BS Maggio
2024

NUOVI SALESIANI

Antonio Labanca di Missioni Don Bosco

Qui si fanno ancora SALESIANI

Oratori, scuole, parrocchie… i giovani consacrati salesiani (nella quasi totalità in precedenza “utenti” di queste strutture) si formano per essere i futuri responsabili di quelle opere. Respirata l’aria del sistema preventivo e avendolo visto applicato su di loro, se ne fanno portatori consapevoli e propositivi.

Ogni struttura umana vive se sa creare in se stessa i germi della continuità. Don Bosco se ne rese conto presto, e sottopose ai suoi “animatori” di Valdocco il progetto di diventare congregazione e di assicurare così il futuro alle intuizioni del suo metodo educativo. “Al sogno”, diciamo meglio quest’anno.

Imparare l’arte dello stare insieme, di creare curiosità nei ragazzi, di praticare uno sport, ma anche di scrivere pièce teatrali o spartiti musicali, di saper usare l’intelligenza per le arti della tipografia, della calzoleria, della meccanica… un bravo salesiano nel suo percorso formativo mette un suo particolare assortimento di studi e di esperienze per approdare al servizio con le buone premesse di successo. C’è chi è più tagliato per stare a tempo pieno sui campi di calcio e chi per suonare l’organo in chiesa, chi per insegnare materie tecniche e chi per scrivere libri e giornali: a costruire la qualità del servizio è il lungo percorso spirituale che sono invitati a fare i futuri coadiutori e sacerdoti.

Lezioni in classe e rosari nei cortili, ritiri e settimane di preghiera. Anche in questo caso, il dosaggio perfetto del tempo da dedicare ai diversi momenti è misurato sulla persona e contestualmente sulle comunità in cui viene a trovarsi. Ciò che assicura che un salesiano sia un buon direttore o un buon parroco è la preparazione teologica che il seminario gli assicura, dal momento che le sfide che si troverà davanti sono sì quelle dell’amministrazione ordinaria dei servizi ma anche le domande profonde che emergono dalle società in cui si troverà immerso. “Società” al plurale poiché il trasferirsi da un’opera all’altra, e più ancora dal Paese di origine a una terra di missione, lo mette a confronto con pensieri e costumi differenti dentro ai quali deve riuscire a far emergere la consapevolezza della presenza di un Dio amorevole.

Dunque, a mano a mano che sale l’asticella della sfida culturale, deve crescere lo slancio che lo studio e la ricerca imprimono per superarlo. Da qui l’importanza degli studentati teologici dove sperimentare, con la guida di maestri, la relazione della vita con la Parola di Dio, delle scienze umane con la rivelazione dell’Alleanza.

Dopo che don Bosco si era “appoggiato” alle facoltà teologiche delle Diocesi per garantire questa preparazione, i suoi successori hanno dovuto e potuto pensare “a case apposite per la formazione sacerdotale dei salesiani”, come raccomandò il Capitolo Generale a inizio del xx secolo. Così nel 1904 nacquero in Italia gli studentati teologici di Foglizzo Canavese (Piemonte) e di San Gregorio di Catania, in Europa quelli di Grand Bigard (Belgio) e di Campello (Spagna), nelle Americhe quello di Manga (Uruguay). Don Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore, portò a Torino lo studentato di Foglizzo, scegliendo nel quartiere Crocetta un palazzo che nel 1923 accolse 119 giovani seminaristi provenienti da diverse ispettorie, il fior fiore dei salesiani di: Argentina, Belgio, Brasile, Cile, Colombia, Inghilterra, Messico, Polonia, Jugoslavia, Spagna, Germania, Ungheria e Uruguay. “A Torino vi ho preparato una reggia” promette.

Le salde radici

A dirigere oggi la “Crocetta” è don Marek A. Chrzan; ci accoglie mostrando il busto di don Bosco al centro della hall di ingresso. È uno spazio importante questo, sotto tanti profili: qui è nata la scuola di teologia che, con il rm don Pietro Ricaldone, acquisì l’autorevolezza per convincere papa Pio XI a erigerla quale “Pontificia Facoltà teologica” nel 1931; nel 1940 raggiunse poi lo status di Ateneo (oggi la sede centrale è a Roma, con il titolo di “Università Pontificia Salesiana”).

A Torino si sono formate figure importanti della storia e dell’attualità salesiana: Juan E. Vecchi fu studente a fianco di centinaia di compagni provenienti da vari angoli del mondo, eletto Rettor Maggiore nel 1996. Anche don Stefano Martoglio, vicario dell’attuale rm, è stato studente tra queste mura. L’elenco che ci fa leggere don Chrzan è fitto di vescovi e arcivescovi, ci limitiamo qui a citare quelli che poi sono stati creati cardinali: Raúl Silva Henriquez (Cile), Arturo Rivera y Damas (San Salvador), Joseph Zen Ze-kiun (Hong Kong), Raffaele Farina (Vaticano).

Più dei nomi blasonati tuttavia – ci fa capire il direttore – è importante segnalare l’ampiezza del servizio che “la Crocetta” sta facendo ancora oggi per dare valore alla schiera di giovani salesiani che in tutto il mondo costituiscono il presente e il futuro della Congregazione.

“Gli ispettori di tutto il mondo lo considerano un centro formativo di qualità che in più ha il privilegio di trovarsi nel pieno del clima piemontese”. Ci spiega che per comprendere la storia di don Bosco è necessario portare a conoscere i luoghi in cui egli visse: ad esempio per interpretare l’importanza del vino nell’alimentazione e nella convivialità, si deve percepire l’idea di che cosa significasse per un Astigiano dell’Ottocento proporre anche a dei ragazzi un buon bicchiere di Barbera. “Io stesso” confida don Chrzan “ho compreso meglio le ‘Memorie biografiche’ trovando qui intorno le tracce della normalità della vita rurale e di quella cittadina che avevo solo sentito descrivere”. Non è solo questione di precisione storica: è che il Santo dei giovani – espunto dal contesto in cui si è mosso – non riuscirebbe a essere raccontato e apprezzato completamente. Senza vedere da vicino le piazze, i cortili, le chiese che frequentava, molti riferimenti importanti per contestualizzare un episodio o una raccomandazione di don Bosco non possono corrispondere a nessuna immagine che un ventenne di oggi possa avere presente, soprattutto se proviene da altri continenti.

L’internazionalità, in continuità con le origini, costituisce il segno distintivo di questa sede di studio. “Quest’anno sono presenti 44 studenti di 20 nazionalità diverse. Sono scelti dai rispettivi ispettori per venire qui a formarsi”. È un investimento anche economico, considerando i 3 anni di permanenza per completare il piano degli esami da sostenere per raggiungere il baccalaureato. Ci sono benefattori che li sostengono e vere e proprie “borse di studio” come quelle di Missioni Don Bosco.

La “Crocetta” è cartina al tornasole che misura l’estensione e la consistenza geografica della presenza salesiana, se si escludono gli altri poli formativi presenti in Nord e Sud America, in Slovenia o in Australia, attrattivi per le rispettive macroregioni. Torino e Roma, tuttavia, mantengono la peculiarità di offrire un servizio universale alla congregazione, il supporto alle ispettorie più recenti non ancora strutturate in tutti i settori. In definitiva, rimangono centri formativi per le situazioni che possiamo considerare complessivamente “di frontiera”.

Il tema missionario rimane come sfondo dell’opera della “Crocetta”. Vengono qui giovani che torneranno nelle loro terre di origine con un bagaglio predisposto per essere condiviso nei seminari locali; ci sono anche quelli che hanno ricevuto un mandato missionario in terre di nuova espansione, o di fresca ricostituzione, della rete salesiana. Il direttore spiega che ormai l’Europa è da considerarsi terra di missione: “C’è chi proviene dal Guatemala per andare in Bulgaria; chi dal Burundi e fa parte dell’ispettoria della Slovacchia con residenza nella Jacuzia; chi è missionario in centro Italia e proviene dall’India. Inoltre, c’è chi proviene da nazioni in guerra fra loro, come i tre arrivati da Bielorussia, Russia e Ucraina, che sperimentano una coesistenza possibile che darà qualche effetto verso i rispettivi popoli”.

Una rete di esperienze

Da buon educatore, don Chrzan osserva che per alcuni di loro si presentano gli ordinari problemi di impatto con la società occidentale: “Molti sono per la prima volta in Europa e trovano il mondo capovolto sul piano delle possibilità economiche e dello stile di relazione. I confratelli che hanno già vissuto tale choc li aiutano a fare i conti con questo. In questi casi suggeriamo di arrivare nell’estate per affrontare con più distensione la novità, mentre iniziano a prendere confidenza con la lingua italiana che è quella usata nell’insegnamento delle diverse materie”. Dopo 2-3 mesi sono in grado di affrontare le lezioni e di prepararsi agli esami.

Da questo deriva un interessante confronto dell’approccio spirituale a seconda della provenienza. “C’è sempre un’attenzione all’interculturalità” sottolinea il direttore, “certo partiamo dai testi della teologia canonica, ma poi ognuno è portato a fare una sintesi propria con riferimento alla propria teologia, africana o asiatica ad esempio. Cerchiamo di capire le differenze fra noi, e questo porta a un arricchimento reciproco”. Così anche i 14 Italiani attualmente presenti risultano molto stimolati a considerare punti di vista differenti e a interrogarsi sulla inculturazione del Vangelo nel nostro Paese.

Un modo di incontro è dato dalla condivisione del servizio che a fine settimana 38 studenti rendono nelle parrocchie, quelle collegate all’Istituto Salesiano Rebaudengo di Torino e quelle della zona pastorale della vicina cittadina di Gassino, mentre 6 restano nel complesso della “Crocetta” dove all’oratorio trovano 100 fra ragazzi e ragazze, 160 aderenti allo scautismo e 200 praticanti di diverse discipline sportive. Ritrovandosi nel concreto della relazione con i più giovani, tutti confrontano gli approcci, imparano le tecniche, perfezionano lo “slang” dei giovani. Insomma, i 44 sono una risorsa preziosa per l’animazione, mentre crescono nella loro vocazione.

E quando tornano nelle ispettorie di provenienza? “Certamente si pone la necessità di un riadattamento alle condizioni di vita e ai modelli pastorali di origine” commenta don Chrzan, “ci sono stili di comunità caratterizzati dalle culture locali, o comunque vissuti in modo diverso, soprattutto in Asia e in Africa. Li prepariamo ad affrontare la fatica di una seconda inculturazione, quella del rientro”.        

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