BS Aprile
2024

LA STORIA CONTINUA

GIAMPIETRO PETTENON

Un nuovo laboratorio
e le VITI DI DON BOSCO

Nel 1861 don Bosco procede all’ampliamento di casa Filippi e alla congiunzione di questo edificio con la nuova ala dell’Oratorio e già l’anno successivo dà inizio a due nuovi fabbricati ad uso degli artigiani.

Il primo edificio che costruisce nel 1862 è un salone con il soffitto voltato, di un solo piano fuori terra, proprio in testa all’ala parallela alla chiesa di San Francesco di Sales, per collocarvi provvisoriamente il laboratorio di tipografia. Poco dopo diventerà il laboratorio della fonderia di caratteri tipografici.

Solo nel 1876-77 verranno innalzati i piani primo, destinato ad infermeria dell’Oratorio, ed il secondo che permetterà di ampliare gli ambienti di vita di don Bosco, con nuove stanze accanto alla sua cameretta.

Questo edificio, ricco di finestre e con le caratteristiche piante di vite rampicante, è quello che oggi vediamo alle spalle del monumento con la statua di don Bosco nel cortile di Valdocco, che ogni visitatore incontra quando entra nella casa madre della Congregazione Salesiana.

A questo edificio è proprio legata la tradizione delle viti e dell’uva di don Bosco.

Il primo corpo di fabbrica del 1862 aveva il tetto a terrazza e su questo don Bosco fece collocare dei grandi vasi per piantarvi delle viti rampicanti. Quando circa una quindicina d’anni dopo si decise di innalzare i due piani superiori, sempre per espressa volontà di don Bosco le viti vennero trapiantate a terra davanti al fabbricato, dove ancora oggi esse fioriscono e vivono.

Ad onor del vero, quelle odierne non sono le stesse viti piantate da don Bosco. Sono però le viti figlie delle primigenie. Le talee (tralci ripiantati) delle medesime piante ci donano oggi la stessa qualità d’uva che don Bosco con soddisfazione coglieva dalle finestre della galleria al secondo piano delle Camerette.

L’edificio in via della Giardiniera

Il secondo edificio a cui mette mano don Bosco il 19 giugno 1862 è un lungo corpo di fabbrica al confine meridionale della sua proprietà, lungo tutta via della Giardiniera, da adibire a nuovi e più spaziosi laboratori per i suoi artigiani.

Il nuovo edificio, soppressa via della Giardiniera soli tre anni più tardi, rappresentò un vero e proprio ostacolo per molti anni a venire, nel dare ariosità e ampiezza al cortile principale di Valdocco. Essendo questo in posizione diagonale rispetto a tutti gli altri edifici che di anno in anno don Bosco andava erigendo, formava due cortili di forma irregolare, per lungo tempo destinati uno agli artigiani e l’altro agli studenti. Don Bosco stesso disse ai primi salesiani che quell’edificio andava prima o poi atterrato, ma non volle farlo lui stesso perché disse, non tollerava di veder sprecato un dono che la Provvidenza gli aveva fatto.

Venne finalmente demolito negli anni 1912-14 per volere del secondo successore di don Bosco – don Paolo Albera – in occasione della costruzione del nuovo edificio che accoglieva il Capitolo Superiore della Congregazione Salesiana.

Segni del passato nelle sale del museo

Abbiamo fin qui descritto quello che abbiamo trovato durante il restauro del primo Oratorio costruito in più fasi da don Bosco, nell’arco di una dozzina d’anni.

È evidente che il piano interrato è quello che meglio conserva la memoria del passato, grazie al fatto che non fu continuativamente abitato e quindi ristrutturato secondo le esigenze del momento.

Dal punto di vista architettonico, l’intervento che più ha compromesso il recupero storico dell’edificio è quello avvenuto negli anni ’70 del Novecento. In quell’occasione si diede mano ad un consolidamento statico dell’edificio, soprattutto al primo ospizio, quello costruito nel 1853 che era anche crollato durante la fase di costruzione.

I solai ed il tetto originali, in legno, sono stati sostituiti con nuovi solai parte in laterizio e parte in lamiera grecata. Togliendo i primitivi solai, ovviamente sono state demolite anche le tramezzature interne che dividevano i diversi locali. Purtroppo non è stato fatto un buon lavoro, dal punto di vista tecnico.

In questa parte del fabbricato, nella fase di consolidamento statico le maestranze avevano fretta… ed hanno costruito il nuovo solaio sopra il precedente. Quando abbiamo avviato i recenti lavori di restauro, togliendo i controsoffitti ci siamo trovati davanti a due solai. Quale dei due era portante? Sicuramente quello più recente in laterizio. Ma non avendo asportato il precedente in legno, forse anche questo contribuiva a sostenere il carico? Per non fare ulteriori errori e compromettere l’intero edificio, i tecnici hanno deciso di operare per gradi. Si è iniziato asportando da una sala le grosse travi in legno di castagno, i travetti minori e il cannicciato con l’intonaco di gesso. Si sono poi fatte le prove di carico su parti con il doppio solaio e altre dove quello ligneo era stato tolto, per capire se e quanto questo originario solaio avesse ancora funzione portante. Verificato che non aveva più alcuna funzione, e che era stato lasciato al suo posto probabilmente per risparmiare sui tempi di lavorazione e sullo smaltimento, è stato del tutto asportato.

Una testimonianza, musealizzata a soffitto, del solaio ligneo si trova ora al primo piano del museo, sulla sala a sinistra salendo dalla scala principale.

Una sorpresa nel recente lavoro di restauro è stata di trovare anche un binario del tram di Torino con la funzione di trave portante, a testimonianza della penuria di denaro e la fretta con cui don Bosco dava mano alle sue opere edilizie dei primi tempi. Al pari dei muri, che venivano eretti con ogni sorta di materiale edile disponibile, così è stato anche per il solaio.

Nell’ala del 1861, quella che ha collegato l’Oratorio a casa Filippi, abbiamo trovato al primo piano il riscaldamento a ipocausto con i canali che correvano lungo il muro centrale di spina del fabbricato. La caldaia in questo caso si trovava nel piano interrato, sul retro della cantina.

Ne possiamo dedurre che molto probabilmente anche la camera di don Bosco era riscaldata con questo sistema; purtroppo le tracce di questo impianto di riscaldamento al secondo piano sono del tutto mancanti perché qui i lavori di consolidamento statico degli anni ’70 hanno addirittura sostituito il solaio originale con uno in lamiera grecata. La stessa tramezzatura che divide la camera di don Bosco dall’attuale cappella – dentro il museo – è in mattoni forati legati con malta cementizia, segno evidente che non è più il muro originale del primo fabbricato.

Lo stesso dicasi per la camera di mamma Margherita. Conosciamo la sua collocazione, ma non c’è traccia storica di quella prima stanza al secondo piano a cui si aveva accesso appena usciti sul ballatoio e si svoltava a sinistra.

Un particolare da notare è che nel primo ospizio del 1853, al secondo piano quando si esce sul ballatoio, la prima camera era quella di Mamma Margherita e l’ultima in fondo al ballatoio quella di don Bosco.

Queste due presenze in posizione contrapposta mi ricordano tanto le camerate dei convitti salesiani in cui almeno due giovani salesiani erano assistenti notturni, con un minimo di privacy garantita da una tenda posta agli angoli contrapposti della grande camerata.

In quei primi anni non c’erano ancora gli assistenti salesiani che garantivano il presidio notturno degli ambienti della casa. Mamma Margherita e don Bosco sono stati i primi assistenti notturni!

Due ultimi segni, incisi sulla pietra, sono nell’odierno museo la testimonianza del primo edificio.

Nella sala della gloria di don Bosco possiamo osservare che l’urna in legno dorato che trasportò il corpo di don Bosco – ormai santo – dal suo primo riposo presso la cappella funeraria di Valsalice fino alla basilica di Maria Ausiliatrice, poggia su quattro pietre tonde (grandi ciottoli di fiume). Sono questi massi di pietra, levigati nel tempo dallo scorrere dell’acqua, quelli che abbiamo trovato asportando una parte di muro del piano interrato.

Quei massi non erano semplici materiali di risulta da smaltire in un cantiere in corso, ma vere e proprie testimonianze del passato.

Raccolti dalla Dora e dalla Stura, portati dai ragazzi fino a Valdocco per la costruzione della “loro” casa, essi rappresentano un segno ed un ricordo: dalle umili origini fino alla gloria del Paradiso. Sono una efficace visione plastica della definizione che si diede di don Bosco: piedi ben saldi a terra e sguardo rivolto al Cielo.

Sono il contributo che i ragazzi hanno dato alla costruzione dell’opera di don Bosco, come quel ragazzo che in riva al lago di Cafarnao ha messo a disposizione la sua merenda: cinque pani e due pesci. Su quei primi ciottoli di fiume è poggiata l’enorme portata del carisma di don Bosco per la chiesa e per il mondo.

Il secondo segno in pietra che troviamo al secondo piano è la soglia originale, molto ben visibile nel museo, che dal ballatoio dà accesso all’attuale anticamera di don Bosco, che fu la sua prima camera dal 1853 al 1861.

Varcare la soglia, quella soglia, non è una semplice operazione motoria di chi attraversa una porta. Quella soglia è stata varcata per ventisette anni dallo stesso don Bosco. Poi da Mamma Margherita, da san Domenico Savio, da don Rua, dai primi salesiani, da migliaia di giovani, persone ricche e povere, gente bisognosa di un consiglio ed autorità del tempo. È varcando quella soglia che un gruppetto dei giovani più vicini a don Bosco riceve l’invito a farsi salesiani.

Il percorso di visita alle Camerette di don Bosco ora, come nel 1927 quando si musealizzò questa parte dell’Oratorio, porta il pellegrino a compiere un percorso diverso e più funzionale alla visita, di quello che invece compivano tutti coloro che chiedevano udienza a don Bosco e andavano da lui per un confronto, un consiglio, la confessione; per chiedere aiuto o per offrire un contributo alla sua opera educativa.

Tutti questi, entrando all’Oratorio salivano dalla scala centrale i due piani di scale; uscivano sul ballatoio antistante e voltando a sinistra, lo percorrevano tutto fino all’ultima porta. Quella porta e quella soglia si dovevano varcare, per incontrare don Bosco.

Il refettorio voluto da don Rua

Entrando nel museo Casa Don Bosco, accanto alla sala d’ingresso (che in origine – 1853 – era il primo laboratorio dei calzolai) si apre sul retro una bella e capiente sala destinata ad ospitare mostre temporanee. Questo locale non fu costruito da don Bosco ma dal suo primo successore, don Rua, nel 1905.

Lo volle come ulteriore refettorio per i salesiani, che crescevano sempre più di numero. In quegli anni sicuramente i ragazzi usavano il grande refettorio sotto la chiesa di San Francesco di Sales, i salesiani usavano il refettorio che don Bosco fece costruire nel 1856 nello spazio sul quale poggiava la prima cappella Pinardi; il refettorio venne riconvertito in nuova Cappella Pinardi nel 1927 a ricordo della culla dell’opera educativa di don Bosco.

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