BS Maggio
2024

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Un piatto di MINESTRA e un paio di SCARPE al futuro PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Il recente ritrovamento di una lettera inedita di don Bosco a sua Eccellenza il ministro Francesco Crispi (1818-1901) ci dà l’opportunità di ricordare ai nostri lettori i rapporti di stima che intercorsero fra di loro, nonostante il loro essere politicamente molto lontani, per non dire agli antipodi.

Francesco Crispi fu uno degli organizzatori della Rivoluzione siciliana del 1848, sostenitore e partecipe della spedizione garibaldina dei Mille, mazziniano convertitosi agli ideali monarchici, anticlericale, massone e ostile allo Stato pontificio. Dopo l’unità d’Italia fu presidente del Consiglio dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896. In entrambi i periodi assunse pure la responsabilità di ministro dell’Interno. La disfatta di Adua in Abissinia del 1896 segnò la fine della sua carriera politica.

Un posto a mensa con don Bosco

A Torino il siciliano Francesco Crispi visse da esule dal settembre 1849 al marzo 1853, allorché, arrestato, fu esiliato a Malta, allora colonia britannica. Nei quattro anni trascorsi a Torino, anche per aver rifiutato di collaborare con un giornale di orientamento moderato come il Risorgimento, fondato da Cavour e non aver ottenuto l’incarico di segretario comunale in un paese, conobbe la povertà se non la miseria. A dire di un articolo del giornale La Libertà di Friburgo, se ne sarebbe accorto don Bosco che, incontrandolo nel corso di una passeggiata con i ragazzi in città, lo avrebbe invitato a pranzo a Valdocco. Sovente, lungo un mese e mezzo successivo, avrebbe mangiato alla mensa di don Bosco. Viveva di fatto non lontano da Valdocco, in una stanzetta presso la Consolata, dove don Bosco talora gli avrebbe fatto portare del cibo, del denaro e anche un paio di scarpe nuove dal capocalzolaio. In qualche sua visita domenicale a Valdocco, il Crispi si sarebbe pure confessato da don Bosco, che certamente non avrà mancato di presentargli i suoi progetti per l’educazione della gioventù. Del resto negli stessi anni a Valdocco teneva analoghi discorsi con un altro laicissimo protagonista del Risorgimento, il piemontese Urbano Rattazzi, più volte Presidente del Consiglio dei ministri, che a Valdocco aveva addirittura fatto ricoverare un irrequieto nipote e la cui moglie, Madame de Solms, scrittrice e nobile francese con cittadinanza inglese e italiana, dopo un solenne ricevimento a Valdocco, avrebbe definito Valdocco la più grande meraviglia del secolo.

Dal 1853 al 1878 non risulta ci siano stati ulteriori rapporti fra don Bosco e il Crispi, benché dal 1861 al 1865 quest’ultimo fosse membro del parlamento nazionale con sede a Torino. Ma all’epoca, grazie alla sua professione di avvocato, aveva ormai decisamente migliorato le proprie condizioni economiche, che per altro non sempre furono floride negli anni successivi anche per questioni di indole matrimoniale.

Per quanti beneficavano le opere salesiane, don Bosco era solito rivolgersi alle autorità per ottenere loro delle onorificenze. Così il 2 febbraio 1878 da Roma avanzò la richiesta all’onorevole Francesco Crispi di una decorazione cavalleresca per il dottor Giovanni Battista Albertotti, che dal 1872 prestava gratuitamente la sua assistenza medica all’Oratorio. La domanda ebbe favorevole accoglienza, ma la deliberazione rimase senza effetto per la caduta del Ministero il 7 marzo.

Il conclave del 1878

In occasione del conclave indetto per il 19 febbraio 1878 a seguito della morte di papa Pio IX, don Bosco ebbe modo di incontrare nuovamente il Crispi nelle vesti di ministro dell’Interno. Chiamato in causa, il ministro gli assicurò che non aveva difficoltà a garantire che l’imminente assise avrebbe trovato a Roma ordine, sicurezza e soprattutto incondizionata libertà. Altro che pensare ad un conclave all’estero! Nel colloquio don Bosco gli parlò pure della situazione della gioventù soprattutto immigrata nella nuova capitale in cerca di fortuna, degli inevitabili problemi che ne derivavano e delle più appropriate soluzioni assistenziali ed educative. Colse l’opportunità per inserire pure il discorso circa la possibilità di trovare a Roma un complesso edilizio per l’impianto di un’opera giovanile salesiana.

Una concessione post mortem

La sera stessa della morte di don Bosco, il 31 gennaio 1888, il Capitolo Superiore Salesiano “promette al Signore che se la Madonna ci fa la grazia di poter seppellire don Bosco sotto la chiesa di Maria Ausiliatrice o almeno nella nostra casa di Valsalice, avrebbe di quest’anno o almeno al più presto possibile incominciati i lavori per la decorazione della sua chiesa”. Avanzata la richiesta formale alle autorità cittadine, fu respinta. In città erano proibite le sepolture. Si ricorse allora al Procuratore salesiano di Roma, don Cesare Cagliero e al parroco del Sacro Cuore, don Antonio Notario, perché facessero pressioni sul Presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Interni Francesco Crispi. Venne immediatamente concessa, come richiesto, la tumulazione fuori città, nella casa salesiana sulla collina di Valsalice.

La fama internazionale di don Bosco e forse anche il debito di riconoscenza del Crispi fecero la loro parte. Il ministro raccomandò solo che, dati i tempi di forte anticlericalismo, il trasporto della salma non assumesse carattere di una dimostrazione clericale. Fu così che il 4 febbraio 1888 un mesto corteo accompagnò silenziosamente la salma di don Bosco alla tomba già preparata a Valsalice. Dalla collina sarebbe ritornata in trionfo a Valdocco, fra due impressionanti ali di folla, il 9 giugno 1929, dopo la sua elevazione agli altari del 2 giugno precedente. Il famosissimo canto Giù dai colli, ancor oggi cantato in cento lingue sotto tutti i cieli, fu composto nell’occasione.        

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