BS Dicembre
2025

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

Per ritornare umani LA SFIDA DELLA PACE

Quale sfida si pone oggi, per le nuove generazioni che, affacciandosi all’età adulta, sono chiamate a farsi carico di queste contraddizioni, prendendo posizione – ciascuno nel proprio piccolo, ma anche come cittadini del mondo – di fronte al «suicidio della pace», per parafrasare il titolo di un libro di recente pubblicazione?

«Si vis pacem, para bellum». Se vuoi la pace, prepara la guerra! In una congiuntura storica come quella che stiamo vivendo, in cui assistiamo atterriti e impotenti al riaccendersi di vecchi conflitti e all’aprirsi di nuovi fronti di guerra, in un contesto sempre più “normalizzato” di violenza dilagante e di infrazione del diritto internazionale, sembrano tornate tristemente in auge – nella politica non meno che nel dibattito pubblico – le argomentazioni a favore del riarmo e di una riscoperta dello “spirito bellico”, quali mezzi imprescindibili di difesa della nostra democrazia, della nostra civiltà e dei nostri valori. Con il più tragico dei paradossi, ci viene detto da più parti che, se vogliamo salvaguardare la “nostra” pace, dobbiamo armarci ed essere disposti a derogare a quel radicale ripudio della guerra che – dopo gli orrori di due conflitti mondiali – appariva ormai come una solida conquista alla base dei nostri principi costituzionali. E mentre, come ha scritto di recente Tomaso Montanari, il nostro “civilissimo” mondo occidentale è sempre più pervaso e attraversato da un «terribile amore per la guerra», la parola d’ordine della pace, da pietra angolare delle relazioni tra Stati, tende a essere sempre più relegata nell’orizzonte dell’“utopia” e del mero “ideale”.

Come fare, allora, per contrastare una simile narrazione? Quale sfida si pone oggi, per le nuove generazioni che, affacciandosi all’età adulta, sono chiamate a farsi carico di queste contraddizioni, prendendo posizione – ciascuno nel proprio piccolo, ma anche come cittadini del mondo – di fronte al «suicidio della pace», per parafrasare il titolo di un libro di recente pubblicazione?

Certo, non è facile rispondere a una domanda come questa, che chiama in causa i valori portanti e le fondamenta stesse della nostra società democratica, il nostro senso del bene e del male, ma anche la radicata convinzione che la guerra appartenga alla “natura” dell’uomo, che sia inscritta nel nostro dna originario e che, dunque, la ricerca della pace non rappresenti altro che il tenace quanto velleitario tentativo di negare questa inclinazione originaria dell’essere umano. Per non parlare delle esibite giustificazioni religiose di cui spesso i conflitti si fanno scudo, che ci spingono a interrogarci sul drammatico controsenso di una fede che, mentre condanna apertamente l’uso della forza e la violenza, sembra poi legittimarne il ricorso quando a essere in gioco è la difesa del “proprio” Dio contro forme differenti di religiosità.

Risulta, inoltre, quanto mai paradossale affidare il compito di “custodire la pace” a una generazione che appare travagliata da profondi conflitti interiori, dalla difficoltà di riconciliarsi con le proprie fragilità e sofferenze, dalla fatica di costruire relazioni cordiali e di non-belligeranza nei propri molteplici ambiti di vita. Il cammino verso l’adultità è, infatti, spesso costellato da contrasti dolorosi, inquietudini laceranti, piccole e grandi battaglie che rendono quanto mai impegnativo fare esperienza di un’autentica dimensione di pace. E va da sé che chi non sa amministrare le proprie contraddizioni interiori e rinunciare a fare appello alla logica dello scontro nei rapporti che intrattiene con chi gli sta intorno, difficilmente potrà candidarsi a essere un operatore di pace nel mondo.

Eppure, proprio la sfida quotidiana di costruire e ricostruire la pace dentro di noi e nelle relazioni con gli altri, di fare i conti ogni giorno con la fatica di scegliere la via del dialogo e della mediazione in luogo di quella dell’aggressività e della prevaricazione, può diventare una preziosa palestra per allenarsi con perseveranza e ostinazione a “fare la pace”, che è qualcosa di più che limitarsi semplicemente a pensarla, a invocarla o a sostenerne le ragioni, perché implica la disponibilità ad agire concretamente per realizzarla, a partire dai piccoli gesti di gentilezza e umanità nei confronti delle persone che abbiamo accanto.

E, se è vero che, di fronte a questo mondo che «va all’inferno» e in cui le guerre divampano come incendi inestinguibili, un individuo da solo può fare ben poco, è altrettanto vero che, se ognuno si impegnasse davvero a compiere atti di pace e a ritornare umano riconoscendo nel volto dell’altro, di ogni singolo altro, la presenza di Dio che torna a farsi carne per esortarci all’accoglienza e alla compassione, forse allora anche la pace tornerebbe di nuovo ad abitare in mezzo a noi.

One, two, three, four
Sia benedetto il Signore Gesù Cristo,
che se fosse nato oggi non l’avremmo neanche visto:
perso nel Mediterraneo su una barca in mezzo al mare,
a portare un po’ di fiori sulla tomba di suo padre.
Sia benedetto anche il povero Maometto
diventato, suo malgrado, il complice perfetto
per un gruppo di bambini disillusi ed affamati
che reclamano attenzione vestiti da soldati.
È inutile stare fermo mentre il mondo va all’inferno, credimi, prendimi la mano e andiamo
verso un mondo più lontano,
dove troveremo l’uomo,
dove troveremo il modo
per risvegliarci
e ritornare umani…
Sia benedetta l’energia delle persone
che si abbracciano lo stesso anche senza religione;
quelli che lo sanno ancora cosa è bene, cosa è male,
senza che ci sia un padrone a doverglielo spiegare.
Ma è inutile, c’è un incendio
e stai pisciando controvento…
Capita, prendimi la mano e andiamo
verso un mondo più lontano,
dove troveremo l’uomo,
dove troveremo il modo
per respirare un po’,
per ritornare umani…
Evenu Shalom Aleichem,
Evenu Shalom Aleichem…

(Brunori Sas, Benedetto se tu, 2020)

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