BS Settembre
2025

IN PRIMA LINEA

Antonio Labanca di Missioni Don Bosco

Può vincere solo LA SCUOLA

Sono 234 milioni i bambini che non ricevono un’istruzione adeguata! Sono coinvolti in situazioni di crisi e non riescono ad accedere alla scuola: sfollati con le famiglie a causa della violenza armata o dei cambiamenti climatici, vittime del pregiudizio di genere che colpisce le ragazze, abitanti di aree rurali penalizzate o dei quartieri periferici delle megalopoli.
È ad essi che si rivolgono molti dei progetti missionari salesiani.

L’antidoto alle guerre è l’istruzione

Ce ne stiamo rendendo conto mentre intorno al nostro Paese – tuttora lontano dai terreni di scontro – si stanno svolgendo guerre lampo, guerre striscianti, guerre permanenti. Il numero di quelle classificate “ad alta intensità” è di quaranta: le tabelle statistiche considerano tali quelle che generano almeno 1000 morti all’anno. Si tratta dei frammenti di quella che papa Francesco definì “la guerra mondiale a pezzi”. Gli osservatori aggiungono altri 70 conflitti a bassa o media intensità, con scontri intermittenti: guerriglie, terrorismo, persecuzioni etnico-religiose. Se ogni guerra coinvolge almeno due Stati, il numero di Paesi dovrebbe ammontare a 220: paradossalmente sono più del totale dei Paesi riconosciuti o in corso di riconoscimento a livello internazionale. Evidentemente c’è chi combatte su più fronti e solleva così gli altri Stati dall’imbracciare i fucili e dall’invadere altri con i carri armati.

Le “ragioni” delle guerre sono diverse da caso a caso, ossia gli eserciti trovano sempre un pretesto per ingaggiare combattimenti. Ma usare il termine “ragione” è una falsificazione poiché, pur nella inevitabilità dei conflitti, la soluzione “ragionevole” non è mai quella di ammazzarsi a vicenda ma quella di trovare soluzioni ai disequilibri che emergono.

Dunque, occorre tornare alla Ragionevolezza, la quale si compone della Conoscenza e del Giudizio: è quanto l’istruzione ha per obiettivo. Ecco perché essa è “antidoto” alle guerre.

I salesiani non rinunciano mai

Quando ci preoccupiamo del tema della scolarizzazione insufficiente in gran parte del mondo, percepiamo quanto sia importante l’impegno dei formatori e delle istituzioni che consentono a questi di operare. Ma solamente di fronte ai numeri possiamo capire la vastità e l’urgenza degli interventi dei governi nazionali e delle organizzazioni ingaggiate per questa sfida: sono 234 milioni i bambini che non ricevono un’istruzione adeguata! Sono coinvolti in situazioni di crisi e non riescono ad accedere alla scuola: sfollati con le famiglie a causa della violenza armata o dei cambiamenti climatici, vittime del pregiudizio di genere che colpisce le ragazze, abitanti di aree rurali penalizzate o dei quartieri periferici delle megalopoli.

È ad essi che si rivolgono molti dei progetti missionari salesiani. La scuola è un’àncora di salvezza per molte ragioni: costituisce una “parentesi” in mezzo ai conflitti, la possibilità di trovarsi con i coetanei e con gli adulti educanti, di apprendere nozioni e informazioni che aiutano a capire che cosa accade intorno. Le guerre trovano terreno fertile nell’ignoranza: il pregiudizio sui “nemici”, l’affidamento ai più bellicosi, l’accettazione della prevaricazione come fatale.

Chi si trova in una situazione di guerra o di marginalità è vittima oggi e rimarrà vittima domani se non riesce ad essere agganciato da una proposta di alfabetizzazione, di consapevolezza, di autostima.

È stato così, ad esempio, per i bambini-soldato in Africa o in Sud America: ragazzi e ragazze a 8 anni intruppati nei gruppi armati, hanno imparato ad obbedire ciecamente ai capi, ad accettare le loro violenze di ogni tipo: a non disporre, cioè, degli elementi di base per comprendere il loro stato di minorità. In quei casi, i salesiani hanno creato luoghi dove accogliere chi doveva riscattarsi da anni di soprusi e di azzeramento della coscienza, aggiungendo subito l’istruzione, l’avviamento a mestiere abilitante alla vita civile, oltre che il cibo e il tetto.

Nell’Ucraina presa di mira dalla Russia, i percorsi scolastici sono stati garantiti dall’uso intensivo della didattica a distanza. Le scuole salesiane lì presenti hanno approfittato dei momenti di allentamento dei bombardamenti per tenere aperti i portoni e per garantire l’incontro materiale fra gli adolescenti, hanno attivato oratori – sia pure in spazi ristretti – e “campi estivi” in zone sicure al fine di garantire l’indispensabile sperimentazione di quei momenti di serenità che ripristinassero gli animi altrimenti condannati alla costante angoscia di morte.

Dove la scuola è un miraggio

Come Missioni Don Bosco attesta attraverso le centinaia di progetti – conclusi e in corso – che i benefattori sostengono, non sono solo le situazioni estreme quelle in cui la presenza salesiana supplisce all’assenza delle autorità pubbliche che garantiscano alfabetizzazione e formazione scolastica pluriennale. È così che troviamo anche nelle “crisi prolungate” – come quelle del Sudan e Sud Sudan, dell’Etiopia e della Repubblica Democratica del Congo, del Medio Oriente e del Pakistan – interventi emergenziali e stabili di assistenza alle nuove generazioni.

La guerra civile in corso dal febbraio 2023 in Sudan ha portato un terzo della popolazione a lasciare le proprie case: di queste, quasi quattro milioni di persone hanno lasciato il Paese. Carenza di cibo e di cure sanitarie moltiplicano la precarietà, 17 milioni di studenti hanno dovuto abbandonare la scuola. Le crisi umanitarie diventano facilmente regionali e in questo caso ricadono sul Sud Sudan dove continua il braccio di ferro fra etnie che si contendono il governo centrale e soprattutto le aree petrolifere. Gli stessi interessi che innescarono la seconda guerra civile, il conflitto armato che durò dal 1983 al 2005 con in mezzo la grande crisi umanitaria della regione del Darfur: quasi 2 milioni di morti e oltre 4 milioni di profughi. È dal sud del Paese, che si rese indipendente nel 2011, che la popolazione fuggì verso i Paesi confinanti. Facile pensare che fra i beni personali trasportati a mano non ci sia stato posto per libri, penne e quaderni.

In Uganda, a Palabek, si è costituito uno dei più vasti campi profughi dell’Africa (85mila persone), che ha rischiato di diventare un luogo di confino nel deserto se non ci fossero stati i salesiani del luogo. Con l’appoggio dell’Onu, essi hanno costituito un presidio di accoglienza e di assistenza rivolto soprattutto ai minori. La priorità, subito dopo la distribuzione di cibo, è di riuscire a permettere loro di frequentare una scuola. Gli aiuti umanitari sono molto ridotti da qualche tempo a questa parte. In questa “terra di mezzo” (dove sono risaliti da sud anche i profughi dalla Repubblica del Congo) l’investimento sull’istruzione appare davvero “fantascienza”, e la gente lasciata nell’ignoranza risulta certamente meglio manovrabile. I salesiani hanno avviato un programma di sostegno che permette ai bambini e ai ragazzi rifugiati di frequentare le scuole primarie e secondarie delle vicine città di Gulu, Kitgum e Kamuli. Per questi studenti è un modo per tenersi lontani dai pericoli del campo, dallo sfruttamento lavorativo, dai matrimoni precoci.

I salesiani di Bangalore

Nelle strade polverose di Davangere, nel sud dell’India, il giusto desiderio dei bambini di gioco, di essere destinatari di attenzioni, di avviarsi alla conoscenza del mondo viene spezzato troppo presto. Invece delle matite, migliaia di minori stringono gli attrezzi del lavoro a cui sono costretti: nei campi agricoli, nei mercati cittadini, nelle officine insicure. Negli ultimi 25 anni oltre 2000 bambine e bambini sono stati sottratti allo sfruttamento e accompagnati verso un futuro dignitoso fatto di istruzione, crescita personale e reintegrazione sociale, che coinvolge anche le comunità attraverso attività di sensibilizzazione e campagne sul lavoro minorile.

Questo è avvenuto grazie all’impegno instancabile dei salesiani del distretto di Bangalore e al supporto della Bangalore Rural Educational and Development Society. L’intervento educativo mira in particolare ai più fragili, quelli che non hanno mai frequentato la scuola o l’hanno abbandonata. Prevede un percorso iniziale di recupero scolastico che può durare da 3 a 12 mesi a seconda della persona, al termine del quale gli studenti sono pronti a frequentare regolarmente le scuole pubbliche locali.

Angeli della Pace

Il fatto che la guerra sia contraria all’educazione scolastica, e che questa possa essere antidoto efficace a quella, è plasticamente rappresentato dall’iniziativa che i salesiani del Medio Oriente attuano dal 2015. È la scuola “Angeli della Pace” che garantisce istruzione ai bambini rifugiati, assieme a un percorso di sostegno effettuato da psicoterapeuti e logopedisti per superare i disturbi post-traumatici della guerra e dello sfollamento. Lo scorso anno il Libano ha mostrato timidi segnali di rilancio della propria economia dopo i precedenti anni di gravissima crisi che hanno portato conseguenze disastrose per i diritti umani e hanno condotto più dell’80% della popolazione sulla soglia della povertà.

L’escalation della guerra a Gaza ha coinvolto anche il “Paese dei Cedri”. L’intensificazione delle violenze ha generato un’emergenza umanitaria senza precedenti, con migliaia di morti e feriti, mentre circa 1,2 milioni di Palestinesi, Siriani, Irakeni e degli stessi Libanesi hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni in cerca di un rifugio sicuro. Centinaia di abitazioni e infrastrutture pubbliche sono state distrutte, aggravando ulteriormente la sofferenza della popolazione. La popolazione è traumatizzata dai mesi di bombardamenti e di combattimenti, dalle continue minacce di violenze, dalle migrazioni.

Tutte le scuole del Paese sono state temporaneamente chiuse poco dopo l’inizio dell’anno scolastico per ragioni di sicurezza, compresa la scuola salesiana che si trova nella periferia di Beirut, dove vive la maggior parte della comunità di rifugiati e richiedenti asilo. Ma gli insegnanti sono riusciti a raggiungerla e utilizzare le attrezzature e la connessione internet stabile per gestire le lezioni a distanza con gli studenti. Lo scorso inverno anche gli studenti hanno potuto fare ritorno nelle aule grazie al trasporto organizzato dai salesiani con otto autobus che li portano da tutte le zone di Beirut e di Jounieh. A dicembre si sono svolti gli esami del primo semestre: mai esami sono stati più graditi dagli allievi poiché costituiscono un segno inequivocabile di graduale ritorno a una normalità che significa – anche – Pace.

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