COME DON BOSCO
PINO PELLEGRINO
SALVATAGGIO DELL’UMANO 3
Salviamo l’INDIGNAZIONE!
Nessun capriccio, né tanto meno nessuna arroganza, ma il dovere morale di aprire gli occhi ad una società disorientata e sonnolenta!
Il coraggio di un gesto
Lui è Mirko, nato a Copertino, in Puglia, nel 2001. A 9 anni, mentre entra in classe, sente delle risate provenire dal corridoio. Incuriosito, si avvicina a un gruppo di bambini disposti in cerchio. Al centro c’è un compagno, immobile, con lo sguardo basso e le lacrime sulle guance. Prima che Mirko possa dire qualcosa, uno dei ragazzi si avventa su di lui e gli abbassa i pantaloni. Il pianto del bambino viene coperto dagli schiamazzi del gruppo.
Il cuore di Mirko inizia a battere forte, il respiro accelera. Senza pensarci, stringe i pugni, si fa avanti e aiuta il compagno a rivestirsi. Poi affronta il gruppo: Non osate mai più fare una cosa del genere! Alcuni lo guardano increduli, qualcuno alza le spalle, altri si allontanano. Solo uno rimane fermo. Mirko si avvicina, si trovano faccia a faccia. L’altro abbassa lo sguardo e sussurra: Mi dispiace. Mirko vorrebbe dirgli tante cose, ma sceglie di fare qualcosa di più potente: lo abbraccia.
Nei giorni successivi, i due si incrociano nei corridoi. Il ragazzo gli sorride e agita la mano. Mirko ricambia, sapendo di aver fatto la cosa giusta.
Passano gli anni. A 14 anni, mentre guarda la tv, una notizia lo colpisce: una ragazza ha tentato il suicidio dopo essere stata vittima di bullismo. Immediatamente torna con la mente a quel corridoio della sua infanzia, ricordando la rabbia e la frustrazione di quel momento. Ma poi, un sorriso gli illumina il volto: ha capito che si può fare qualcosa.
Il giorno dopo, parla con i suoi compagni. Discutono, si confrontano e arrivano a una decisione: basta restare a guardare, è ora di agire.
Oggi Mirko ha 20 anni ed è il fondatore di mabasta (Movimento Anti Bullismo e Cyberbullismo), un’associazione nata per prevenire il bullismo. Con il suo team, gira per le scuole di tutta Italia per aiutare sia le vittime sia gli aggressori a cambiare rotta.
La rana bollita
“Mamme e papà, imparate dai salmoni che vanno controcorrente! Sbarazzatevi dei copioni!”: è l’invito perentorio che ci viene lanciato dallo psicoterapeuta Fulvio Scaparro.
In un tempo di unanimismo piatto, non è lecito essere neutrali: è dovere prendere posizione e andare a scuola dai salmoni che vanno controcorrente!
È dovere far emergere la collera buona, l’indignazione sana perché la terra torni a ‘produrre’ Uomini e non solo ‘gente’!
Sì, in una società che ha più auto che idee; in una società che confonde ‘vitalità’ con ‘volgarità’; in una società che conosce il prezzo delle cose e non più il loro valore; in una società sempre più virtuale e sempre meno virtuosa… ci pare che la strategia più potente sia quella di remare ‘contro’.
È chiaro, dunque: nessun capriccio, né, tanto meno nessuna arroganza, ma dovere morale di aprire gli occhi ad una società disorientata e sonnolenta!
Oggi è arrivato il tempo previsto dal filosofo spagnolo Miguel de Unamuno: «Scuotere un po’ la gente troppo tranquilla può giungere ad essere un dovere di coscienza!»
Oggi è tempo di dire basta alla nostra ipocrisia, così ben fotografata dallo scrittore Indro Montanelli: «Al mattino siamo tutti indignati. Ed anche con convinzione. Alla sera siamo tutti davanti alla televisione a guardare la partita!»
Una piccola storia lo spiega bene. Immaginate una pentola piena d’acqua fredda e dentro una rana che nuota tranquillamente. Si accende il fuoco sotto la pentola. L’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana trova la situazione piacevole e continua a nuotare.
La temperatura comincia a salire. L’acqua è calda, un po’ più calda di quanto piaccia alla rana ma per il momento non se ne preoccupa più di tanto, soprattutto perché il calore tende a stancarla e stordirla.
L’acqua ora è davvero calda. La rana comincia a trovarla sgradevole ma è talmente indebolita che sopporta, si sforza di adattarsi e non fa nulla.
La temperatura dell’acqua continua a salire progressivamente, senza bruschi cambiamenti, fino al momento in cui la rana finisce per cuocere e morire senza mai essersi tirata fuori dalla pentola.
Immersa di colpo in una pentola d’acqua a 50°, la stessa rana salterebbe fuori con un salutare colpo di zampa.
Questo esperimento è ricco d’insegnamenti. Ci mostra che un deterioramento abbastanza lento sfugge alla nostra coscienza e non suscita il più delle volte alcuna reazione, opposizione o rivolta da parte nostra. Non è forse ciò che osserviamo al giorno d’oggi in vari campi?
Dal punto di vista agricolo e ambientale, la metafora della rana ci racconta dell’avvelenamento graduale del suolo, dell’aria e dell’acqua, in modo diverso e più insidioso delle grandi e evidenti catastrofi sulle quali ci tengono aggiornati tutti i media. Sul piano sociale si osserva un declino regolare e costante dei valori, della morale e dell’etica. Di anno in anno, questo degrado avviene così lentamente che pochi fra noi si indignano.
Forse è ora di indignarci!
La collera buona
La “collera buona”, spesso definita in psicologia come rabbia sana, funzionale o generativa, è un’emozione primaria utilizzata in modo costruttivo anziché distruttivo. A differenza della rabbia cieca, questa forma di collera agisce come un segnale d’allarme interno che avvisa quando confini personali importanti sono stati superati, spingendo verso il cambiamento, l’autoaffermazione e la risoluzione dei conflitti.
Le caratteristiche e le funzioni della “collera buona”
✦ È costruttiva: Non distrugge, ma canalizza l’energia per promuovere la crescita personale o risolvere un’ingiustizia.
✦ Segnala la necessità di un cambiamento: Aiuta a riconoscere le ingiustizie e stimola a superare ostacoli, rialzandosi dopo una caduta.
✦ È gentile: Si esprime in modo calmo e civile, rispettando i confini altrui pur difendendo i propri, a differenza della rabbia distruttiva che fa scappare.
✦ Ristabilisce l’equilibrio: Permette di riaffermare la propria dignità e i propri diritti senza ricorrere alla violenza.
✦ Migliora le relazioni: Spiegare la propria rabbia (invece di essere aggressivi) permette di comunicare frustrazioni, evolvendo le relazioni anziché interromperle.
















