PAESI E MISSIONI
Antonio Labanca
RENZO TOMASELLO
«Sono salesiano ad Alessandria d’Egitto»
Il sistema educativo di don Bosco fatto di rispetto e coraggio non conosce frontiere.
Vuoi presentarti?
Mi chiamo Tomasello Renzo e ho vissuto 39 anni nei Centri di Formazione Professionale (cfp), prima a Muzzano-Biellese, poi a Vigliano e poi gli ultimi 18 anni ho fatto il direttore del centro di Vercelli. Ma anche noi pur essendo salesiani, quando è ora di andare in pensione dobbiamo licenziarci e lasciar spazio ai nostri collaboratori laici. Il mio successore è stato un collaboratore laico.
Un giorno, è passato un superiore di Roma che mi dice: «Cosa fai qui adesso?» Dico: «Niente». Facevo scuola ormai nei corsi degli apprendisti a Vercelli. Mi dice che ad Alessandria d’Egitto cercano dei presidi, dei capi officina e dei direttori. Responsabile dell’officina mi andava. Mi diede l’obbedienza per il Cairo, poi all’ultimo momento mi ha detto: meglio che tu vada ad Alessandria. Sono andato in prestito per 1-2-3 anni, adesso sono 16 anni che sono ad Alessandria. Che cosa faccio? Coordino l’attività dell’officina e degli istruttori dell’officina meccanica, i colleghi, gli insegnanti arabi.
Com’è nata la tua vocazione?
Sono nato in una famiglia veneta degli anni 1960, l’ultimo di sette figli, famiglie di campagna, i miei genitori erano mezzadri e quindi per i primi figli c’era ancora lavoro in campagna, per gli ultimi, come capitava in tante famiglie venete, si cercava una qualche soluzione di mandare a imparare un mestiere per fare una professione dignitosa, perché in campagna non c’era più posto. Ci sarebbe stato posto per il primo, per il secondo figlio, ma non per tutti e sette. Le ragazze si sono sposate e sono andate in un’altra famiglia. Noi maschi eravamo cinque, e noi ultimi due, Carlo e io, siamo andati a studiare dai salesiani. Come si usava allora, c’erano dei salesiani che passavano con la bicicletta, scendevano dal Vicentino, da Sant’Orso, da Schio, venivano nei paesi nostri fino a Via del Conte con la bicicletta, andavano dai parroci e chiedevano informazioni su qualche ragazzo bravo che avesse voglia di studiare. C’era anche un intento vocazionale: li portavano a Canelli, a Muzzano, a Rebaudengo, a San Benigno, a Colle Don Bosco.
Io sono andato a studiare a Muzzano: Muzzano era la casa vocazionale per coadiutori salesiani, siamo andati in noviziato in nove. Poi ho lavorato 39 anni nei tre cfp, di Muzzano, Vigliano Biellese e Vercelli. Questa dove sono ora è la quarta scuola professionale in cui lavoro da 16 anni e si chiama Alessandria d’Egitto.
Nessun rimpianto dell’Italia?
No, mi trovo bene perché sono un perito meccanico e sono apprezzato e stimato come tecnico. Risolvo i problemi dei miei insegnanti istruttori. Noi italiani abbiamo la virtù di farci voler bene all’estero.
Nel caso mio, non ho paura di affrontare un disegno anche nuovo, di fare dei lavori in officina meccanica, conosco il tornio, la fresatrice, la dentatrice. Non ho problemi tecnici di nessun genere. E quindi mi trovo bene, finché posso darò ancora una mano. Ormai ho compiuto 77 anni, per cui non ci sarà più tanto spazio ancora davanti.
La nostra scuola è anche una scuola italiana all’estero. Quindi molte caratteristiche della mia attività hanno a che fare con l’Italia.
Queste scuole erano state fondate per servire i figli degli emigrati italiani in Egitto. Adesso abbiamo solo più allievi al 99% egiziani.
Quindi il titolo di studio vale anche per l’Italia?
Sì. I nostri ragazzi hanno un titolo valido sia in Egitto sia in Italia, quindi anche in Europa. Infatti gravitano abbastanza verso l’Europa, soprattutto in questo momento. Da due anni a questa parte abbiamo delle belle iniziative che prima non si potevano fare.
Come sono i rapporti con i ragazzi egiziani?
Molto buoni per me, perché sono loro che devono imparare l’italiano, non io che devo parlare arabo, quindi sono loro che devono fare l’esame in italiano di qualifica, quindi sono loro che devono parlare italiano con me, non io che devo parlare arabo con loro.
E queste qualifiche sono utili in Egitto o è più conveniente venire in Italia?
L’Egitto è in un momento di forte crescita industriale, ma ha una disoccupazione che rasenta il 30%. Quindi i nostri ragazzi vengono in Italia con il contratto già timbrato, già fatto con la ditta che li vuole ricevere. Perché? Perché l’Italia non trova più ragazzi giovani che abbiano voglia di sporcarsi le mani, di fare i meccanici.
Sono ragazzi che staranno poi indefinitamente qui in Italia?
La maggior parte sì. Qualcuno ritorna. E se ritorna, bene, sarà un arricchimento per l’Egitto. Perché ritornano indietro delle professionalità. Cioè degli operai specializzati, degli operai che conoscono un mestiere, che possono diventare capi, responsabili di qualche attività, di qualche reparto di azienda.
Com’è la relazione con il mondo musulmano?
Noi abbiamo nella scuola materna, elementare e media solo il 20% di cristiani, copti, perché i cristiani latini sono pochissimi, sono 0-2%. Mentre i copti in Egitto sono intorno all’11-12%.
Gli altri 80% di allievi, sia al Cairo sia ad Alessandria, sono musulmani. E le famiglie musulmane ce li affidano. E se ce li affidano e abbiamo iscrizioni oltre la capienza, significa che ci danno fiducia.
E così per tutte le altre scuole religiose, sono molto apprezzate perché sono serie. Perché pretendono che gli allievi frequentino. Un difetto delle scuole egiziane è che le frequentano poco.
A livello di chiesa c’è un dialogo interreligioso?
Anche il dialogo, per tornare alla tua domanda, non è così semplice, non è così facile. Ho il coraggio di dire che c’è. Tant’è vero che a Natale e a Pasqua succede una cosa carina che prima anche io non riuscivo a capire. Le autorità musulmane vengono alla Messa di Natale e di Pasqua a fare gli auguri di buona festa.
C’è preoccupazione tra la gente per la situazione mediorientale?
Quasi quasi io vorrei dire che l’Egitto, da questo punto di vista, è uno dei paesi più stabili, tant’è vero che si dice che il presidente Al-Sisi è il più saggio fra gli altri. È vero che è un governo militare rigido, però un governo militare rigido, ma serio, e che tiene il paese in ordine.
Avete registrato qualche effetto, per esempio, dal Sudan?
Abbiamo da 5 a 9 milioni di sudanesi che sono in Egitto. Nelle chiese cristiane lasciano il segno perché sono cristiani, o copti o latini. Da questo punto di vista le parrocchie sono frequentate molto da questi sudanesi, di colore o non di colore, poi tra l’altro arricchiscono le celebrazioni con i loro canti. La lingua è un arabo comune, quello classico, e poi c’è l’arabo locale, ma tra i vari arabi locali mi dicono che si capiscono abbastanza.
L’Egitto ha subito qualche conseguenza alla frontiera con Gaza?
C’è stato un freno più forte possibile per evitare un’eccessiva immigrazione, però adesso le frontiere si sono aperte. Questo governo militare di Al-Sisi, comunque, aveva bloccato e frenato questa immigrazione ultima, quella dei palestinesi di Gaza.
E lì è una vera storia, i palestinesi sono i più bastonati, Israele fa la parte del leone con l’appoggio dell’America, come si sa, e questo non è giusto perché giustamente i palestinesi avrebbero il diritto di un paese loro, di uno stato libero, di uno stato autonomo, rispettato e non continuamente bastonato, come capita. Quindi le tensioni ci sono, in Siria in un certo modo, in Libano in altro modo.

















