L'INVITATO

Monica Cibrario e Flor Greco di Missioni Don Bosco

«Tutto quello che abbiamo è la speranza»

Monsignor José Ángel Divasson Cilveti, salesiano che è stato per quasi vent’anni Vicario apostolico nella città amazzonica di Puerto Ayacucho e ora risiede nella capitale, conferma purtroppo la condizione di estrema debolezza della popolazione di fronte alla condizione sociale e politica.

Si può presentare?

Una vita semplice, la mia. Sono nato in Spagna, sono venuto come missionario in Venezuela a sedici anni, appena finito il noviziato, e tutta la mia vita è stata qua in Venezuela, eccetto gli anni di teologia fatti a Torino, al teologato della Crocetta, e poi per qualche viaggio a Roma.

Ho lavorato molto nella pastorale giovanile, ho insegnato nelle scuole, ma poi sono stato nominato superiore della provincia per 6 anni, finiti i quali, mi hanno fatto vescovo di Puerto Ayacucho, vicariato apostolico affidato ai salesiani nel 1933. Sono andato là nel 1996 e ci sono stato per 20 anni. Adesso sono vescovo emerito e vivo in una casa salesiana.

Come vede la situazione del Venezuela?

Ci sono difficoltà dappertutto. I problemi sono impensabili, la gente soffre. C’è fame, c’è molta fame. C’è la mancanza assoluta di medicine: ci sono, ma assolutamente non a portata della maggior parte delle persone. I salari sono troppo bassi. La mia pensione non arriva a un dollaro al mese. In comunità ci aggiustiamo. La gente povera no. La situazione è umiliante.

Oggi stesso parlavo con una persona dell’Amazzonia, di Puerto Ayacucho, che era stata la direttrice di tutta l’educazione dello Stato, una donna, molto preparata, molto valida diceva: “Non posso comperare le medicine, devo fare un esame medico e non so come pagarlo”. Perciò una persona che ha 72 anni che continua a lavorare perché è stata sempre molto generosa, non ha niente da poter vivere. La sofferenza è grave.

Come reagisce la gente?

Il Venezuela negli ultimi cinque anni ha perso oltre cinque milioni di abitanti a causa dell’emigrazione, persino più della Siria sconvolta dalla guerra civile. Oltre alla perdita di un gran numero di abitanti, si è potuto assistere ad una rivoluzione demografica in cui ora predominano donne, anziani e bambini, situazione tipica delle zone ad alta emigrazione, in cui le persone in età lavorativa, soprattutto di sesso maschile, sono costrette ad andare a lavorare all’estero per mantenere i famigliari rimasti in patria.

Pensare di avere una casa propria è roba da matti, e poi le cose che qui risultavano semplici, come la benzina, sono scomparse. A Puerto Ayacucho, ogni litro costa 2 dollari: impossibile, perché la gente non li ha.

Ci sono anche cause internazionali?

Il 12 febbraio, la relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulle misure coercitive unilaterali e sui diritti umani, Alena Douhan, ha esortato gli Stati Uniti, l’Unione Europea e altri Stati a ritirare le sanzioni unilaterali imposte contro il Venezuela. Douhan, nelle sue conclusioni preliminari, dichiara che “le sanzioni hanno esacerbato le calamità preesistenti, provocando una crisi economica, umanitaria e di sviluppo, con un effetto devastante sull’intera popolazione del Venezuela, in particolare ma non solo sulle persone che vivono in condizioni di estrema povertà: donne, bambini, operatori sanitari, persone con disabilità o malattie croniche e popolazioni indigene”.

La politica non si muove?

La realtà è taciuta o distorta dall’informazione pubblica, sotto il controllo del potere nazionale che “non vuole che si dicano certe cose, né all’interno né al di fuori del Paese, e cerca di presentare un’immagine tutto rosa e fiori” ci spiega il nostro interlocutore. È difficile il tentativo di far emergere la protesta e la proposta. “Tutti dicono di cercare il dialogo, e teoricamente siamo tutti d’accordo. Ma questa strada non si può più praticare”. Il governo ha vanificato anche l’opera di mediazione della Santa Sede, che tre anni fa propose precisi impegni di ciascuna parte politica quale condizione per proseguire nel dialogo. “Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha riconosciuto che mentre i rappresentanti dell’opposizione hanno rispettato gli impegni presi, gli esponenti del governo non hanno mantenuto la parola. No, non c’è volontà di un cambio di passo: ma se non c’è questa volontà politica, che cosa può fare il dialogo? La Conferenza episcopale venezuelana l’ha denunciato in tutti i toni parecchie volte, non solo negli ultimi quattro o cinque anni ma già da prima, perché era evidente che quanto stava facendo il potere a Caracas non era morale, era fuori dalla grazia di Dio”.

C’è almeno qualche segno di futuro?

C’è un atteggiamento interessante delle persone. C’è la fede: questo cambierà tutto. C’è la capacità di dare. La gente ha scoperto la capacità di donarsi cose da condividere, di aiutare. Così come ci sono delle persone che se ne approfittano per avere di più, allo stesso tempo ci sono persone con una grande capacità di condivisione, di solidarietà. Si vede e si scopre un atteggiamento stimolante, che invita alla speranza. Non si è persa la speranza. Non si è persa.

Dobbiamo fare in modo che questo desiderio non sia un’illusione: fare i cambiamenti che si possono fare, ma non perdere mai la speranza.

Abbiamo ricevuto molta solidarietà, anche dal di fuori. Ci sono molte persone dappertutto che solidarizzano, che vogliono aiutare, anche se ci sono molti ostacoli.

Ma non vi siete scoraggiati…?

Tutta questa situazione non ci ha tolto l’allegria, si procura di far del bene, si accompagna molto, si ascoltano le persone, c’è un gran bisogno di parlare, di dire, di cercare qualcuno che ti ascolti, che condivida le situazioni che abbiamo. La Chiesa ha fatto un lavoro in questo senso senza perdere la visione che questo deve cambiare, questo è ingiusto, questo è assolutamente illecito, sono usurpazioni. Hanno preso, sono entrati legalmente e poi c’è stata tutta un’utilizzazione della legalità che va cambiando, si toglie tutto il fondamento legale. Restano soltanto le parole, la realtà è quella che è.

E i salesiani?

Di fronte a questa situazione, i salesiani denunciano l’oppressione subita dalla popolazione e continuano a stare al fianco dei più bisognosi. L’aiuto principale consiste nella distribuzione di cibo, acqua e prodotti per l’igiene. Lo fanno soprattutto tra i bambini che ogni giorno partecipano a uno dei sette programmi che la “Red de Casas Don Bosco” ha in tutto il Paese. Ma aiutano anche i migranti di ritorno, organizzano “pentole della solidarietà” nelle parrocchie e accompagnano le comunità indigene in Amazzonia.

L’Associazione Civile “Red de Casas Don Bosco” offre ogni giorno, nei suoi sette centri, più di 700 colazioni e pasti ai bambini in situazioni di vulnerabilità, oltre a kit igienici. “Se non fosse per questo sostegno non avrebbero niente da mangiare, e abbiamo sempre più casi di malnutrizione”, dice Leonardo Rodriguez, Direttore di queste opere sociali salesiane.

Ma l’incertezza di questo mese influisce anche sul ritorno a scuola. In molti luoghi non ci sono insegnanti perché non sono stati pagati e nella maggior parte delle scuole è impossibile attuare le misure igieniche a causa delle carenze strutturali.

In mezzo alle difficoltà, come farebbe don Bosco, i salesiani continuano ad aiutare e a infondere speranza nella popolazione.

Sentite l’appoggio dei superiori di Roma?

Durante l’incontro con i Direttori delle opere salesiane in Venezuela, il Rettor Maggiore ha aperto il suo cuore: “Fratelli, questi giorni sono stati molto speciali; porto con me molta vita salesiana. Continuo a vedere come Dio agisca attraverso di voi a favore di molti giovani. E me ne vado commosso perché vedo i miei confratelli salesiani sereni, integri, pur in mezzo a questa situazione molto difficile che state vivendo nel vostro Paese. Questa testimonianza la state dando perché si veda che lavoriamo con Dio”.

D’altra parte, durante il tempo del dialogo con i suoi confratelli, don Ángel Fernández Artime ha evidenziato alcuni elementi che sono alla base del lavoro salesiano in un contesto così difficile come quello attuale in Venezuela. “Stiamo vivendo un momento profetico per il nostro carisma”.

Infine, il X Successore di don Bosco ha detto di tornare a Roma felice, perché ha incontrato “salesiani integri”, “giovani sognatori e coraggiosi”, “laici appassionati del carisma salesiano”.          

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