BS Gennaio
2025

LA NOSTRA GLORIA

T.B.

Suor MARIA TRONCATTI dalla selva al cielo

Presto papa Francesco la dichiarerà santa.

A Corteno di Brescia, nel 1892, arrivava il Bollettino Salesiano, e la maestra, al termine della lezione, lo leggeva alle sue scolarette e ai suoi scolaretti. Leggeva le lettere dei missionari, le loro avventure nei Paesi poverissimi dell’America del Sud, il loro lavoro tra gli emigrati e gli indios. Tra le scolarette che ascoltavano incantate c’era Maria Troncatti, nove anni e l’innocenza che fioriva negli occhi chiari. Maria avrebbe voluto partire subito per le missioni, ma c’era altro da fare nella casa di papà Giacomo e di mamma Maria. C’era da arrampicarsi, tutte le estati, sull’Alpe insieme alle capre, fino alla baita. C’era da rimestare la polenta per il papà e i fratelli, che custodivano le mucche nei prati alti, e mungevano il latte e facevano i formaggi.

Nel 1900 Maria compì 17 anni, e radunò il coraggio di confidare a qualcuno il suo grande desiderio. Lo manifestò prima alla sorella maggiore, Caterina, poi al parroco. La difficoltà enorme fu dirlo a papà, un uomo rude e dall’amore tenerissimo per le sue figlie. Un lampo severo dei suoi occhi e un lungo silenzio corrucciato chiusero il discorso… per quattro anni. Maria pregò, continuò obbediente e serena la vita di tutti i giorni. Il parroco ogni tanto veniva a parlare, al padre e alla figlia. Nel 1904 Maria Troncatti compiva 21 anni, ed era sempre decisa nella sua scelta. E papà diede il suo consenso. Le diede tutto l’occorrente per prepararsi il corredo, non disse una parola di disapprovazione. Ma quando la baciò sulla porta di casa, cadde svenuto.

La guerra e il tornado

La prima obbedienza la mandò a Rosignano Monferrato, cuoca e catechista tra le fanciulle, che subito le vollero un gran bene. Da Rosignano a Varazze, mentre scoppia la prima guerra mondiale. Suor Troncatti partecipa a un corso di infermiere, mentre il collegio salesiano si trasforma in ospedale militare. Ha 32 anni quando comincia a girare per le corsie, tra i soldati dilaniati dalle granate. Il 25 giugno di quell’anno, 1915, un violento tornado si abbatte su Varazze. L’acqua del torrente Teiro invade il collegio, abbatte i muri. Suor Troncatti si trova non sa come su una tavola del refettorio portata via dalla corrente tra gorghi e rottami. Si rivolge alla Madonna, e le promette che se avrà salva la vita partirà per le missioni, tra i lebbrosi. Si salva afferrandosi a una ringhiera, mentre un’altra suora è travolta. Alla Madre Generale scrive una lunga lettera, narrando ciò che è accaduto e facendo la sua domanda per le missioni, tra i lebbrosi. Passano sette anni, e la domanda dorme nei cassetti della Superiora.

Una ragazzina, Marina Luzzi, nel marzo 1922 sta morendo per una polmonite doppia. Suor Maria le è accanto. Entrambe sanno che non ci sono più speranze. A un tratto suor Maria bisbiglia: «Tu presto vedrai la Madonna. Dille che mi ottenga da Gesù di andare missionaria tra i lebbrosi». Marina la guarda, sorride, e riesce a bisbigliare la risposta: «Lei andrà missionaria in Ecuador». «Ma io ho chiesto di andare tra i lebbrosi». Marina sorride sempre, e ripete: «In Ecuador». Marina Luzzi, un’anima trasparente che aveva chiesto come ultimo regalo di morire nella «casa della Madonna», va incontro a Dio in quella stessa notte. E tre giorni dopo Madre Daghero chiama suor Troncatti. «Hai chiesto di andare in missione sette anni fa. Ma come facevo a mandarti durante la guerra? Ora i mari sono tornati tranquilli. Andrai in Ecuador».

Marsiglia, stretto di Gibilterra, Oceano Atlantico, stretto di Panama, Oceano Pacifico. La nave costeggia la Colombia, scende lungo l’Ecuador e s’infila nella baia di Guayaquil. Nella periferia della città c’è una casetta di legno con alcune Figlie di Maria Ausiliatrice, e nugoli di ragazze che cantano, studiano, giocano. Suor Troncatti passa lì il suo primo Natale missionario. E lì impara le prime nozioni sulla sua nuova patria. L’Ecuador aveva sei milioni di abitanti, con questa curiosa distribuzione: il 49% della gente abitava lungo le rive del mare; un altro 49% abitava nelle province che si arrampicavano dal mare fino alle cordigliere delle Ande: erano bianchi e indigeni che lentamente si erano mescolati; il 2% abitava invece nelle vaste e sconosciute terre dell’Oriente, oltre le altissime e invalicabili Ande. Questo 2% era costituito da coloni e avventurieri bianchi (giunti in gran parte da Perù e Colombia) e dalle tribù di indios Shuar e Achuar. Tra bianchi e indios c’erano incontri e scontri continui, e tutti abitavano immersi nella «selva». Tra quel 2% i missionari e le missionarie salesiane tentavano di inserirsi e stabilirsi.

Grande spedizione alla terra degli Indios

Dopo qualche tempo di «acclimatazione» a Chunchi, una cittadina arrampicata sul dorso della cordigliera, e abitata in prevalenza da indigeni (dove fu medica nell’ambulatorio e farmacista nel piccolo spaccio di medicine chiamato botiquin), il vescovo missionario Domenico Comin arrivò e disse: «È ora di partire». Prese avvio la grande spedizione che doveva varcare l’altissima cordigliera andina e poi scendere nella foresta, fino alla terra degli indios Shuar.

Padre Albino Del Curto, che avrebbe guidato la spedizione, aveva percorso per primo quella zona inesplorata, e insieme ad alcuni operai aveva tracciato un sentiero e costruito alcune baracche che sarebbero state il loro rifugio durante il viaggio.

A Cuenca, 2000 metri di altezza, l’ultima sosta tra persone amiche, nella casa dedicata al «Cuore di Maria». S’incamminarono con il Vescovo, due salesiane, dodici robusti portatori. In testa a tutti don Albino Del Curto, e in coda gli uomini di scorta venuti da Cuenca a cavallo, costeggiando torrenti che apparivano e sparivano tra abissi paurosi e picchi di cui non si vedeva la cima, salirono fino ai tremila metri di Pailas. Quella località si sarebbe cercata invano sulle carte geografiche, perché l’aveva costruita poco prima don Albino: una costruzione in legno con tre stanzette. Poterono riposare una notte al riparo. Al mattino il Vescovo disse la Messa, mentre sulla foresta scendeva una pioggia torrenziale. Quando la pioggia, che sembrava non finire mai, ebbe una pausa, gli uomini della scorta sellarono i cavalli e iniziarono il ritorno. Le missionarie e i missionari avrebbero continuato a piedi, per il sentierino che s’arrampicava senza fine tra gli alberi della foresta. S’incamminarono pregando, tra rami stillanti e foglie viscide. Suor Troncatti non ricordava quanto era durato il viaggio: ricordava che aveva pregato, pianto, che aveva perso i tacchi degli stivaletti ed era svenuta. Don Del Curto, in testa a tutti sempre, cantava le lodi della Madonna, e suor Maria cercava di unirsi almeno col cuore.

Operazione chirurgica col temperino

Un colpo di fucile spazzò il brutto incantesimo. Un colpo di fucile sparato da padre Corbellini, che era venuto incontro con alcuni Shuar, aveva visto dall’alto la carovana e dava così il benvenuto. Si abbracciarono. Percorsero in canoa un tratto del fiume Paute. Ed ecco Mendez, il centro del Vicariato apostolico affidato a monsignor Comin. Ebbero una brutta sorpresa: la missione era occupata da un centinaio di Shuar armati e minacciosi. In uno scontro tra due tribù, la figlia di un capo era stata colpita da una pallottola che le aveva trapassato il braccio e s’era conficcata nel seno. Il capo si avvicinò a padre Corbellini e nel poco spagnolo che sapeva fu brutalmente esplicito: «Tu curando, noi aiutando. Tu non salvando, noi a tutti morte dando». Il Vescovo si rivolse a suor Troncatti: «Lei è l’unica che sa di medicina. Se la sente?». «No». Operi lo stesso. Noi pregheremo». Con un po’ di tintura di iodio e un temperino sterilizzato sulla fiamma, suor Maria affrontò l’ascesso che in quattro giorni s’era formato attorno alla pallottola. Incise a fondo dicendo: «Maria Aiuto dei Cristiani!» La pallottola balzò fuori e andò a cadere ai piedi degli Shuar, che scoppiarono a ridere contenti. E l’indigena tredicenne, dopo tre giorni, poté tornare con i suoi nella selva.

Dopo la sosta a Mendez, la carovana proseguì per Macas, a quattro giorni di cammino, risalendo il corso del fiume Upano. Macas era un villaggio di coloni, circondato da Kivarìe, le abitazioni collettive degli Shuar. La missione, con la casetta delle suore, sorgeva su una collina. E l’accoglienza fu cordialissima. La gente venne a portare i suoi doni: galline, bottiglie di miele, uova, grappoli di banane. Suor Troncatti abbracciò tutti, pianse un’ultima volta quando l’ispettrice e la novizia ripartirono insieme al Vescovo. Poi si asciugò le lacrime, si rimboccò le maniche, e alle due giovani missionarie restate con lei disse: «E adesso lavoriamo. La Madonna ci aiuterà». Aveva 42 anni. Ne avrebbe passati altri 44 in quella selva, nell’ambulatorio e nella scuola, sui sentieri e sulle canoe con cui raggiungeva le Kivarìe, tra quella gente dalla pelle bianca e scura, che incominciò in quei giorni a chiamarla «madrecita», piccola madre, e non smise più.

144 anni di Madrecita

Come raccontare quei 44 anni, fitti di giorni e di avvenimenti, di sacrifici e di successi, di lacrime e di salvezza? Maria Troncatti si logorò come una moneta passata di mano in mano, che tutti spendono e tutti consumano. Gli episodi, tutti gli episodi di bontà e di carità forte, li ha registrati soltanto il Signore.

Lui ha visto Yampauch, la piccola Shuar di undici anni, fuggire da casa dove la mamma si era impiccata dalla disperazione, e rifugiarsi da suor Troncatti dicendo: «Tienimi con te». Ha visto la mamma bianca, picchiata dal marito ubriaco, fuggire nella notte insieme ai suoi bambini e bussare alla casa delle suore: «Madrecita, se non ci tieni con te, quello ci ammazza». Ha visto suor Maria adottare il figlio illegittimo di una povera serva, che tutti volevano uccidere, e che lei mise in una culla vicino al suo letto, chiamò Josè Maria e allevò come suo figlio.

Dopo dieci anni di lavoro, suor Troncatti scrisse nella relazione annuale: «Abbiamo 70 alunne nelle classi elementari; 80 ragazze, fidanzate o spose nel laboratorio per esterne; 20 piccole Shuar e 8 bianche orfane interne; 200 Shuar al catechismo». Valeva la pena piangere sul sentiero che saliva verso le Ande, per piantare in questa selva il Regno di Dio. Lo pensava, la Madrecita, mentre ogni sera faceva la Via Crucis e aggiungeva un’ora di adorazione alle preghiere che faceva con la sua piccola comunità. Nel novembre del 1947 l’isolamento della selva è rotto di colpo: piccoli aerei riescono a collegare Mendez alla capitale dello stato, Quito. Il 27 agosto 1948 suor Troncatti sale su uno dei piccoli aerei e va alla capitale a fare gli Esercizi Spirituali. Ha 65 anni. Negli anni seguenti vede arrivare la luce elettrica, la stazione radio, il mulino, la trebbiatrice, persino una jeep. Vede nascere, come un miracolo, la Federazione Shuar, che difenderà le famiglie indigene dalle prepotenze dei bianchi.

25 agosto 1969. Suor Troncatti ha 86 anni e le gambe gonfie. Non la chiamano più «madrecita» ma «abuelita», che significa «nonnina». Sale ancora su un piccolo aereo per recarsi agli Esercizi Spirituali. Pochi minuti dopo, la radio della Federación Shuar interrompe la trasmissione e una voce concitata comunica: «Oggi, alle ore quindici, un aereo è caduto poco dopo la partenza. La nostra madre, suor Maria Troncatti, è morta». Era rimasta distesa sull’erba a braccia spalancate. L’ultimo gesto riassumeva tutta la sua vita: aveva spalancato le braccia a tutti, in nome di Dio.

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