LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
TRE GIORNI IN BALIA
dell'oceano in BURRASCA
Fallito il primo tentativo di entrare in Patagonia.

Lo racconta il 21 maggio 1878 a don Bosco don G. Costamagna che con il neosacerdote E. Rabagliati, monsignor A. Espinosa (segretario dell’arcivescovo di Buenos Aires), e il lazzarista don P.E. Savino mercoledì 8 maggio 1878 si imbarcarono sul vapore Santa Rosa per raggiungere via mare le località di Carhué e Carmen in Patagonia. Arrivati nell’Oceano aperto, dopo un imprevisto insabbiamento nel Río della Plata, la domenica sera cominciò la terribile avventura.
Lasciamo la parola al testimone: “Dopo un sordo rombo di tuono, che fu come il segnale dell’orribile battaglia degli elementi tutti del cielo e del mare, si scaricarono di botto su di noi e un terribile vento pampero, e un’acqua dirotta. Il povero Santa Rosa, agitato di qua e di là, di su e di giù, or sopra un monte d’acqua elevato, or sprofondato in una voragine profondissima, parve miracolo che non si rovesciasse in mare. Alcuni moti poi erano così violenti e repentini, che, se non ci tenevamo fortemente aggrappati, venivamo sbattuti nelle pareti con pericolo di romperci la testa e le ossa. Questo travaglio un altro ce ne produsse, e fu un mal di mare… Non basta… le terribili ondate che a guisa di montagne d’acqua si versavano sul ponte del bastimento, discendendo nei piani inferiori, penetravano in camera, e dopo averci tutti inzuppati, ci allagavano… Da tutti si pativa, si gemeva, si sospirava… Crescendo il buio della notte crebbe la burrasca, e cominciarono ad udirsi urla, pianti, grida, lamenti, preghiere a tutti i Santi, e noi persuasi che l’ora del supremo passo fosse arrivata… in tutta la notte non facemmo che raccomandarci a Gesù, e alla Madonna SS… Oh! è ben giusto il proverbio che dice ‘Non sa pregare chi non fu in mare’”.
Persa ogni speranza
Continua il cronista scampato all’affondamento: “Pur finalmente giunse il mattino, e noi vedendoci tutt’ora vivi dubitammo della realtà del pericolo; ma svanì ben presto ogni dubbio. Il bastimento non ha più vele… disperati i marinai, il parapetto è fracassato, e seguivano numerando altre avarie che il Santa Rosa nella notte aveva patito… quand’ecco si apre l’uscio della nostra cella: – Olà Veneziano, diss’io ad un vecchio marinaio di Venezia con cui avevamo già stretta amicizia, olà siamo salvi? – Ed egli a crollar la testa e risponderci con accento disperato: – Siamo perduti, il bastimento non ha più il timone! Era pur troppo vero; una forte tromba marina l’aveva schiantato… E noi senza governo eravamo stati gettati in alto mare lungi circa cento miglia dalla costa del capo Corrientes… Rimanemmo muti un istante, e poi il dott. Espinosa disse: bisogna che ci confessiamo, poiché è tempo. Ed afferrati alla sponda del letticciolo per non cadere, ascoltammo l’uno la confessione dell’altro… e intanto continuammo a raccomandarci alla Madonna. In quel giorno nessuno dei viaggiatori uscì dalla cabina; tutti erano occupati a piangere e pregare. Al cibo neppur si pensò”.
“Facendo uno sforzo uscii di camera, mi attaccai ben bene e salii sul ponte. Orrore !… Un terribile sbuffo di vento sbatte alcuni mozzi che vi erano contro il parapetto e li ferisce crudelmente. Più nessuno accudiva al bastimento. Do uno sguardo al mare: è inutile, non potei resistere a quella vista, e quasi svenni. Cerco allora di ritirarmi in camera dicendo tra me: è proprio finita; qui bisogna disporsi a far sacrificio di noi stessi. Il bastimento ha resistito fin qui, ma resisterà ancora per molto tempo sfracellato qual è?… se il vento cambia direzione, lo getterà sovra uno scoglio e lo farà a pezzi. Ed anche senza di ciò, resisterà molti giorni, ma poi mancheranno i viveri, verrà meno il carbone alla macchina, e allora che faremo senza vele e senza timone?
Intanto erano passati il lunedì ed il martedì colle loro terribili notti… Sempre colla morte alla gola”.
Un’illuminazione
Il mercoledì 15 a don Rabagliati balenò l’idea che era il primo giorno della novena di Maria Ausiliatrice. Tutti si unirono alle preghiere dei due salesiani, facendo anche voti e promesse, dopo le quali “entrò nel cuore di tutti… una come certezza che Maria ci avrebbe liberati… Intanto la tempesta durava inesorabile e la morte ci stava sempre da presso. Un timone provvisorio che si era messo al bastimento era sparito sull’attimo, e lo sbigottimento seguiva generale. Dico generale, ché le lagrime spuntavano anche sugli occhi dei più valorosi”.
“Dopo mezzo giorno, io per consiglio del Dottore Espinosa mi feci tutto solo alla prora, e là dopo aver dato al tempestoso mare la benedizione di Dio onnipotente per intercessione di Maria Ausiliatrice, e gettato dentro le onde una corona benedetta… mi sento chiamare: Padre, padre. Vado dietro alla voce e trovo nella sala maggiore del bastimento un cinque o sei uomini afferrati al tavolo per non cadere, pallidi, sparuti, ripieni di un panico indescrivibile. Padre, prese a dir uno, ci dica una messa subito, ché l’affare è disperato. – Mi burlate; le messe a quest’ora !… – Ed io dovetti spendere un cinque minuti a dimostrar loro che non si poteva dire la messa. Li esortai invece a domandare perdono di cuore a Dio dei peccati commessi ed a confessarsi. Furono fortunati di poterlo fare, sebbene a grande stento. Dopo li ho confortati dicendo: “Coraggio, abbiamo già messo negli impegni la Vergine SS. Ausiliatrice; pregatela pur voi. Ella ci ha da salvare, Ella farà da nocchiero, e ci ricondurrà al porto”.
“La quiete dopo la tempesta”
Quella del mercoledì fu una notte di inferno: “di nuovo le scosse, le agitazioni della nave in modo ondulatorio e sussultorio quasi repentino, di nuovo le grida e le suppliche generali di tutti quegli infelici… Intanto un altro timone era stato preparato, e già l’onda che continuava a flagellare orribilmente l’aveva tornato a rompere. Ma il tempo della prova era presso a finire”.
“Il giorno veniente in sul mattino ecco un sole splendidissimo rifulgere sull’orizzonte; ecco la calma del mare e la speranza nel cuore di tutti. Un quarto timone… fu ben presto allestito… cominciò ad essere manovrato da molti marinai insieme, e poco per volta il bastimento prese ad incamminarsi verso Buenos-Ayres”.
Tre giorni dopo equipaggi e passeggeri sbarcarono a Buenos Ayres e dopo baci ed abbracci ai loro familiari non poterono far altro che partecipare tutti l’indomani ad una messa di ringraziamento e ad un solenne canto del Te Deum… un viaggio di tre giorni era durato tredici!
E così il cronista con immenso coraggio concludeva la sua lettera a don Bosco: “L’avrà vinta il demonio? Non già, fu anzi scornato… e noi torneremo più coraggiosi all’assalto fra breve… Dimandiamo unanimi una cosa sola: poter andare presto nella Patagonia a salvare innumerevoli anime”.
Ci sarebbero effettivamente andati l’anno dopo. Uomini di fede quei primissimi missionari…
















