IN PRIMA LINEA
Antonio Labanca di Missioni don Bosco
PIETÀ PER L’UCRAINA
Incontro con don Mykhaylo Chaban, superiore dei salesiani ucraini
La martoriata Ucraina ha fra i suoi “buoni samaritani” l’intera visitatoria dei salesiani che – con i suoi mezzi – se ne prende cura: arriva anche dove le bandiere non possono sventolare, dove la solitudine e l’abbandono creano un silenzio drammatico.
“Praticamente viviamo senza elettricità. Ci sono solo poche ore di corrente al giorno ma, di notte, tutto è immerso nel buio”. È il racconto di monsignor Oleksandr Yazlovetskyi, vescovo ausiliare della diocesi di Kyiv-Zhytomyr. “Non avevamo mai visto una situazione simile dall’inizio della guerra”, dice. “La nostra cattedrale, ad esempio, funziona esclusivamente grazie al grande generatore che abbiamo: appena salta la corrente, il generatore si attiva. Durante il giorno non si nota molto la mancanza di elettricità. Ma la sera, Kyiv sprofonda nel buio e ciò accade non solo qui ma in tutte le grandi città del Paese”.
L’Ucraina si trova sotto una nuova ondata di attacchi russi: droni e missili colpiscono città e infrastrutture energetiche, causando vittime e blackout diffusi. Il Cremlino ha cambiato approccio, puntando su una strategia di logoramento. Solo nella notte dell’8 novembre, l’Ucraina ha subito una delle offensive più imponenti dall’inizio del conflitto. Le forze russe hanno lanciato oltre 450 droni e 45 missili, colpendo infrastrutture energetiche e centri abitati in tutto il Paese. Le difese ucraine hanno intercettato centinaia di bersagli, ma i danni restano devastanti.
Diverse regioni hanno affrontato blackout prolungati e interruzioni dei servizi essenziali. Molti quartieri della capitale sono rimasti senza luce per più di dieci ore consecutive.
“Fortunatamente il tempo è ancora abbastanza mite: non ha, cioè, ancora raggiunto le temperature gelide del nostro inverno. Per questo, negli appartamenti non si avverte ancora il gelo invernale. Tuttavia, chi usa l’elettricità per cucinare ne sente già la mancanza, soprattutto gli anziani e i bambini. Molte persone cercano di mangiare fuori, acquistando cibo da McDonald’s o da altri posti dove è possibile trovare qualcosa di pronto”. Le persone reagiscono, cercano di adattarsi usando generatori, candele o torce. “Nonostante tutto – conferma il vescovo –, la gente cerca di mantenere la calma e la speranza. Le chiese rimangono aperte, e spesso durante le ore di luce si celebra la messa o si prega insieme per la pace. Anche i sacerdoti e i volontari continuano ad aiutare chi è stato costretto a lasciare le proprie case a causa dei bombardamenti nell’est del Paese”.
A Zaporizhzhia è stato inaugurato e benedetto un forno industriale in una panetteria della città gestita dai Frati Francescani Albertini. “Le nuove attrezzature industriali aiutano molto i nostri panettieri e le persone che vengono da noi ogni giorno. Stiamo cercando di assicurarci che nessuno ci lasci senza pane”, ha detto fratel Maximilian Shmihelsky, che dirige l’opera. Il panificio può ora cuocere circa 1200 pani al giorno. Quasi 1700 persone ricevono aiuto: sono senzatetto, sfollati e famiglie che hanno perso tutto.
Ne parliamo con padre Mykhaylo Chaban a lato della sua venuta a Colle Don Bosco a inizio di settembre per partecipare alla prima professione di un novizio ucraino formatosi in Italia, a Torino negli ultimi anni. C’è anche la mamma del giovane, arrivata da Leopoli con la piccola delegazione di confratelli: molto vicina, nei suoi abiti ordinari, seduta vicino alla statua di Valdocco che ricorda Mamma Margherita, pare proprio che anche per questo la continuità con il carisma originario prosegua in questo nuovo figlio di don Bosco.
Padre Chaban, questo frutto sicuramente proviene da una semina che da tempo i salesiani stanno facendo in Ucraina.
La prima professione di ieri è stata una grande festa perché il giovane novizio è diventato salesiano. È uno dei giovani che ha conosciuto il carisma attraverso la partecipazione alle diverse attività giovanili da noi proposte: corsi per animatori, oratorio, incontri estivi.
Questo avvenimento dà anche una speranza affinché questo impegno continui, che abbia successo. In questo momento, noi salesiani cerchiamo di fare tutto quello che possiamo per la formazione nelle scuole che abbiamo, professionale e ginnasio. Abbiamo i centri per il doposcuola, una casa-famiglia, attività sportive per bambini e per le persone che hanno subito amputazioni per la guerra in corso.
Immaginiamo che sia difficile nella presente condizione riuscire a fare accoglienza e formazione.
Con la guerra che continua, vogliamo fare il più possibile per dare a questi giovani la speranza, momenti di gioia, di felicità. Questo è molto importante. Non riusciamo certo a fare al 100% quello che si poteva prima della guerra, però cerchiamo di fare il più possibile assicurando a tutti i nostri ospiti anzitutto la sicurezza.
Gli attacchi russi avvengono soprattutto di notte, però capitano anche di giorno: la protezione degli spazi in cui accogliamo i giovani, dunque, è elemento importante del servizio che noi rendiamo a loro.
Oltre alla morte c’è la distruzione delle case che crea il deserto per la popolazione.
A Lviv, nella parte occidentale del Paese, continuano ad arrivare famiglie provenienti dall’Est Ucraina. Le città e le campagne sono attaccate dalle forze russe e i profughi arrivano e cercano posti più sicuri. Vediamo tutto anche attraverso gli occhi del nostro padre Andry che continua a stare con quelle famiglie nel piccolo centro composto da case modulari che abbiamo chiamato “Mariapolis”. Qui vivono circa 250 bambini, molti anziani e tanti invalidi.
È il centro che anche i benefattori di Missioni Don Bosco hanno contribuito a creare…
Il numero degli ospiti non scende mai perché per qualcuno che va, c’è qualcuno che arriva. Come salesiani cerchiamo anche di proporre diverse attività: quest’anno siamo riusciti a portare i più piccoli in vacanza in montagna. Abbiamo cercato di dare momenti di gioia anche agli anziani, dando anche a loro la possibilità di andare in montagna per qualche giorno: è stata una cosa bella, sono stati felici di poter passare qualche giorno in un posto diverso per vivere una “botta di normalità” tra le bellezze della natura.
È vero che ci si può anche abituare a uno stato di guerra, ma questo abituarsi fa parte della tragedia.
Gli anziani ringraziavano continuamente per questa opportunità, e qualcuno si è commosso dicendo: “Guarda, in tutta la vita non ho visto mai questi momenti bellissimi vissuti con voi in montagna”.
Nella continuità forzata a Mariapolis, stiamo cercando di continuare a dare da mangiare almeno a 350 persone, le più vulnerabili: appunto gli anziani, i malati, gli invalidi, le famiglie povere con bambini. Cerchiamo di trovare i finanziamenti perché, se terminiamo questa assistenza, sarà molto, molto difficile per loro rimanere senza neanche un pasto caldo al giorno. Non potendo lavorare, non possono vivere solamente con il piccolo sostegno economico che dà lo Stato.
C’è anche il problema di uomini che tornano a casa dopo aver combattuto al fronte, che stanno male per problemi di salute e psicologici.
Hanno vissuto il dramma di vedere tante scene terribili, sono stati sottoposti anche a situazioni molto pericolose dove avrebbero potuto perdere la vita. Hanno magari subìto menomazioni. È un trauma psicologico che riguarda tutti gli Ucraini. Gli ex combattenti devono rendersi conto e farsi aiutare dalle persone che possono farlo, come psicologi, medici e sacerdoti.
Per chi torna con arti amputati, continuiamo a realizzare i percorsi di riabilitazione nel nostro centro sportivo di Lviv, dove è nata anche la squadra di calcio che partecipa a tornei specializzati anche in Polonia, oltre che nel resto dell’Ucraina.
Si deve provare a ricostruire una “normalità” anche per loro.
La gente in Ucraina vuole tornare alla vita normale, cerca di fare di tutto per avere una vita almeno per un attimo dignitosa. Si continua a lavorare nelle zone meno colpite, ma la gente sta lavorando anche nelle aree dove magari la terra può essere minata: si smina e si riprende.
In generale non c’è un problema di sottoalimentazione, che invece ha chi non ha soldi per comprare: per questo noi salesiani continuiamo a portare i viveri ogni mese nelle zone di frontiera. Con l’aiuto delle procure missionarie, continuiamo a mandare i pacchi grazie ai nostri padri Oleg e padre Gregory. Fra i volontari che preparano quei pacchi, è importante ricordare che ci sono anche i bambini ospiti della nostra casa-famiglia di Lviv, che molti benefattori sostengono da qualche anno.
I pacchi partono da Lviv con il furgone acquistato con gli aiuti anche dall’Italia?
Con il furgone, sì. Percorrono quasi 1000 km per la sola andata e danno i pacchi ai poveri dei paesi che sono più colpiti, che stanno ancora subendo gli attacchi missilistici e dei droni kamikaze ogni giorno. Sono intere famiglie che, non avendo lavoro, non avendo niente, non possono permettersi di comprare. Abbiamo creato il servizio per aiutare quelle famiglie a superare questo momento difficile, anche con un sostegno psicologico.
I vostri cappellani continuano ad andare anche al fronte?
Sì, continuano ad andare.
CON LA PAURA DENTRO
(Foto dal profilo fb di suor Oleksia Pohranychna)
“Ai potenti del mondo, noi gridiamo: fate finire la guerra il più presto possibile!”. È l’appello rotto dall’emozione di suor Oleksia Pohranychna, religiosa di Kharkiv che il Sir ha raggiunto telefonicamente a poche ore dal terribile attacco russo con droni sulla città che ha colpito un asilo privato, ferendo alcuni bambini. La religiosa si trova fuori città con un gruppo di bambini piccoli e mamme. Ma le notizie arrivano anche qui e sconvolgono. “Per fortuna – dice la religiosa – i bambini sono riusciti a scendere nel rifugio sotterraneo, ma le esplosioni erano fortissime. Anche le educatrici, tutti, si sono spaventati tantissimo. La Russia non si ferma mai, sta causando disastri uno dopo l’altro”. La guerra purtroppo non si ferma neanche di fronte a luoghi come asili, colpendo i bambini. “Purtroppo loro vivono dentro la guerra”, commenta suor Oleksia. “L’infanzia è quella fase della vita in cui i bambini dovrebbero correre, giocare, ballare, uscire senza paura… Invece vivono con la paura dentro. Quando sentono il rumore dei droni, si spaventano. Quando vanno a dormire la sera, temono di doversi svegliare al suono degli allarmi. Hanno sempre paura che possa succedere qualcosa. Spesso i bambini mi chiedono: Hai sentito l’esplosione? Hai avuto paura? Io rispondo di sì, e loro mi guardano e mi dicono: “Anch’io ho avuto paura”.
Cosa direbbero questi bambini ai grandi della Terra oggi? “Direbbero che vogliono che la guerra finisca”, risponde senza esitazione la religiosa. “Direbbero: vogliamo vivere in pace, tranquilli, gioiosi, senza la paura che possa arrivare un missile o una bomba o che qualcosa esploda anche mentre giochiamo. Questo è il messaggio dei bambini ai grandi della terra: che la guerra finisca il prima possibile. Anche noi vogliamo vivere a casa nostra, andare sereni a dormire senza la paura che una sirena ci possa svegliare. I potenti del mondo giocano. Ma in mezzo ci sono persone che non c’entrano niente. Ci sono bimbi che non ricordano come era la vita quando c’era la pace, perché sono nati e cresciuti in tempo di guerra. E tutto questo non è giusto”.
“Si sente molta stanchezza, ma anche una profonda fede: la convinzione che Dio non abbandona nessuno e che la solidarietà tra le persone è più forte della paura.”

















