LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
PAPA LEONE XIII e don Bosco
L’elezione di papa Leone quattordicesimo ci invita a sospendere la serie di letture missionarie per fare memoria di come don Bosco abbia vissuto e descritto l’elezione nel 1878 di papa Leone tredicesimo (1810-1903), l’ispiratore del nuovo pontefice.
Don Bosco non ha dovuto correre a Roma, come tanti, né per i funerali di Pio IX, né per l’elezione del successore Leone XIII: si trovava infatti in città dal 22 dicembre 1877 – vi si sarebbe soffermato fino al 26 marzo 1878 – dunque poté “assistere” tanto alla morte di Pio IX il 7 febbraio 1878, quanto al conclave che elesse il successore il 20 febbraio. Del conclave si era interessato personalmente alcuni giorni prima presso il Ministro dell’Interno, Francesco Crispi, che gli aveva garantito la piena libertà di svolgimento dell’assise cardinalizia a Roma, nonostante il gravissimo contenzioso aperto dal 1870 fra la Santa Sede e il Regno d’Italia.
Il 20 febbraio con soli tre scrutini da parte dei 61 cardinali (tre assenti) fu eletto papa il vescovo di Perugia, cardinale Gioachino Pecci. Non ci fu nessuna sorpresa: il cardinale Camerlengo entrò in conclave papa e uscì papa.
Don Bosco subito prese carta e penna e due giorni dopo gli fece pervenire la lettera di felicitazioni e di ubbidienza a nome di tutta la Congregazione salesiana: “Beatissimo Padre, La elezione straordinaria di V. S. a capo supremo della Chiesa riempì tutti i cattolici della più grande consolazione. A tanti figli adottivi umilmente, ma nel modo più affettuoso e rispettoso si associano i Salesiani, o religiosi della pia Società di S. Francesco di Sales.
Questa congregazione è stata consigliata, diretta, approvata dalla veneranda memoria di Pio IX, ma ha tuttora grande bisogno della protezione di V. S. affinché possa conseguire la stabilità necessaria a promuovere la maggior gloria di Dio.
Tutti prostrati ed uniti in un cuore solo ed in un’anima sola venerano, riconoscono il Successore di S. Pietro, il Capo supremo della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo nell’augusta persona di V. S.; tutti i Salesiani e i fanciulli loro affidati con affetto figliale offrono fatiche, cuore, sostanze e vita, sia in Europa sia nelle missioni estere, qualora V. S. giudichi di servirsi dell’opera loro.
Colla massima venerazione e con inalterabile attaccamento dimandano l’apostolica benedizione, mentre a nome di tutti per la prima volta ha l’incomparabile onore di potersi prostrare ai piedi / Di V. S. Aff.mo Obblig.mo Figliuolo/ Sac. Gioanni Bosco/ Rettor. Magg. dei Salesiani della Congregazione Salesiana.
Un sincero augurio dunque, un sacro impegno da parte di tutta la Congregazione, ma anche una velata richiesta di protezione. Ne aveva bisogno.
Don Bosco sarebbe poi stato ricevuto in udienza particolare il 16 marzo e negli anni successivi varie altre volte. Indimenticabile è quella del 5 aprile 1880 nella quale il papa gli affidò la costruzione della chiesa del Sacro Cuore presso la stazione Termini. Don Bosco accettò, ma dovette convincere il riluttante e prudente suo Consiglio Generale a confidare nella Provvidenza per trovare l’enorme quantità di denaro che sarebbe occorso. Sette anni dopo, il 17 maggio 1887, quattro giorni dopo una nuova udienza (sarebbe stata l’ultima) gli indirizzò il seguente scritto:
“Beatissimo Padre, Io parto da Roma altamente soddisfatto per la caritatevole e veramente paterna accoglienza fattami dalla Vostra Santità. La chiesa e le scuole del Sacro Cuore sono attivate, gli abitanti di questo popolatissimo quartiere possono comodamente compiere i religiosi loro doveri. Devesi compiere l’ospizio pei poveri orfanelli e se Dio mi dà vita speriamo di ultimarlo [sarebbe invece morto mesi dopo]. Abbiamo eziandio da saldare la spesa della facciata della chiesa. Se Vostra Santità potesse in tutto o in parte venirci in aiuto pel residuo di L. 51.000 le nostre finanze sarebbero regolate. Tutti i nostri orfanelli in numero di 250.000 pregano ogni giorno per la conservazione in buona sanità della Santità Vostra, per cui tutti lavoriamo di cuore. Compatisca questa mala scrittura; umilmente prostrato dimando per tutti i Salesiani la benedizione/ Della Santità Vostra/ Obbl.mo figlio/ Sac. Gio. Bosco/ Rettore”.
Non si può non ricordare che papa Leone XIII era stato il promotore della Concordia fra il vescovo di Torino monsignor Lorenzo Gastaldi e don Bosco, dopo un decennio di contrasti e dissapori.
Il conclave
Salito al soglio pontificio Leone XIII, don Bosco tornò a Torino. Non perse tempo e in autunno era in grado di dare alle stampe due volumetti delle “Letture cattoliche” per complessive 288 pagine con il titolo “Il più bel fiore del collegio apostolico, ossia la elezione di Leone XIII con breve biografia dei suoi elettori”. Nell’introduzione così motivava il suo intento:
“Ad un avvenimento così solenne, così importante tutti i Cattolici sarebbero lietissimi di potersi trovare presenti, vedere, osservare e notarne tutte le particolarità. Ma ciò essendo possibile soltanto ad un piccolo numero, io credo di fare a tutti cosa grata, esponendo qui con particolari circostanze questo atto straordinario… Ciò fo tanto più volentieri, perché espongo cose, delle quali fui testimonio oculare… Io pertanto esporrò le cose che precedettero ed accompagnarono la elezione del novello Pontefice Leone XIII…”.
E nei successivi 13 capitoli tracciava l’origine dei conclavi, la terminologia in uso nelle cerimonie, un minuzioso resoconto delle fasi del conclave appena tenuto, dei cenni biografici del nuovo papa e in appendice un brevissimo profilo dei 63 cardinali elettori. Lasciamo ai nostri elettori la facile lettura on line del testo donboschiano: vi troveranno in abbondanza le informazioni sul conclave di cui siamo stati inondati noi un secolo dopo dai moderni mezzi di comunicazione di massa. Né più, né meno, ad eccezione degli alloggi dei cardinali e della attrezzatura della Cappella Sistina come si evince da questa breve citazione:
“Chi in que’ giorni fosse capitato in Vaticano avrebbe veduto un numero grande di muratori, di scalpellini a mettere in ordine mattoni, pietre e calce per chiudere i portici di quel cortile, mentre altri tiravano su dei muricci per dividere le sale e ridurle in piccole cellette. Chi dirigeva tutti quei lavori era un uomo già assai conosciuto per la sua rara pietà e per la sua singolare attitudine nel maneggio de’ grandi affari. Quell’uomo era il Camerlengo di S. Romana Chiesa, era il Cardinale Gioachino Pecci. Tutti erano maravigliati alla perizia, alla fermezza e prontezza con cui dirigeva quelle svariate operazioni. Fu appunto allora che taluno cominciò a dire che lo zelo, la scienza, la pietà del Cardinale Pecci avrebbero formato le doti di un Gran Pontefice”.
















