BS Giugno
2026

COME DON BOSCO

PINO PELLEGRINO
SALVATAGGIO DELL’UMANO 5

Salviamo la SOBRIETÀ

Meglio ‘grandi’ che ‘grossi’.

Un padre ricco, volendo che suo figlio sapesse che cosa significhi essere povero, gli fece passare del tempo con una famiglia di contadini. Il bambino passò 3 giorni e 3 notti nei campi. Di ritorno in città, ancora in macchina, il padre gli chiese:
«Che mi dici della tua esperienza?»
«Bene» rispose il bambino.
«Hai appreso qualcosa?» Insistette il padre.
«Che abbiamo un cane e loro ne hanno quattro.
Che abbiamo una piscina con acqua trattata, che arriva in fondo al giardino. Loro hanno un fiume, con acqua cristallina, pesci e altre belle cose.
Che abbiamo la luce elettrica nel nostro giardino ma loro hanno le stelle e la luna per illuminarli.
Che il nostro giardino arriva fino al muro. Il loro, fino all’orizzonte.
Che noi compriamo il nostro cibo; loro lo coltivano, lo raccolgono e lo cucinano.
Che noi ascoltiamo cd… Loro ascoltano una sinfonia continua di pappagalli, grilli e altri animali…
Che noi utilizziamo il microonde. Ciò che cucinano loro, ha il sapore del fuoco lento.
Che noi per proteggerci viviamo circondati da recinti con allarme… Loro vivono con le porte aperte, protetti dall’amicizia dei loro vicini.
Che noi viviamo collegati al cellulare, al computer, alla televisione. Loro sono collegati alla vita, al cielo, al sole, all’acqua, ai campi, agli animali, alle loro ombre e alle loro famiglie».
Il padre rimase molto impressionato dai sentimenti del figlio. Alla fine il figlio concluse: «Grazie per avermi insegnato quanto siamo poveri!»

Cinque miliardi di abiti

È sotto gli occhi di tutti: siamo ingolfati di cose.
I frigoriferi di casa sembrano supermarket, gli zainetti di scuola assomigliano a piccoli container; città e paesi scoppiano di automobili.
Ricerche di alcuni anni fa ci hanno fatto sapere che gli italiani possiedono 1,7 automobili a testa: la più alta percentuale del mondo. Dati recenti ci sbalordiscono: negli armadi delle nostre case vi sarebbero cinque miliardi di abiti che non si usano più!
I bambini della Gran Bretagna, tra i sei e i dodici anni, nel giro di nove mesi consumano tante patatine fritte quanto pesano! I piccoli italiani non sono da meno: conoscono la voracità e non, certo, la sobrietà. Una parola che oggi è stracciata, e buttata nel cestino dei rifiuti. Chi la usa è considerato un individuo pericoloso, nemico del progresso. Invece no. Dobbiamo salvarla! Non solo per ragioni di colesterolo o altri impicci fisici, ma per ragioni ben più alte e serie.
Intanto perché la sobrietà forgia il nostro carattere. “Le querce robuste crescono nel magro”, dicono i botanici. Vale anche per l’uomo.

La sobrietà mette in moto la volontà

La mancanza di moderazione prepara ragazzi ammalati di ‘atonia psichica’: ragazzi senza sprint, spenti, tiepidi. La sobrietà, all’opposto, irrobustisce lo spirito, imbriglia l’irrazionale e ripristina la sovranità del soggetto. Basterebbe questo contributo per spalancarle tutte le porte.
Il più grave problema pedagogico d’oggi, infatti, non è il bullismo, ma lo spegnimento quasi totale della forza mentale di troppi nostri ragazzi. Ragazzi senza resilienza e privi di serenità.
Proprio qui si inserisce la seconda motivazione che ci spinge a salvare la sobrietà: il fatto che con essa arriva anche la felicità.
Non era necessario che venissero gli psicologi a dirci che l’abbondanza toglie il sapore. Il proverbio già lo diceva: “Il passero ubriaco trova amare persino le ciliegie”. Lo psicoterapeuta Paolo Crepet è stato brillante quando ha scritto che “Troppo benessere genera il mal-essere: genera i gaudenti scontenti; genera il disagio dell’agio”.
Questo occorre far sapere nelle case e, prima ancor, nelle scuole che non sono i divani soffici, le poltrone rilassanti, i frullati, la pentola a pressione, i tappeti persiani, il servizio di piatti lilla, i profumi… a portare la felicità. La gioia nasce dal di ‘dentro’, non dal di ‘fuori’.
San Francesco d’Assisi, il santo della sobrietà parla a tutto tondo.

La sobrietà è giustizia

Resta una terza ragione che ci spinge a salvare la sobrietà: la sobrietà è giustizia.
È ingiusto che ogni famiglia italiana butti ogni anno l’equivalente di 450 euro di spreco. Non è giusto che un miliardo e trecento milioni di tonnellate di alimenti finiscano nelle discariche di tutto il mondo. Non è accettabile che oggi i giornali abbiano 60 pagine a fronte delle 4 di qualche anno fa!
Non è giusto che, mediamente, nella borsetta della donna europea vi sia l’equivalente di 1400 euro!
Ci vien da dire che oggi il lusso è un insulto come quello che già diceva con grande forza ai ricchi del tempo il grande padre della Chiesa, san Basilio: «Il pane che a voi sopravanza è il pane dell’affamato, la tunica appesa al vostro armadio è la tunica di colui che è nudo, le scarpe che voi non portate sono le scarpe di chi è scalzo… Le opere di carità che voi non compite sono altrettante ingiustizie che voi commettete!”.

La sobrietà è futuro

Infine, resta una quarta ragione che ci spinge a porre la sobrietà tra i primi posti della scala dei Valori: la sobrietà è futuro. Oggi gli stessi economisti cominciano a riflettere sul nostro meccanismo perverso che ci obbliga a ‘crescere’ all’infinito: il pianeta non ce la fa a reggere questi ritmi.
Dobbiamo invertire rotta! Non per nulla sta crescendo il numero dei sostenitori della ‘decrescita’.
Senza fermarci a gargarismi verbali, ma con proposte concrete.
È sobrietà preferire i due piedi e non le quattro ruote per andare a comprare i francobolli.
È sobrietà aspettare il carico pieno per fare il bucato in lavatrice: risparmieremmo molto oro bianco.
È sobrietà moderare l’uso dell’ascensore.
Di ritorno dall’India uno scrittore ha confessato: “Ho imparato a lavarmi dalla testa ai piedi con meno di mezzo litro d’acqua!”. La sobrietà si impara. Si impara riflettendo su ciò che abbiamo letto e si diffonde dando corpo alle sollecitazioni che hanno coinvolto la nostra mente e il nostro cuore.

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