BS Giugno
2024

L'INVITATO

Antonio Labanca di Missioni Don Bosco - Foto di Ester Negro

UCRAINA
Irrigata da sangue e lacrime

Don Daniel Antúnez, salesiano argentino e presidente di Missioni Don Bosco, è rientrato da pochi giorni in Italia da un viaggio che lo ha portato a visitare a distanza di alcuni mesi, i progetti dei salesiani in Slovacchia, Polonia e soprattutto in Ucraina.

Arrivato in Ucraina, quali sono le prime parole che ti sono venute in mente?

Un tumulto di parole, come tristezza, dolore, abbandono, orfani, povertà, fame, morte. Queste e molte altre conseguenze invisibili sono alcuni degli effetti di questa guerra. Toccare con mano, vedere da vicino, sentire la paura, ma per un momento lasciare da parte ogni insicurezza, accompagnare e stare con chi ha più bisogno di noi e che ha nel cuore solo la speranza che un giorno tutto sarà diverso, che tutto tornerà alla normalità e che nessuno gli ruberà ciò che è suo, che nessuno ha il diritto di togliergli ciò che si è guadagnato con il lavoro, con il sudore, con le lacrime.

E il primo pensiero?

L’arrivo a Leopoli dopo due anni mi ha fatto pensare ancora una volta che, comunque la si guardi, non c’è nulla che giustifichi una guerra, non ha senso. Che dire: l’egoismo, l’ambizione hanno vinto il cuore? E che non c’è possibilità di vedere nell’altro un fratello, un figlio di Dio come lo sono io… Se perdiamo il senso della fratellanza, perdiamo il rispetto per l’altro.

Com’è la vita quotidiana nella casa salesiana?

Arrivando alla casa mi è sembrato che tutto fosse normale, che le cose funzionassero, che i trasporti pubblici funzionassero, che ci fossero molte macchine per le strade, bambini a scuola, persone che andavano al lavoro e che tutto sembrasse normale. Non c’erano persone all’ingresso della casa che chiedevano di entrare e passare la notte o che chiedevano un pezzo di cibo, non c’erano carrozzine sotto le scale, non c’erano code d’attesa o corridoi pieni di persone che andavano e venivano tutto il giorno, al contrario c’era la sensazione che tutto filasse liscio.

Entrando nella realtà della vita quotidiana, ho cominciato a sentire che tutto era uno schermo, qualcosa di quasi irreale, un modo per dire andiamo avanti perché non ha senso stare fermi, stare senza fare niente, non ha senso stare chiusi in un bunker ad aspettare chissà cosa, così ho cominciato a provare insicurezza la notte, la sensazione di essere all’aperto, era meglio non pensare per darmi la speranza che un giorno tutto sarebbe tornato normale.

Il primo shock?

Si dice che il tempo guarisce le ferite e che con il passare del tempo si cominci ad accettare che le perdite sono reali. Qui non l’ho sentito, mi sembrava che tutto quello che stava accadendo nel tempo potesse peggiorare, potesse approfondirsi. Il mio primo shock è stato sul campo di calcio, quando siamo andati a salutare, a vedere l’allenamento dei mutilati: è invidiabile lo sforzo che fanno per migliorarsi, il sacrificio e la voglia che mettono negli allenamenti, ma hanno perso un arto che non potranno mai recuperare. Il colpo psicologico di fronte a questa realtà è molto forte, sono giovani, alcuni di loro sono genitori. È lì, nella casa salesiana, dove hanno trovato un rifugio sicuro per continuare a lottare, per normalizzare la vita in qualche misura, anche con ferite gravi e magari l’amputazione di qualche parte del corpo.

Il cimitero in centro città

La visita al cimitero nel centro della città sarà una delle mie esperienze di vita che non dimenticherò mai, le tombe con foto, fiori e altri oggetti che sicuramente hanno un significato che non saprei descrivere, la tristezza mi ha invaso, l’angoscia si è impadronita di me, ho camminato tra le tombe, mi sono fermato a leggere i nomi e le date di nascita e di morte in combattimento, c’erano tanti giovani che avevano dato la vita, ma pensavo che avrebbero dovuto fare altre cose, giocare una partita di calcio, incontrarsi con gli amici, all’università, ma era così, erano nelle tombe, non avevano le bandiere del Paese, ma in molte c’era anche la bandiera nera e rossa, un salesiano del posto ci ha spiegato il significato dei colori, il nero rappresenta la terra dell’Ucraina e il rosso è il sangue dei caduti che hanno dato, donato la loro vita per una causa che si chiama amore per la propria patria. Dal sangue qui la terra è stata irrigata.

Alla fine della visita al cimitero non ho potuto fare a meno di interrogarmi sul significato di tanto sangue versato. Solo chi ha perso i propri mariti, padri, fratelli, figli, nipoti, potrebbe spiegarci o dirci qualcosa che ci faccia capire il senso di queste morti, ma non credo che anche in quel caso riusciremmo a darci una risposta che ci faccia giustificare queste perdite.

Non potevo evitare le mie lacrime, non potevo evitare l’impotenza e il dolore che umanamente mi avvolgevano mentre camminavo in mezzo a loro. La pioggia, il vento rendevano quel luogo nebbioso e triste, lasciandomi senza la forza di pronunciare parole, perché di fronte alla morte è quasi impossibile trovare una risposta, se non è per fede. Siamo tornati in silenzio, nessuno di noi ha osato pronunciare una parola, un’opinione, ognuno di noi portava nel cuore un grande dolore, sicuramente un grande dolore e una giustificazione che con il passare dei giorni non ho negoziato nemmeno io, ancora oggi non riesco a trovarla, ancora oggi non riesco a rispondere e a trovare il senso di quelle morti.

Mariapolis, cittadella di Maria

La visita a Mariapolis è stata un’altra delle esperienze forti che ho vissuto in silenzio, tante famiglie che vivono in container e che hanno perso tutto, tanti bambini senza casa. Anche lì ci sono i Salesiani che li affiancano e danno loro assistenza e accompagnamento: sono quasi un migliaio di persone di cui più di 200 sono minori. Ogni mezza giornata danno loro da mangiare e sono presenti per qualsiasi necessità. Sono tutte persone che con il tempo dovranno avere una condizione di vita migliore, oggi è solo un aiuto per poter sopravvivere.

La casa famiglia

Siamo partiti da lì e ci siamo ritrovati nella casa famiglia dove ci sono 65 minorenni. Sono assistiti anche loro dai Salesiani e qui hanno trovato un luogo dove essere accompagnati, curati, dove poter andare a scuola, alcuni sono orfani, altri sono stati portati qui dalle loro famiglie, e ci sono casi di ogni genere e situazioni di vita molto dolorose.

Sirene a Kiev

I giorni sono passati e siamo andati a Kiev per visitare la casa salesiana e vedere da vicino che cosa significa vivere in un Paese dove c’è la guerra. Dopo circa 8 ore di viaggio siamo arrivati sul posto. Lì abbiamo potuto visitare la casa, passeggiare per la città e incontrare alcune persone che non sapevano come vivere in mezzo a questa insicurezza.

Di notte è suonata la sirena e ci siamo dovuti rifugiare nel bunker, che cosa dire in poche parole, silenzio, insicurezza, paura e non sapere che cosa sarebbe successo fuori, mentre eravamo lì nella speranza che l’allarme non durasse a lungo. Siamo rimasti lì per circa due ore e poi abbiamo potuto tornare a dormire.

Dopo due giorni abbiamo deciso di tornare a Leopoli, perché non ci sentivamo sicuri in niente e per niente. Tornammo in treno e ci fermammo di nuovo nella casa salesiana.

Loro restano là

Confesso che quando ho salutato i miei fratelli salesiani, mi è venuta la stessa angoscia di due anni fa, la stessa sensazione che io potevo tornare, sapendo che loro rimanevano là e che lo facevano per scelta, per stare in mezzo alla loro gente, per accompagnarli e per dare tutto quello che potevano per non lasciarli soli.

Oggi, a casa e con una sensazione diversa dall’insicurezza che avevo, continuo a farmi domande e non riesco a trovare una risposta alla guerra, alla sofferenza e al dolore di tante persone.

Come Missioni Don Bosco vogliamo continuare ad essere vicini a loro, vogliamo continuare ad essere fratelli e sorelle e che il nostro aiuto possa servire affinché un giorno possa tornare la pace e tutti gli ucraini possano tornare alla vita normale.  

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