DON BOSCO NEL MONDO

ANTONIO LABANCA

Rinascere a Cali

Fra le prime dotazioni che vengono consegnate ai ragazzi che arrivano alla Casa di Protezione a Cali, in Colombia, ci sono le divise. Sono quelle che caratterizzano i mestieri che impareranno in quella comunità, dove vengono accolti e sostenuti dai salesiani per ottenere un diploma in una delle tredici specializzazioni professionali offerte.
Alle divise quei ragazzi sono abituati: fino a qualche tempo prima indossavano quelle dei gruppi armati che tengono la Colombia sotto lo scacco della guerra interna. La loro dotazione in precedenza erano armi. Se inabili al combattimento, avevano in mano una scopa per le pulizie o un mestolo per cucinare.
A Cali indossare una divisa, dotarsi degli elementi di protezione per i laboratori e mettere in cartella i testi scolastici significa fare un passo certo dall’anonimato alla propria identità, dalla schiavitù alla libertà non solo dal punto di vista simbolico. “Tutti devono avere uguali diritti: ecco perché non puoi fare la differenza con la mancanza di materiali e di strumenti per la formazione” spiega don Jaime Dalberto Gómez Vega, rappresentante legale del Centro di formazione Don Bosco della città del sud-ovest della Colombia.
I trenta giovani, ospiti a rotazione, rientrano in un piano nazionale di reinserimento sociale ed economico voluto dal governo di Bogotà e attuato da varie agenzie educative, religiose e laiche. I salesiani hanno aperto la loro Casa a questo servizio nel 2002 e da allora, insieme con i confratelli delle città di Medellin e di Armenia, hanno riportato a vita civile circa 3000 giovani. Due terzi degli ospiti sono maschi, un terzo femmine; la percentuale di successo è dell’85% dei casi, gli altri ritornano nel vortice violento o ad una vita di marginalità.

La violenza come maestra
Le storie che raccontano questi ragazzi sono un distillato di un male senza senso e senza responsabilità identificate. I Colombiani non hanno mai avuto lunghi periodi di pace sociale e di governo stabile, salvo un tentativo (fra il 1958 e il 1974) con il quale il partito conservatore e quello liberale trovarono un compromesso fra loro per superare l’interminabile periodo detto de “La Violencia” generatosi dopo il colpo di Stato del generale Rojas Pinilla del 1953. Questo accordo costituì tuttavia uno sbarramento alla possibile alternanza al potere con i partiti progressisti, i quali si trovarono emarginati.
La componente liberale, nella quale si riconoscevano i contadini, proponeva riforme fondamentali del sistema economico a cominciare dalle proprietà terriere, ma fu frenata dall’altra componente di governo; l’accrescersi di disparità fra le classi sociali fece salire la protesta dei movimenti rivoluzionari. Nacquero le Farc, le Forze armate rivoluzionarie colombiane, e altre formazioni parallele che guadagnarono consensi e consistenti fette di territorio, fino a dividere il Paese per regioni secondo le due forze in campo: l’esercito governativo e la guerriglia.
In questa confusione fu facile il gioco delle organizzazioni criminali che fecero della coltivazione della droga il loro affare. Il personaggio di maggiore spicco fu Pablo Escobar, capace di farsi eleggere nel Parlamento colombiano per influenzare decisioni legislative e per procurarsi un’immunità sia pure temporanea, e di ordinare nel 1984 l’omicidio del Ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla che lo aveva apertamente sfidato con una battaglia politica e legale. Sull’altro fronte, lo stesso narcotrafficante si assicurava la protezione delle forze armate irregolari per garantirsi libertà di coltivazione, di trasformazione e di spedizione delle partite di cocaina verso il Nord America e il resto del mondo.
Una guerra o una guerriglia che durano decenni perdono via via le ragioni scatenanti, l’appoggio popolare e i mezzi di sussistenza. Ne deriva che per proseguire mutano la pelle, si basano su gerarchie sempre più violente, accettano finanziamenti per tacere sugli affari illeciti dei trafficanti. Venti, trent’anni dopo, coloro che furono i primi a sparare i colpi di mitragliatrice sono caduti sul campo o hanno disertato, e chi è rimasto ha cercato nuove ragioni (non più “ideali”) per combattere. E soprattutto nuovi sottoposti a cui cedere la fatica e il rischio dei combattimenti: a inizio di questo millennio le Farc si sono trovate con una generazione di combattenti che non sapeva niente delle cause scatenanti e del fine ultimo delle imboscate e delle devastazioni che attuavano anche contro i civili.
Uomini e donne sempre più giovani sono stati costretti ad arruolarsi, si è arrivati a rapire bambini e bambine di 7-8 anni per far premere loro il grilletto, per obbligarli a lanciare una bomba, per ridurli a servire un ufficiale, per offrire i loro corpi agli stupratori.
Sono questi i giovani approdati da vent’anni a questa parte nelle case salesiane a Cali, ad Armenia, a Medellin. E lì trovano chi, con il metodo acquisito dall’esperienza pedagogica partita da Valdocco e praticata dal 1890 anche in Colombia, riesce a far guadagnare loro stima degli altri e di se stessi.

Purificare la memoria
Non è facile acquistare la fiducia di ragazze e ragazzi che hanno visto nell’adulto sempre un comandante, un prevaricatore, un profittatore. Che hanno dovuto dimenticare ogni esperienza di famiglia, che non hanno incontrato un insegnante. Che sono stati costretti a scegliere quale famigliare far colpire da un sicario che doveva dimostrare “chi comanda” in un’area sottratta al potere centrale. E che qualche volta sono stati costretti loro stessi a uccidere sotto minaccia. La “scuola” che hanno frequentato con i gruppi armati (rivoluzionari immaginari) è quella della violenza allo stato puro.
Le testimonianze di questi adolescenti fanno gola a certa stampa che cerca situazioni raccapriccianti, che con una certa ambiguità raccontano imprese estreme. I salesiani cercano di proteggerli anche da queste incursioni. Raramente, e solo per sostenere i progetti di reinserimento, li preparano ad affrontare giornalisti e platee di pubblico.
Più interessante per gli stessi educatori insistere sul futuro, una volta purificata la memoria. Anche sul piano spirituale: una perdita fondamentale negli anni nella boscaglia è la propria fede religiosa che, se riemerge, è per farli sentire colpevoli senza appello. Riavvicinare a Dio ragazzi e ragazze che hanno ucciso, che portano il senso di colpa per le violenze di cui sono stati vittime, che hanno dovuto calpestare la loro coscienza per non impazzire di fronte ai gesti quotidiani di sopraffazione che hanno dovuto compiere con una pistola puntata sulla loro testa, è l’impresa decisiva per sbloccare non solo la condizione psicologica compromessa ma anche l’impasse di fronte all’intera vita. Perdonare, perdonarsi, percepire l’amorevolezza del Padre sono passi che don Bosco vuole comunicare anche ai giovani Colombiani ex guerriglieri.
Gli ospiti della Casa di protezione di Cali incontrano una squadra di professionisti che li aiuta a delineare un piano di studi e scegliere un laboratorio professionalizzante al quale accedere. Il progetto su cui i cinque salesiani del Centro Don Bosco investono è molto concreto: “I trenta giovani che vivono con noi – spiega don Jaime – beneficiano dell’aiuto delle istituzioni statali, tuttavia l’istruzione formale e l’avviamento al lavoro non hanno finanziamenti per quel che riguarda i materiali e le dotazioni personali. Per noi l’istruzione e la formazione tecnica sono pilastri fondamentali per lo sviluppo sociale dei giovani sottratti al conflitto armato: molti di loro sono entrati nelle bande guerrigliere in tenera età e non hanno avuto la possibilità di studiare”.
Le specializzazioni che il Centro Don Bosco offre non costituiscono solo un elenco di corsi ma altrettante strade che i giovani possono percorrere nel loro futuro: elettricità, meccanica industriale, motoristica per automobili e per motocicli, cucina, abbigliamento, bellezza, saldatura, sistemi informatici, contabilità, archivistica e magazzino. Il tutto condito da una ricerca delle qualità personali e delle attitudini per la migliore valorizzazione di ciascuno.
“I materiali formativi sono uno strumento di base affinché il processo di formazione di questi giovani nei laboratori possa essere realizzato secondo quanto stabilito in ogni programma” sottolineano i salesiani. “Avere i materiali aiuta e facilita l’apprendimento nell’area prescelta, così come le divise in base alla formazione ricevuta e agli elementi di protezione evitano incidenti che possono verificarsi durante la manipolazione di macchine, attrezzature o sostanze”.
Sono questi supporti alla formazione professionale che determinano il maggior costo per la gestione del progetto. Il governo, con l’Istituto colombiano di benessere familiare, procura le risorse per il mantenimento degli ospiti e supervisiona il processo interdisciplinare per la loro reintegrazione sociale (il 70% del bilancio dell’attività), ma non prevede la riattivazione dei percorsi scolastici. Nulla da aspettarsi dalle famiglie, vittime quanto loro della violenza subita e per certi versi perpetuatrici di un pregiudizio nei confronti di quei ragazzi: quando non giudicano i figli come degli irrecuperabili, esse sono sottoposte a minacce da parte di questa o quella banda armata che li considera dei traditori. Inoltre, “la maggior parte dei ragazzi beneficiari proviene da famiglie contadine povere che in molti casi non è stato possibile raggiungere a causa delle difficoltà di comunicazione e di spostamento nelle zone in cui vivono” osserva don Jaime.

Una nuova battaglia
La vita dei ragazzi nel periodo di recupero è integralmente vissuta dentro al Centro, tutti i giorni dell’accoglienza, con il sole o con la luna. Ci sono motivi di sicurezza alla base di questa scelta poiché i loro nomi non vengono cancellati dalle liste in mano ai capi guerriglia, pronti a richiamarli in servizio o a vendicarsi. Escono accompagnati dagli educatori, secondo un programma coerente con i processi che si svolgono all’interno. Ma si condividono le 24 ore soprattutto per la necessità di riabituarsi alle relazioni gratuite con i propri pari, di condividere i momenti del pasto e del tempo libero, di scoprire il senso delle regole della convivenza. La sicurezza conquistata e l’orgoglio per il percorso professionale in atto poi traspaiono dalle fotografie a cui volentieri i ragazzi si prestano indossando le loro divise di lavoro.
La residenza appartata di questo gruppo di adolescenti ha consentito loro di affrontare con la dovuta protezione anche la pandemia da Covid-19 che colpisce in maniera pesante anche la salute e l’economia dei Colombiani. Costretti a rinunciare alle loro puntate in città, si sono resi utili nell’emergenza convertendo parte nella loro attività nella produzione di mascherine: un’ulteriore conferma delle potenzialità che le loro competenze, la loro vita, possono avere per la società tormentata del loro Paese.
La battaglia per la quale si stanno preparando non sarà facile, data la crisi economica nella quale si trovano immersi, ma il 2 ottobre 2016 il popolo colombiano ha ratificato l’accordo sottoscritto dal presidente Juan Manuel Santos e dal leader delle Farc Rodrigo Londoño. Il Vaticano ha contribuito a questa svolta; il messaggio è che la Chiesa ad ogni livello sta operando per la pacificazione e per lo sviluppo della Colombia: il Papa con la sua influenza sui politici locali e sui Paesi limitrofi a Cuba; i salesiani per formare con altri uomini di buona volontà le nuove generazioni, riscattate dalla prigionia del conflitto fratricida e rimesse in corsa per costruire il loro futuro.

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