LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
Sull’orlo del burnout
Come formiche diligenti che vanno avanti e indietro / seguendo la scia del proprio filare, / ci affanniamo a correre su e giù ingaggiando la nostra lotta quotidiana / contro un tempo che non basta mai.
Sull’orlo del burnout. È così che le ultime ricerche del Censis e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità descrivono i giovani adulti del terzo millennio, fotografando in maniera impietosa uno scenario che appare ormai preoccupante. Una situazione cronica e sempre più diffusa che – tra stress, esaurimento e attacchi di panico – interessa mediamente un giovane su due, con punte particolarmente allarmanti nelle grandi città e, in genere, nei contesti a più intensa urbanizzazione.
Di fronte a ritmi di vita spesso troppo frenetici e convulsi, a una cultura del lavoro sempre più esigente e incentrata sulla performance, a una modalità di vivere le relazioni in cui le aspettative prevalgono sulla reciprocità, siamo come risucchiati in un vortice di impegni, ansia da prestazione e responsabilità e, quando non riusciamo ad assolvere adeguatamente a tutte le incombenze che si affastellano nelle nostre giornate, siamo assaliti da un senso di frustrazione e scoraggiamento che incide pericolosamente sul nostro benessere fisico e mentale.
Come formiche diligenti che vanno avanti e indietro seguendo la scia del proprio filare, ci affanniamo a correre su e giù ingaggiando la nostra lotta quotidiana contro un tempo che non basta mai, destreggiandoci a fatica tra standard di rendimento sempre più ambiziosi, facendo i conti con la latente, ma insistente sensazione di non fare abbastanza… E, mentre siamo impegnati in questa quotidiana corsa a ostacoli, non ci rendiamo conto che lasciamo sempre meno spazio a ciò che conta davvero, alla ricerca di una felicità che, più incrementiamo la nostra andatura, più ci sfugge di mano.
Nessuno stupore, dunque, che soprattutto tra le generazioni più giovani – maggiormente incalzate dalla necessità di farsi strada nel mondo del lavoro e spesso più esposte alle richieste pressanti di una società che non ammette deroghe o segni di cedimento – siano sempre più numerosi i casi di burnout, di esaurimento fisico, mentale ed emotivo, che spesso non dipendono unicamente da un carico eccessivo di impegni e aspettative, ma anche dalla difficoltà di salvaguardare degli spazi e dei momenti preziosi da dedicare alla cura di sé e della propria dimensione interiore, in cui poter scaricare lo stress accumulato. Non a caso i sociologi parlano di una “sindrome da corridoio”, alludendo con ciò all’incapacità di mantenere distinta la vita lavorativa da quella privata, a quell’osmosi di ansie e nervosismo che, non riconoscendo alcun confine efficace tra i vari contesti in cui si snoda il nostro vissuto quotidiano, si trasferiscono senza soluzione di continuità da un ambito all’altro, precludendoci la possibilità di ritrovare delle occasioni di riposo e di autentico benessere perfino nello spazio “sacro” della casa e della famiglia. Così come può verificarsi, in senso inverso, che le preoccupazioni e le battaglie affrontate nel privato travalichino i limiti dell’ambiente domestico e vadano a condizionare negativamente anche la vita professionale.
Come fare, allora, per prevenire il rischio del burnout? La soluzione, certo, non può essere la fuga dalle proprie responsabilità, il disimpegno nei confronti di tutto ciò che ci procura ansia o fatica, la ricerca di forme di evasione fini a se stesse, che non ci aiutano a risolvere il problema alla radice. Forse il segreto sta nella capacità di darsi delle priorità, imparando a gestire in modo equilibrato il proprio tempo e i propri spazi, ma anche nel non lasciarsi sopraffare dalle aspettative altrui, rimettendo al centro la propria salute mentale e la propria qualità di vita.
Sempre il solito dannato lunedì,
la città si sveglia e va al lavoro;
sembra di essere formiche che sprecano le vite,
fingendosi farfalle in volo.
C’è chi dice: “C’est la vie”,
qualcuno: “Let it be”;
io preferisco: “Che te devo dì”.
È che siamo diventati troppo cinici,
abbiamo il cuore in PVC.
Ho puntato su un cavallo, è sempre l’ultimo,
si chiamava Bojack.
Ho parlato con il diavolo nel traffico,
aveva la mia voce.
Ho un cappellino adatto ad ogni situazione,
sono tattico e oggi ho quello giusto
per un altro attacco di panico…
Io volevo solo fare l’artista, non avere mille burnout;
e chi pensava che ci vuole un terapista
pure per curare i sold out!
Si aspettano di più, di più, di più, ma non mi va
di raggiungere i miei KPI, ignorando la felicità…
Vorrei la targa e non la fine di Tenco,
ormai sto diventando vecchio
e infatti mangio presto, ascolto il vento,
e a volte dò perfino ragione a Parenzo.
I numeri non voglio farli, io li dò,
sono un re Mida, solo all’incontrario:
quello che tocco tendo a rovinarlo, però…
Una canzone mi fa stare sveglio,
dice che i buoni non vincono mai;
sembra impossibile, però è successo,
come le coppe vinte dall’Uruguay.
Ed ogni lunedì mi tira un destro
ed è l’ennesimo ultimo round,
ma la tua stella mi fa stare meglio
dentro questo blackout.
Io volevo solo fare l’artista, non avere mille burnout;
e chi pensava che ci vuole un terapista
pure per curare i sold out!
Si aspettano di più, di più, di più, ma non mi va
di raggiungere i miei KPI, ignorando la felicità…
(Pinguini Tattici Nucleari, Burnout, 2024)

















