BS Settembre
2022

DON BOSCO NEL MONDO

Kirsten Prestin (Foto Don Bosco Mission Bonn/ XMED Medellin - Traduzione di Marisa Patarino)

Colombia Una vita nuova grazie a don Bosco

L’esplosione di un missile rimbomba a Kiev e in un villaggio in Sudan non sanno se ci sarà pane per domani. Intanto almeno dieci milioni di bambini sono condannati a morte.

Le organizzazioni dei missionari sono come Davide contro Golia.

Domenico Quirico è un giornalista famoso, che è stato anche a lungo in prima linea e anche prigioniero, ha tentato di far fare ai lettori un esame di coscienza: «Ho accostato due numeri lo ammetto quasi inconsapevolmente nel deserto di questo secolo nero. Numeri di soldi. Da una parte la cifra che il presidente Biden ha annunciato per finanziare un nuovo massiccio invio di armi all’Ucraina per fermare la violenza dei russi: un miliardo di dollari. Dall’altra quella che il Pam, il programma mondiale per l’alimentazione, affannosamente invoca, senza esito, per impedire il disastro umanitario in una delle tante piaghe del mondo che si contorce per la fame, il Sud Sudan: quattrocento milioni di dollari…

I soldi per la guerra appaiono in pochi minuti: vogliamo mille cannoni, mille cannoni! A pronta cassa! L’assegno è pronto, le fabbriche di armi lavorano giorno e notte, si lucida si monta si assembla si spedisce. Perché gli obici che finiranno nelle trincee devono essere rimpiazzati, o meglio ancora, sostituiti da ordigni più potenti. Il denaro circola, l’economia si rimbocca militarmente le maniche, è il welfare internazionale del cannone».

Che mondo è questo che tra pane per gli affamati e cannoni sceglie i cannoni?

Della guerra si sa tutto. Degli altri si sa poco. Non hanno accesso alle televisioni, sopportano con rassegnazione e silenzio le piaghe perpetue del loro martirio, vagano esausti per i loro deserti, assediati da siccità e inondazioni, scontri etnici, rincari del prezzo dei cereali e dalla maledizione di una colpa nascosta. Quei quattrocento milioni sarebbero almeno una piccola consolazione per chi non ha neanche più le lacrime per piangere.

Il motore della fame

Se avessimo la volontà di capire, qualcosa sapremmo. Una combinazione letale di conflitti, crisi economica derivante dal Covid e cambiamenti climatici ha aumentato il numero di persone in insicurezza alimentare acuta in 53 paesi del mondo a 193 milioni, secondo il Rapporto globale sulle crisi alimentari 2021, reso pubblico mercoledì. Questa cifra rappresenta un aumento di circa 40 milioni di persone in più che soffrono di fame grave rispetto al 2020.

La guerra è, senza dubbio, uno dei grandi motori della fame nel mondo. Solo sei paesi che soffrono di qualsiasi forma di conflitto rappresentano l’80% dell’aumento dell’insicurezza alimentare acuta dal 2016. Si tratta della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dell’Afghanistan, dell’Etiopia, del Sudan, della Siria e della Nigeria. In effetti, le peggiori crisi nutrizionali del mondo nel 2021 sono state vissute in questi paesi, insieme a Yemen, Sud Sudan, Pakistan e Haiti. Il rapporto ricorda che in questi 10 territori ci sono 134 milioni di esseri umani che soffrono “una fame così grave che rappresenta una minaccia immediata per i mezzi di sussistenza e la vita delle persone e che minaccia di scivolare nella carestia e causare morti diffuse”.

L’aumento dei prezzi minaccia la popolazione dei paesi più svantaggiati. Complici anche le difficoltà di approvvigionamento dovute alla situazione internazionale, una grave emergenza alimentare sta colpendo numerosi Paesi africani. Si tratta di un pericolo concreto per la vita di milioni di persone nell’intero continente.

Il rapporto globale avverte che questo conflitto sta già avendo “impatti devastanti” per la fame nel mondo a causa dell’interconnessione e della fragilità dei sistemi alimentari. In particolare, la dipendenza dalle importazioni di cereali o di fattori di produzione agricoli e la vulnerabilità all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità sono più pronunciate in quei paesi che già soffrono di crisi alimentari. La Somalia, la Repubblica del Congo e il Madagascar sono un esempio da manuale: acquistavano quasi tutto il loro grano dalla Russia e dall’Ucraina, una fornitura che ora è stata interrotta.

Sebbene la carenza del prezioso cereale non si sia ancora stabilizzata sui mercati internazionali, il suo fantasma ha già innescato i prezzi. L’aumento è pari al 27% nell’ultimo mese, più concentrato dall’inizio dell’offensiva russa giovedì scorso. I due paesi in guerra rappresentano quasi il 30% delle esportazioni globali. E tutto indica che una miscela di soffocamento sanzionatorio in Russia e incapacità produttiva in Ucraina causerà un drastico calo del grano disponibile. Altri prodotti agricoli (in particolare l’olio di mais e girasole) che l’Africa importa massicciamente dall’Ucraina e dalla Russia potrebbero subire la stessa sorte.

Uomini contro

Ci sono uomini e donne che impegnano la loro vita per andare “contro”.

Lettera di un missionario: «Venivamo da due settimane di “asciutto”, un clima che minacciava anche in questa stagione di mandare in fumo tutti gli sforzi nostri e di tanti contadini della zona, per avere un raccolto di mais.

Ebbene, martedì scorso 24 Maggio, festa liturgica di Maria Ausiliatrice è arrivata una forte pioggia che ha salvato il raccolto. Mai come in Africa sentiamo il bisogno dell’acqua dal cielo, forse perché qui il sole è forte e asciuga subito i terreni. Con la pioggia abbiamo completato la sarchiatura dei nostri 7 ettari di granoturco e 3 di fagioli, e applicato il fertilizzante di copertura.

Il pranzo per i nostri ospiti di riguardo è finito alle due del pomeriggio per permettere loro di rientrare e a me e al volontario Maurizio si fare un giro di “ricognizione” nella nostra fattoria di Walleme che continua a dare verdura a tutta la comunità e alla mensa dei 350 bambini poveri di Dilla. Domani raccoglieremo cipolle e cavoli in abbondanza. Vostro don Mario».

Pietà per il Ciad

L’impegno salesiano per garantire il diritto all’alimentazione dei più piccoli viene portato avanti in tanti luoghi diversi, tra cui anche il Ciad.

La realtà ciadiana è quella comune a tante realtà africane: grande abbondanza di risorse, ma povertà estremamente diffusa. Il sottosuolo del Paese è fra i più ricchi dell’Africa, grazie a numerosi giacimenti di petrolio, oro e uranio. Ciononostante, il Paese è tra i più poveri al mondo. La presenza di risorse naturali, infatti, porta giovamento solo ad una ristretta élite, mentre il 43% dei bambini sotto i 5 anni è malnutrito, il 66% vive sotto la soglia di povertà. Inoltre la scuola, la salute pubblica, il lavoro… tutti gli ambiti più importanti della vita di uno stato si reggono in un clima di precarietà e infatti la quasi totalità della popolazione ha difficoltà all’accesso all’istruzione e alla sanità.

I Figli di Don Bosco dal 1995 si sono stabiliti anch’essi in questo complicato Paese, consapevoli di non potere, da soli, risolvere ogni problema, ma ben determinati a migliorare con tutti i loro mezzi e risorse la situazione dei più poveri tra i poveri.

La loro prima opera venne creata a Sarh, una città nel meridione, che con i suoi 120mila abitanti rappresenta la terza maggiore città del Paese. Nel 1998 i Salesiani iniziarono il loro lavoro nella capitale, N’Djamena, e nel 2013 avviarono una terza un’opera nella città di Doba.

I salesiani della missione di Doba gestiscono, all’interno del piccolo plesso “San Domenico Savio”, un asilo e una scuola elementare. Un po’ per le carenze endemiche, un po’ per la crisi internazionale, attualmente necessitano del sostegno internazionale per poter continuare la loro missione a favore dell’alimentazione dei più piccoli. C’è bisogno di farina, olio, riso, fagioli, zucchero, arachidi… che serviranno a nutrire e a favorire la crescita e lo sviluppo delle centinaia di bambini che frequentano le scuole missionarie, che hanno dai 3 ai 12 anni.

In Ciad solo l’1% dei bambini è iscritto nella fascia prescolare, mentre quasi 6 milioni sono considerati a rischio sanitario per malnutrizione ed esposizione ad infezioni gravi. Le Nazioni Unite sostengono che 5,5 milioni di persone in Ciad avranno bisogno di assistenza umanitaria quest’anno, un’emergenza che, come sempre, colpisce per primi i più piccoli e i più fragili.

A Betlemme c’è un forno

Il forno salesiano di Betlemme è una bellissima realtà che da più di 100 anni produce pane per la comunità. Nato per sfornare pagnotte da consumare all’interno dell’orfanotrofio, oggi con i suoi proventi contribuisce al mantenimento della scuola di formazione professionale all’interno della missione ed elargisce borse di studio agli studenti che economicamente non sono in grado di contribuire alla loro educazione.

In sinergia con altre associazioni del territorio, i salesiani hanno messo in piedi un’importante rete solidale per individuare le persone più in difficoltà e sostenerle nel loro cammino pieno di ostacoli.

In particolare, grazie a “L’Unione delle donne”, a “Lifegate for Rehabilitation”, impegnata nell’assistenza di circa 250 persone con disabilità dai 3 ai 25 anni, e a “Effetà”, che garantisce percorsi scolastici a 190 bambini non udenti, i religiosi riescono a distribuire ogni giorno circa 450 pani a chi è più bisognoso.

Ogni forma di pane donata racconta una storia particolare, di famiglie che faticano a sbarcare il lunario perché, oltre al contesto già complicato del luogo in cui vivono, devono affrontare gli ostacoli che la sorte non ha loro risparmiato.

La famiglia di Muhammad, composta da cinque persone, deve ogni giorno fare i conti con il disagio mentale che ha colpito due di loro, il padre e uno dei figli. Muhammad purtroppo non è in grado di lavorare e per il loro nucleo familiare riuscire a risparmiare ogni mese 250 shekel (quello che dovrebbero spendere per acquistare il pane) fa davvero la differenza.

Il pane che riceve Hala tutti i giorni racconta un’altra storia di dolore: “Mi chiamo Hala Jarayseh, sono madre di cinque figli. Mio marito è morto 16 anni fa e devo provvedere da sola alla mia famiglia. Lavoro nel dipartimento dell’Unione delle donne, presso il centro per persone con disabilità Al-Basma, ma a causa della crisi economica dopo il coronavirus e dei blocchi che hanno portato a salari più bassi, non riesco a coprire tutte le spese. Sono stata inclusa tra i beneficiari del pane gratuito dei Salesiani: davvero un grande aiuto per la nostra famiglia. Ci permette una copertura alimentare di base nella nostra routine. Vorrei ringraziare di cuore tutti coloro che lavorano per questo prezioso supporto, così utile per donne come me, che devono mandare avanti una famiglia”.

In tante altre parti del mondo i salesiani e i loro benefattori continuano a raccogliere la sfida e a pagare di persona. Riusciranno un giorno a vincere?           

Per ulteriori informazioni, visitare il sito: www.missionidonbosco.org

 

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