BS Gennaio
2026

IL TEMPO DELLO SPIRITO

Don Silvio Roggia

UN TRENO di ricordi

Sui binari del mondo corre ancora il Vangelo di Gesù.

La velocità è senz’altro diversa ma il tragitto è simile a quello di un viaggio di don Bosco che mi è tornato spesso alla mente in queste ultime settimane.

Siamo al 4 novembre del 1875. Il giorno dei santi sono stati ricevuti da Pio IX in udienza i primi missionari salesiani. Ora stanno ritornando a Torino con don Bosco con il treno a vapore (40/60 km all’ora). Il 7 incontrano il vescovo di Torino. L’11 novembre 1875 c’è una commovente celebrazione di invio e di saluto nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Don Bosco li accompagna a Genova dove si imbarcano per l’America sul Savoye domenica 14 novembre. Arrivano a destinazione a Buenos Aires il 14 dicembre.

Tante iniziative si sono susseguite nei 136 paesi dove adesso i salesiani sono presenti per ricordare quel coraggioso inizio, da cui tutti gli altri inizi in qualche modo han preso vita e continuano a germogliare. Ero a Luanda, Angola, in ottobre con rappresentanti delle 16 circoscrizioni (ispettorie o visitatorie, nel nostro linguaggio ereditato ancora da don Bosco) in cui sono raggruppate le presenze salesiane dei 41 paesi dell’Africa Subsahariana in cui don Bosco è di casa: come risposta al dono di questi 150 anni di vita missionaria tante nuove presenze e comunità han preso vita proprio nei mesi scorsi. Il piccolo seme continua a crescere.

Fa bene e mi riempie di meraviglia tenere insieme davanti agli occhi i tanti volti di don Bosco visti nei viaggi che ho dovuto fare da luglio in poi nei 5 continenti, con quell’inizio così piccolo e povero, forte solo del grande coraggio e fede di nostro padre, che ha saputo trasmettere a quei giovani che stavano tornando con lui da Roma su quel treno a vapore. Ce ne sono due tra loro che val la pena di far sedere qui a fianco sul Freccia Rossa e fare con loro un selfie, come si fa adesso, per cogliere in qualche secondo un flash di quella prima semina di cui sono stati protagonisti.

Giovanni Battista Baccino

Comincio da uno dei meno noti. Si chiama Giovanni Battista Baccino. Veniva da una famiglia contadina dell’entroterra ligure, che non era riuscita a fargli completare le scuole per la scarsità dei mezzi e il bisogno di braccia in campagna. Incontra don Bosco, che studia un percorso per lui, come faceva con altri che erano disposti a dedicare la vita al Signore ma per povertà non avevano avuto la possibilità di studi regolari. Lui sa bene che cosa vuol dire perché questa era stata anche la sua storia. Fa partire un cammino speciale di formazione per “vocazioni adulte”. Baccino diventa così prete nel 1872. A 32 anni nel 1875 parte per l’America. È il primo del gruppo a morire, il 14 giugno 1877. Don Bosco fa scrivere la sua biografia a don Giulio Barberis e lui stesso, don Bosco, la corregge personalmente. Lo propone come modello di missionario che dona la vita. In pochissimo tempo si conquistò il cuore di tutti quelli che incontrava. Faceva tutto doppio: una celebrazione in italiano per gli italiani immigrati a Buenos Aires e un’altra in castigliano per gli argentini. Confessava, visitava i malati, percorreva tutte le zone di campagna intorno. Ogni volta che usciva dalla chiesa non si sapeva come, ma c’era uno sciame di ragazzi che lo seguiva. Appena arrivato, i ragazzi del quartiere lo circondavano, andavano con lui, giocavano con lui, mangiavano con lui. Lo accompagnavano all’andata e al ritorno. Dopo poco tempo scrive a don Bosco: “Ho già 20 vocazioni”. Le lettere che scrive a don Bosco sono un capolavoro di confidenza figliale. “Il mio sacerdozio lo devo a lei. E io lavorerò tutta la vita per lei, affinché lei possa continuare a fare con altri giovani ciò che ha fatto con me”. In un’altra lettera che scrive a don Bosco gli dice, più o meno con queste parole: “Lei sa che tutti noi salesiani le vogliamo un mondo di bene. Ma scommetto che non c’è nessuno che le vuole bene come me”.

Giuseppe Fagnano

C’è un altro con cui mi piacerebbe fare un selfie qui sul treno ma non è possibile: don Giuseppe Fagnano, un anno più giovane di Baccino. Non era nel gruppo che è andato a Roma. Farà un lavoro immenso, diventando anche amministratore apostolico della Patagonia, arrivando fino all’estremo sud della Terra del fuoco, mettendo le basi di tutto quello che don Bosco farà nella parte più meridionale dell’America, in Argentina e in Cile. Perché non c’è sul treno? Perché il giorno prima della partenza della nave da Genova uno dei dieci non può più partire. Don Bosco chiama don Fagnano (era allora direttore a Varazze). Gli dice: Dovrai andare tu. E lui parte. In 24 ore cambia tutto il suo futuro e attraverso di lui il futuro di migliaia che saranno raggiunti in quelle missioni da lui nate.

Due brevi flash, due selfie: sufficienti però per sentire ancora adesso la forza di quel coraggio e di quella fede degli inizi.

Oggi si va molto più in fretta e la connessione con ogni punto sul pianeta è a portata di un touch screen o di un click. È questo il mondo in cui ci è dato di vivere. L’eredità di don Bosco mai finisce di stupirci e affascinarci. La differenza più importante non la fa il Freccia Rossa rispetto al treno a vapore, il mese di nave rispetto alle 14 ore di aereo, la posta a cavallo rispetto alle e-mail… Ciò che cambia la vita sono le relazioni, come quella che è nata tra don Bosco e Baccino e Fagnano.

“Quando pensiamo all’origine della nostra Congregazione e Famiglia, da dove è partita l’espansione salesiana, troviamo soprattutto una comunità, non soltanto visibile, ma addirittura singolare, atipica, quasi come una lucerna nella notte: Valdocco, casa di una comunità originale e spazio pastorale conosciuto, esteso, aperto… In tale comunità si elaborava una nuova cultura, non in senso accademico, ma nella direzione di nuovi rapporti interni tra giovani ed educatori, tra laici e sacerdoti, tra artigiani e studenti, un rapporto che rifluiva sul contesto del quartiere e della città… Tutto questo aveva come radice e motivazione la fede e la carità pastorale, che cercava di creare all’interno uno spirito di famiglia, e orientava verso un affetto sentito al Signore ed alla Madonna (don Juan Vecchi)”.

Sono arrivato a Torino, dove quel prete è venuto a piedi dai Becchi con sua madre nello stesso mese di novembre, 30 anni prima, nel 1844, quando aveva 29 anni, dopo che a luglio era arrivato a due passi dalla tomba e i medici avevano ormai perso ogni speranza. Le preghiere dei suoi ragazzi lo avevano rimesso in piedi. “La mia vita la devo a voi. Ma siatene certi: d’ora innanzi la spenderò tutta per voi” disse semplicemente.

Noi tutti continuiamo a essere il frutto e il compimento di quella promessa.

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