BS Settembre
2025

MISSIONARI

Sofia Matera

Paraguay.
DON GIUSEPPE ZANARDINI

Ha provato a dimostrare che, semplicemente, “Dio ha parlato e parla ad ogni popolo nella cultura di appartenenza”.

“Qual è il futuro riservato ai popoli indigeni?”. La domanda pronunciata da san Giovanni Paolo II, durante la visita in Paraguay nel 1988, è ancora attuale.

Lo sanno bene in un Paese di sei milioni di abitanti dalle grandi contraddizioni. All’ultimo posto della scala sociale troviamo proprio gli indigeni. Basti pensare che veniva assegnato il congedo militare come premio ai soldati che uccidevano i “Mori”: così, infatti, erano chiamati i temuti indigeni Ayoreo, che vivevano come cacciatori nella selva.

Gli indios, come scrisse l’antropologo Miguel Chase Sardi, sono conosciuti “per quello che non sono, non per quello che sono; per quello che non hanno, non per quello che hanno”.

Solo nel 1962 i primi gruppi Ayoreo uscirono dalla selva, deposero le armi e si presentarono a Fortin Baustista dove c’erano i missionari. Il Vicariato apostolico del Chaco comprese la situazione di questi primi gruppi Ayoreo (vivevano di caccia, ma la fauna scarseggiava) e comprò un lotto di terra di circa 20mila ettari, dove fondò, sopra il fiume Paraguay, la prima missione Ayoreo chiamata Puerto Maria Auxiliadora.

La saggezza degli Ayoreo

In questa storia si inserisce quella del salesiano bresciano don Giuseppe Zanardini, ottavo di 10 fratelli (tra cui il compianto don Giorgio), che nel 2025 ha festeggiato 50 anni di ordinazione, 47 li ha vissuti in Paraguay. Ingegnere chimico e antropologo, non si è risparmiato. Ha scelto di stare dalla parte dei più poveri. Dal 1978 al 1984 ha diretto ad Asunciòn la Scuola Tecnica salesiana dove i ragazzi possono apprendere un mestiere.

Nel 1982 ha intrapreso la costruzione dei villaggi nella periferia della capitale per i “baraccati”, coinvolgendo e responsabilizzando, anche economicamente, i proprietari. Avvalendosi delle sue competenze di ingegnere e dell’aiuto economico di sostenitori bresciani suoi conterranei, padre Zanardini è riuscito nel 1985 a far costruire dodici villaggi per centinaia di famiglie indigene che fino ad allora vivevano in catapecchie definite dallo stesso Vescovo di Asuncion, “peggiori di quelle degli animali nelle stalle”.

Se nel suo “primo tempo” si è concentrato sulla progettazione di case dignitose, nel “secondo tempo”, dal 1985, ha sposato la causa degli indios, vivendo con loro, in particolare con la comunità Ayoreo. Ha investito nella formazione dei maestri indigeni per non disperdere conoscenze e valori. La società contemporanea, oggi, ha ancora più bisogno della “sabiduria”, della saggezza, di popolazioni che hanno sempre sviluppato un rapporto di cura del creato. Il suo contributo ha permesso a livello legislativo la creazione di scuole indigene con un’autonomia in termini di programmi e di orari, formando, con corsi biennali, docenti indigeni.

Si raccolgono i frutti di questa lungimiranza. Tra gli Ayoreo, possiamo, ad esempio, festeggiare il primo laureato in Scienze della Salute.

Consigliere del ministro

Sul territorio ci sono 20 differenti popolazioni suddivise in 400 comunità per 120mila persone. La nazione fatica ad accettare la realtà multiculturale e a ritrovare in essa le proprie origini, anche se la Costituzione del 1992 “riconosce l’esistenza dei popoli indigeni, definiti come gruppi di cultura precedente alla formazione e organizzazione dello Stato paraguayano”.

“Il virus etnocentrico – afferma don Giuseppe – colpisce una parte della società che si sente superiore ai popoli indigeni, essendo incapace di riconoscere le diversità culturali”.

Don Zanardini è stato uno degli artefici nel 2007 della legge di educazione indigena. Uno dei risultati, anche se il processo è lungo, è stata l’attivazione di 400 scuole indigene dove nei primi tre anni si impara la lingua materna: l’alfabetizzazione nella lingua materna permette di non disperdere un patrimonio importante relegato alla sola tradizione orale. È stato chiamato dall’Università Cattolica di Asunción come professore di Antropologia Sociale e Direttore del Centro di Studi Antropologici della stessa Università e come direttore delle due prestigiose riviste Suplemento Antropologico e Estudios Paraguayos della medesima Università.

Don Zanardini, attraverso gli articoli pubblicati sui giornali, le interviste alla radio e in televisione, ha cercato di sensibilizzare i cittadini sui diritti ancestrali dei popoli indigeni. E ha provato a dimostrare che, semplicemente, “Dio ha parlato e parla ad ogni popolo nella cultura di appartenenza”.

Grazie al suo impegno, nel 1992, si arrivò per la prima volta nella storia del Paraguay indipendente, all’approvazione nella nuova Costituzione di un capitolo dedicato ai diritti collettivi dei popoli indigeni. Ha tenuto conferenze in tutti i Paesi dell’America Latina e dell’Europa e così pure in Turchia, in India, in Russia, in Cina, in Giappone, in Australia e in Angola.

Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali. Il suo cursus honorum è ricco. È consigliere del Ministro della Pubblica Istruzione del Paraguay per le scuole indigene e Coordinatore di una Rete Multiculturale che comprende i Ministeri della Pubblica Istruzione di dieci nazioni dell’America Latina. È membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Indigenista del Paraguay. È Accademico di Numero dell’Accademia Paraguaiana della Storia e così pure delle Accademie della Storia della Spagna, del Brasile, dell’Argentina e della Colombia. È anche consigliere del wwf (World Wildlife Fund) per l’America Latina. Ha partecipato al Cop26 di Glasgow (United Nations Climate Change Conference) e ha scritto una ventina di libri con contenuti etnografici, analisi mitologiche e problematiche indigene.

Grazie al progetto “Studiare con Beppe”, ha curato la pubblicazione, in quattro volumi, del primo dizionario in quattro lingue (ayoreo, spagnolo, guaranì e portoghese). Sempre grazie all’associazione, voluta da Sofia e Guido Amato in ricordo dell’amato figlio morto nel 2020 all’età di 52 anni, vengono raccolte ogni anno delle borse di studio per permettere a chi non ha le possibilità economiche di proseguire il percorso scolastico nelle scuole superiori ed anche in università nella facoltà di scienze della medicina. Da una tragedia può nascere la speranza.

LA MIA STRANA VOCAZIONE

«Mi sono fatto salesiano per mezzo del Bollettino Salesiano. Non sono mai stato in Scuole o Parrocchie salesiane. Son cresciuto in ambienti parrocchiali con preti diocesani, nell’Azione Cattolica e quando ero universitario nella FUCI. Ma da giovane arrivava a casa il Bollettino Salesiano e vedevo le notizie di che cosa facevano i salesiani nel mondo: ricordo molti servizi sui viaggi di don Ziggiotti in America tra gli indios. E questi popoli mi entusiasmavano e suscitavano in me il desiderio di conoscerli da vicino, diventare salesiano e fare qualcosa con loro. Quindi un giorno parlai con il direttore dei salesiani di Brescia, don Sangalli, che mi diede il libro delle Costituzioni Salesiane. Mi disse di leggerle, e se mi piacevano di prendere decisioni. Fu così che dopo pochi mesi entrai nel Noviziato di Missaglia senza avere mai passato un giorno intero in una Casa Salesiana. Strana vocazione! E nel 1978 sono partito con grande entusiasmo per il Paraguay, dove mi aspettavano tre settori di lavoro salesiano: la formazione professionale di giovani lavoratori con le scuole notturne, poi la costruzione di case popolari per senzatetto mediante il sistema della autocostruzione con l’aiuto reciproco e finalmente i popoli indigeni.

Sono andato a vivere con gli indigeni della selva Chaquena, che è la parte occidentale del Paraguay a ovest del grande fiume Paraguay che attraversa tutto il paese dal nord al sud dividendolo in due parti assai diverse geologicamente e culturalmente. Nella foresta vissi con gli indigeni e come gli indigeni per un bisogno di sentirmi povero, semplice, umile e disposto a condividere la loro vita con le angustie, speranze, delusioni e progetti.

Gli ayoreo sono l’unico popolo del Cono Sud di America che ha ancora piccoli gruppi di persone non contattate da nessuno, che vivono come migliaia di anni fa nella profonda selva. Non hanno contatti neppure con gli altri ayoreo che vivono nei villaggi stabilmente. Sono nomadi in cerca di spazi sicuri che si riducono sempre di più a causa della tragica deforestazione galoppante. Questi indigeni ci insegnano tante cose: anzitutto hanno una profonda spiritualità, tutto ha riferimento all’esistenza di un Essere Superiore che è origine e fonte di tutto e che, mediante speciali riti e pratiche, mantiene l’universo, le persone e tutta la realtà in armonia e pace. Ci insegnano la semplicità, l’essenzialità, la non accumulazione di beni materiali, la solidarietà, il valore della persona, della famiglia e del clan, il rispetto per gli animali, le piante, la terra, l’acqua, l’aria. Inoltre sono popoli molto allegri, amanti dell’armonia e della pace. E quando ci sono alcuni problemi sanno risolverli mediante lunghe conversazioni in assemblee generali dove si nota il desiderio di arrivare a un consenso generale per non dividere il gruppo in due parti, cioè quelli che vincono e quelli che perdono».

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