BS Gennaio
2026

SALESIANI

Cia Parat

Salesiano a GUADALUPA
Incontro con padre Emmanuel Petit

In Italia e nel mondo salesiano, molti non sanno dove si trova l’isola della Guadalupa. È come se fosse geograficamente periferica, ma la periferia è il cuore missionario della Congregazione salesiana. Perciò anche nei Caraibi ci sono Salesiani.

Le Isole di Guadalupa sono un gruppo di isole nel Mar dei Caraibi, che somigliano ad una farfalla e conquistano al primo sguardo. Qui le boulangeries s’alternano alle bancarelle di frutta tropicale, ed è facile vedere persone con in mano un croissant e nell’altra un sorbetto al cocco. Perché, quest’angolo dei Caraibi, è in realtà un territorio francese. E le sue due anime convivono alla perfezione.

Come dappertutto, anche questo “paradiso” ha qualche problema.

L’83% dei 378 561 abitanti dell’isola è cattolico, servito da 42 parrocchie, molte famiglie sono monoparentali e un terzo della popolazione ha meno di 20 anni. Tuttavia, il 20% dei giovani abbandona la scuola senza qualifiche e il tasso di assenteismo in Guadalupa è il più alto di tutti i dipartimenti francesi, il che è anche una conseguenza dell’analfabetismo dei giovani. Il 20% dei giovani tra i 16 e i 25 anni è disoccupato. Il 40% dei giovani lascia la Guadalupa per studiare o lavorare, principalmente per recarsi in Francia o in Canada.

Alcuni anni fa, il vescovo locale, monsignor Jean-Yves Riocreux, ha invitato i Salesiani a servire i giovani bisognosi. Aveva conosciuto i Salesiani anni prima, quando era vescovo della diocesi di Pontoise, in Francia, dove si trova la comunità salesiana di Argenteuil. In risposta al suo invito, nel 2020 l’Ispettoria salesiana “San Francesco di Sales” di Francia-Belgio Sud (frb) ha inviato i primi missionari, ai quali è stata affidata la parrocchia di “San Luca” a Braimbridge, vicino ad Abymes. Oggi la parrocchia ha una dinamica pastorale giovanile chiamata “adbg” (Les Amis de Don Bosco Gwada) e il complesso parrocchiale ospita anche “Lakou Bosco”, un centro socio-educativo per giovani in difficoltà.

Puoi presentarti?

Bel bonjou a zot tout! Così si dice buongiorno in creolo, la lingua usata nei Caraibi, dove vivo la missione salesiana già da tre anni. Sono Emmanuel Petit, francese, cresciuto in Normandia, salesiano da 10 anni ormai, e prete da 1 anno e mezzo. Però non sono missionario nel senso stretto: infatti, l’isola di Guadalupa, dove sta la mia comunità, è un «département» oltremarino francese. Quindi, faccio sempre parte della mia ispettoria salesiana europea.

Com’è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata alla fine dei miei studi di economia. La mia nonna ci ricordava spesso la parabola dei talenti del Vangelo. Questa parabola mi ha accompagnato lungo i miei studi. Quando ho avuto l’opportunità di andare a Pechino per l’ultimo anno di studio, non ho esitato, proprio per questo brano di vangelo. Poi ho trovato un lavoro a Hong Kong per due anni. Lì, il sabato, facevo un po’ di volontariato dalle suore di Madre Teresa. Una di loro, e proprio per caso, mi ha invogliato a farmi la domanda della vocazione. Mi piaceva molto il mio lavoro, ma altrettanto il servizio alla Chiesa. Entrambi erano molto stimolanti. Perciò mi sono preso ancora tre anni per discernere bene.

Perché proprio salesiano?

Durante questi 3 anni, ogni volta che cercavo di capire la mia vocazione in una direzione o l’altra, trovavo i Salesiani sulla mia strada… Ho finito per leggere la vita di questo san Giovanni Bosco che mi veniva sempre incontro, e allora tutto si è chiarito! Mi colpivano la sua spinta missionaria, la creatività piena di fede con la quale i Salesiani vanno a cercare le anime, e anche la vita in comunità. «Da mihi animas, caetera tolle» era perfetto per me.

Come sei arrivato in Guadalupa?

«Guai a me se non annuncio il vangelo» diceva san Paolo. Alla fine della mia formazione teologica, mi sono offerto per raggiungere la comunità di Guadalupa. Un po’ per sfida missionaria, un po’ per la bellezza della natura, ma soprattutto per annunciare Gesù in ambienti salesiani. Infatti, siamo proprio ubicati in un quartiere definito «prioritario» dallo Stato. E siccome è una comunità recente, c’è ancora ampia libertà per crescere.

Come si presenta il panorama dei giovani?

Guadalupa ha quasi quattrocentomila abitanti, più o meno come Bologna e ha una superficie di mille e seicento chilometri quadrati, un po’ meno della metà della Valle d’Aosta. Il tasso di disoccupazione dei giovani è tre volte più alto rispetto a quello della Francia continentale. Molti lasciano l’isola per gli studi o per il lavoro. Ne risulta un crollo demografico accelerato: durante gli ultimi dieci anni, il numero degli studenti sull’isola è diminuito del 25%. Altra difficoltà: il tasso di mortalità per violenza è il secondo più alto di tutta la Francia, e non andrà diminuendo: il traffico delle armi e della droga si va accelerando nei Caraibi. Però ci sono anche tante belle cose: come dipartimento francese, i mezzi investiti per i servizi pubblici sono pari a quelli della Francia continentale, la cultura locale è molto dinamica, un affascinante mix di cultura creola, storia coloniale, natura selvaggia e, il mio preferito, uno stile di carnevale unico in tutti i Caraibi. La fede è ancora viva, con una forte presenza degli evangelici, ma anche di spiritualità africane e haitiane.

Come sono le famiglie?

Il territorio è piccolo e la solidarietà tra famiglie è molto forte, anche per l’educazione dei piccoli. Per i migranti, una solidarietà culturale esiste tra coloro che provengono dalla stessa nazione. Ci sono altri ambienti di solidarietà: la chiesa, ma anche lo sport. Il 65% dei ragazzi è iscritto ad un club. La più grande sfida per le famiglie disagiate è resistere alla violenza delle armi o della povertà. I genitori, all’inizio di quest’anno, ci hanno detto che scelgono il catechismo per portare pace e serenità ai figli. Quindi la chiesa è ancora percepita come elemento importante. Stimo la partecipazione al 10 per cento. Perché, dopo la cresima, i ragazzi e i genitori scompaiono. Ci mancano gli oratori e questa è la sfida più grande per noi.

Come operano i Salesiani?

Per adesso, animiamo una parrocchia e, parallelamente, un centro giovanile, gestito da laici. Questo, fin dall’inizio, è stato molto apprezzato dal governo locale e dell’Unione Europea. Dopo solo 5 anni di esistenza, possiamo già permetterci 12 stipendiati. Abbiamo iniziato anche lavori di ampliamento della struttura. Non sarebbe stato possibile senza accettare la laicità richiesta dalla Francia. Io, come giovane prete, insieme a un salesiano missionario dall’Africa, don Isidore, cerco di accogliere i ragazzi interessati dalle attività della parrocchia insieme agli altri. Organizzo attività durante le vacanze con il gruppo animatore. Privilegiamo i giovani delle scuole superiori e facciamo catechesi ai ragazzi delle medie in stile oratoriano. Poco alla volta, l’ambiente oratoriano salesiano si sta costruendo anche in parrocchia. Già c’è il nucleo animatore con 6 laici e un consiglio pastorale.

Quali sono le opere più importanti?

Rendiamo grazie a Dio: dopo cinque anni di presenza, si può dire che è come se fossimo arrivati da tanto tempo! E riusciamo anche ad aiutare la diocesi: don Isidore, che era preside di cfp in Marocco prima, dà manforte per le scuole cattoliche. Don Pierre, ottantenne, è molto dinamico, ed è anche cappellano di due gruppi diocesani. C’è ancora don John, parroco e direttore della comunità.

Qual è la tua responsabilità attuale?

Con don Isidore, condivido la pastorale giovanile e il catechismo della parrocchia. Sono circa 240 i ragazzi iscritti. Poco alla volta, riusciamo a raggiungere le famiglie e a responsabilizzare i ragazzi anche nella vita della parrocchia. Il mio compito è proprio di curare tre gruppi: pre-animatori, animatori e superiori (ci sono tre licei statali a 200 metri dalla chiesa). Mi sono molto ispirato allo stile degli oratori italiani. Con gli animatori, facciamo la catechesi ogni sabato mattina in modo che i più giovani si sentano a casa. Il gruppo dei pre-animatori fa da transizione verso l’animazione, e così ogni anno si aggiungono dei giovani nuovi! Il gruppo delle superiori è ancora piccolo: spero di farlo crescere velocemente. Per adesso siamo una decina a ritrovarci per il pranzo del mercoledì e per condividere il vangelo della domenica seguente. Ho iniziato anche un altro gruppo di condivisione sulla parola di Dio con un gruppo di genitori.

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