratorio per non sentire dei discorsi osceni. Io avevo solo 14 anni e i garzoni erano già uomini fatti. Due erano veramente perfidi. Non avevano nessun pudore nel parlare male della religione e costumi”.

Un “contratto di apprendistato” in carta semplice

Don Bosco non stette con le mani in mano e avviò quella che oggi si potrebbe definire un’attività sindacale di formazione, collocamento e assistenza dei minori: stipulò veri e propri “contratti di lavoro” o, come si diceva all’epoca, di “locazioni d’opera”.

L’Archivio Salesiano Centrale conserva una antichissima “convenzione”, redatta su carta semplice, datata “novembre 1851” e sottoscritta da cinque persone: un datore di lavoro, un apprendista, un garante del giovane, don Bosco e un suo amico, il teologo G.B. Vola. Non sarà forse in assoluto il primo “contratto di apprendistato” della storia d’Italia e del Piemonte, ma di certo può essere considerato un vero antesignano di un progetto socio-educativo finalizzato alla formazione, tutela e all’occupazione dei giovani lavoratori. Non va dimenticato che in Italia il sindacato incominciò a muovere i primi passi per il diritto all’esistenza e al riconoscimento solo anni dopo, a seguito del primo Congresso Operaio nel 1853. Ecco in sintesi i diritti e i doveri di ciascun firmatario dell’importante documento di don Bosco (i corsivi sono nostri).

Il vetraio Carlo Aimino si obbligava ad insegnare al giovane Giuseppe Bordone la sua arte per lo spazio di tre anni, durante i quali gli avrebbe dato “le necessarie istruzioni e le migliori regole riguardanti l’arte sua ed insieme gli opportuni avvisi relativi alla sua buona condotta, correggerlo, nel caso di qualche mancamento, con parole e non altrimenti”. Si obbligava pure di non occuparlo in lavori estranei ad essa o che eccedessero le sue forze. Inoltre avrebbe lasciato l’apprendista “per intero liberi tutti i giorni festivi dell’anno” perché potesse frequentare l’oratorio di Valdocco. In caso di malattia o di legittima assenza da lavoro per oltre 15 giorni, avrebbe potuto prolungare di altrettanti giorni il lavoro dell’apprendista a scadenza del contratto. La paga pattuita piuttosto alta (una lira al giorno, non inferiore a quella media di un operaio) doveva essere aumentata del 50% nel secondo anno, e del 100% nel terzo anno. Le ferie (o vacanze) erano di 15 giorni. Il vetrario inoltre si obbligava mensilmente a valutare per iscritto la condotta del giovane. Come si vede, venivano garantiti al giovane l’adeguata formazione al lavoro, il riposo settimanale, le ferie estive, il progressivo stipendio, il rispetto della sua persona (certo da educare, ma nel rispetto della sua dignità).

Agli obblighi del datore di lavoro corrispondevano quelli dell’apprendista: si obbligava a prestare durante il tempo stabilito il suo servizio al padrone “con prontezza, assiduità ed attenzione; di essere docile, rispettoso ed ubbidire al medesimo”. Anche nel caso fosse stato allontanato dall’Oratorio – e dunque cessassero i rapporti fra il direttore e il datore di lavoro – questi era tenuto a osservare il contratto e a “compiere ad ogni suo dovere verso del mastro fino al termine convenuto”. Se ne faceva garante l’orefice Vittorio Ritner, che avrebbe anche provveduto ad indennizzare il datore di lavoro per eventuali danni dovuti ad incuria dell’apprendista.

Infine il direttore dell’Oratorio prometteva di prestare la sua assistenza per la buona condotta dell’apprendista e di accogliere con premura qualsiasi lagnanza del datore di lavoro.

Don Bosco poteva essere contento di tale contrattazione multilaterale. Si trattava di norme in deciso contrasto con la prassi dell’epoca in cui il rispetto dei diritti del lavoratore e della tutela dei fanciulli non erano ancora stabiliti per legge, ma lasciati alla coscienza dei datori di lavoro. La durata limitata dell’apprendistato – diversa secondo la difficoltà del lavoro da apprendere – proteggeva il ragazzo dal rischio dello sfruttamento. Il corrispettivo per il lavoro svolto era dignitoso; non erano previste, diversamente da altri casi, verifiche particolari di rendimento e competenze e neppure sanzioni disciplinari; era esclusa qualunque violenza fisica; era garantita la tutela della salute fisica e morale del giovane apprendista.

Un contratto “formale”: su carta bollata!

Tre mesi dopo, l’8 febbraio 1852 nello stesso Oratorio di Valdocco si redigeva un altro “contratto di apprendistato”, simile al precedente, ma vergato in 4 pagine su carta da bollo. Questa volta si trattava di un apprendista falegname, Giuseppe Odasso, assunto per due anni dal Giuseppe Bertolino che si impegnava ad insegnargli il mestiere, a non fargli eseguire lavori estranei alla professione, a correggerlo solo a parole, nel pieno rispetto della salute, età, capacità e doveri verso l’Oratorio, ad aumentargli progressivamente lo stipendio giornaliero pattuito (40 centesimi). Garanti erano don Bosco e il padre del giovane con una fidejussione in caso di danni non dovuti a un semplice effetto di accidentalità o per conseguenza d’imperizia dell’arte. In caso di allontanamento dall’Oratorio, il contratto rimaneva in vigore per gli altri tre contraenti.

Anche in questo caso si era di fronte ad un’esperienza lavorativa vera e propria, protetta, con tanto di adulto-tutor, che però costituiva anche una scuola di ordine, disciplina, impegno e che coinvolgeva una rete sociale di alleanze: l’apprendista, il datore di lavoro-insegnante, il papà del giovane, l’educatore don Bosco. Convenzioni simili don Bosco le stipulò anche negli anni seguenti.

Com’è scontato non gli mancarono contrarietà, difficoltà, dispiaceri: come difendere i fanciulli da padroni troppo esigenti? Come salvaguardare i giovani apprendisti dai nefasti influssi di maestranze, adulti, colleghi adusi ad un linguaggio poco rispettoso della sensibilità dei minori, e, dati i tempi, sovente ostili alla Chiesa e alle pratiche religiose? Come assicurare la serietà di lavoro a ragazzi per lo più di strada, spesso orfani o lontani da casa? Non era troppo poco il tempo a loro disposizione per l’importante crescita culturale, l’indispensabile socializzazione, la necessaria formazione cristiana? Non era troppo ristretto il tempo e ridotto lo spazio che don Bosco aveva a disposizione per accompagnare i suoi giovani a diventare “buon cristiani e onesti cittadini”?

L’alleanza scuola-lavoro

Fece allora un altro passo avanti ed aprì in casa propria piccoli laboratori artigianali di sartoria e calzoleria (1853), di legatoria (1854) di falegnameria (1856), di fabbro ferraio e stamperia (1862). Erano gli umilissimi prodromi di centinaia di future scuole professionali vere e proprie, a norma delle leggi dei singoli Paesi; erano la minuscola avanguardia di istituti che 170 anni dopo raccolgono non meno di 200 mila allievi, distribuiti nei vari percorsi di formazione, cui andrebbero aggiunti altri 27 mila con percorsi non ufficiali, duttili, studiati per le varie congiunture. Fior di studi e ricerche, cui si può facilmente ricorrere, ne documentano i processi storici e le prospettive future nei singoli Paesi.

La sinergia scuola-lavoro, il binomio formazione-lavoro, vale a dire l’accompagnare i giovani nel mondo del lavoro con una sorta di accoglienza educativa, formativa, teorica e pratica ben strutturata è l’obiettivo di tali scuole e non può che essere apprezzata da quanti (autorità, istituzioni, singoli) hanno sinceramente a cuore il bene della gioventù di oggi e dunque della società di domani.

Per dirlo in breve, don Bosco, ovviamente updated (aggiornato) è sempre attuale.           

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