MISSIONARI
Sarah Laporta
Padre Eligio LOCATELLI
Ha portato Cristo e don Bosco a Timor-Leste.

«Hai mai sentito parlare del mio paese, Timor-Leste?» scrive una ragazza. «Se non lo conosci ancora, lascia che te lo presenti. Ufficialmente è la Repubblica Democratica di Timor-Leste, la mia isola-nazione comprende circa la metà dell’isola di Timor, mentre l’altra metà appartiene all’Indonesia. Si trova a circa 700 chilometri a nord-ovest di Darwin, in Australia. “Leste” significa “est” in portoghese, da cui il nostro nome anglicizzato, Timor-Leste. Nel 1975 abbiamo ottenuto per la prima volta l’indipendenza, dopo aver sopportato più di 450 anni di colonizzazione portoghese, per poi essere occupati dall’Indonesia per 24 anni, dal 1975 al 1999. Il riconoscimento internazionale della nostra indipendenza è avvenuto solo nel 2002 (a seguito di una sanguinosa campagna). Nel Paese si parlano quattro lingue: le lingue ufficiali sono il tetum e il portoghese, mentre l’inglese e l’indonesiano rappresentano le lingue professionali».
Tutti lo conoscono
Don Locatelli lavora qui da 50 anni. Ogni giorno, più di mille alunni frequentano la scuola che ha fondato, sia i convittori sia gli studenti giornalieri. A settantacinque anni continua il suo lavoro. È un buon conversatore, cordiale e determinato. «Fisico tozzo e sguardo gentile, questo missionario bergamasco vive a Timor Est dal 1964. Aveva 27 anni quando arrivò qui. In questa minuscola nazione del sudest asiatico ha sperimentato il colonialismo portoghese, l’occupazione indonesiana, la guerra per l’indipendenza, il decennio vissuto con la costante presenza dei caschi blu dell’Onu.
Per questo nel Paese oggi è conosciuto e rispettato da tutti, con tanto di passaporto timorese rilasciatogli un paio d’anni fa come attestato di stima. D’altronde, sotto la sua direzione, in quasi 50 anni i salesiani hanno realizzato un collegio scolastico che ospita ogni anno più di 200 persone, un orfanotrofio femminile che accoglie 120 bambine, due istituti professionali e 17 scuole disperse per i villaggi rurali di questa nazione poverissima, dove il tasso di malnutrizione è il più alto al mondo e ancora oggi una persona su due è analfabeta», scrive il giornalista Stefano Vergine che lo ha incontrato.
Da quando padre Eligio Locatelli è arrivato a Timor nel 1964, ha vissuto in una colonia portoghese, in una provincia indonesiana e ha visto nascere la più giovane democrazia del mondo. Il suo lavoro di missionario salesiano si è concentrato sulla missione di Fatumaka, nel distretto di Baucau. Lì, da una capanna di palme, ha costruito quella che un tempo era la più grande scuola tecnica del Paese.
Durante gli anni più duri dell’occupazione, i templi furono trasformati in granai e Locatelli battezzò centinaia di sfollati in un solo giorno. Appena sconfitti sulle montagne, furono obbligati per legge ad aderire a una delle nuove religioni ufficiali. Il loro credo non era contemplato, era sinonimo di comunismo e di colpa.
«Quando ho finito gli studi di filosofia, ho chiesto di diventare missionario. Mi è stato subito detto che sarei andato in Brasile. Più tardi, durante gli esami, mi dissero che sarei andato in India, ma lì accettavano solo tecnici e io avevo solo studi di filosofia. Così mi fermai a Goa, che nel ’57 era ancora una colonia portoghese, in attesa di poter entrare in India. Rimasi lì per tre anni, facendo esperienza…
Nel 1959, il mio provinciale mi chiese di andare in Portogallo per continuare la mia formazione. A Estoril studiai per quattro anni. Poiché nel ’60 l’India aveva occupato Goa, mi era impossibile tornare lì, così il provinciale mi chiese di venire a Timor: “Va bene, andrò a Timor, ma non resterò qui nella metropoli”».
Quali condizioni ha trovato?
«La gente era povera ma molto calma, pacifica, con rapporti molto amichevoli con tutti, non c’era da aver paura di nulla, molta fiducia reciproca, un clima di solidarietà e amicizia. Povertà assoluta in termini di comunicazioni, salute…, ma allo stesso tempo una sorta di “paradiso terrestre”, con una vita molto semplice e tranquilla. La popolazione non aveva molte esigenze, si accontentava della vita quotidiana. Per me è stato facile integrarmi. Qui a Fatumaka non c’era nulla, solo una capanna di palme, così abbiamo iniziato a lavorare».
Fatumaca è un paesino di montagna distante 20 chilometri da Baucau. «Durante gli anni dell’occupazione indonesiana questa era una delle zone dove si nascondeva l’esercito di liberazione guidato da Xanana Gusmao. Ogni tanto i suoi soldati venivano da me di nascosto a recuperare un po’ di whiskey» ricorda il missionario.
La celebrità di questo prete raggiunse l’apice alla fine degli anni ’80. Durante una breve tregua tra l’Indonesia e i partigiani timoresi, il missionario italiano fu chiamato a celebrare messa di fronte agli uomini del Falantil, l’esercito che combatteva per l’indipendenza del Paese. «Fu un gesto di distensione deciso dagli indonesiani. Loro, musulmani, permettevano ai nemici timoresi, cattolici, di festeggiare la Pasqua con un prete che diceva Messa. Fui portato in elicottero sulle montagne, in un punto concordato con il Falantil. In quell’occasione incontrai per la prima volta Xanana».
Anche grazie all’attività svolta da missionari come Locatelli durante i 24 anni di occupazione indonesiana, oggi la Chiesa Cattolica può vantare uno dei tassi di fedeli più alti al mondo. «Nel 1975, quando da Giacarta arrivò l’ordine di invadere Timor Est, i fedeli erano circa il 30% della popolazione.
Oggi arriviamo al 98%», dice Locatelli. Più che nell’opera della Chiesa, però, la causa di questo aumento esponenziale è da ricercare nell’occupazione stessa: «L’Indonesia obbligò tutti i timoresi ad avere una carta d’identità e a scegliere una religione fra quella cattolica, musulmana o buddista.
L’animismo non venne inserito tra le opzioni, e così la maggioranza dei timoresi optò per il cattolicesimo, la fede portata in questa terra dalle navi portoghesi mezzo secolo fa».
Cominciando dall’orticultura
«All’inizio è stato un po’ difficile mettere radici. L’idea era che non bastava costruire la scuola, ma che dovevamo anche tenere conto dell’ambiente circostante, affinché la gente sentisse il beneficio della nostra presenza. Siamo stati subito decisi a stare con loro nel loro lavoro, soprattutto nell’agricoltura; qui non c’è altro.
Abbiamo iniziato subito. È stato il governo portoghese a chiederci di avviare una scuola di agricoltura. Abbiamo iniziato la costruzione e fino al ’73 abbiamo gestito la scuola di agricoltura. Poi abbiamo cambiato perché abbiamo visto che gli alunni che venivano alla scuola di agricoltura poi si “rifugiavano” negli uffici di Díli. Anche se si abituavano al lavoro, dopo tre anni di scuola nessuno di loro tornava nei campi.
Così abbiamo deciso che era necessario iniziare una scuola tecnica, una scuola di arti e mestieri… e abbiamo iniziato. La formazione tecnica ha avuto un impatto maggiore sulle condizioni di vita della popolazione rispetto alla formazione agricola.
Era l’anno ’71, andai nella metropoli e contattai un fratello specializzato in queste materie. Venne e costruì una capanna per iniziare a insegnare i mestieri del ferro e del legno. Nonostante questo cambiamento, non abbiamo mai smesso di assistere la popolazione locale nelle attività agricole.
Abbiamo dato assistenza religiosa ai villaggi di otto zone. Naturalmente, questo contatto non si limita alla messa e alle prediche. Ci interessano i problemi della vita agricola. Lo abbiamo fatto fin dall’inizio, cominciando dall’orticoltura, che all’epoca non era una tecnica conosciuta dalla popolazione. Ora praticamente tutti fanno orticoltura.
Poi abbiamo continuato con le colture del mais e del riso. Fino all’arrivo dell’Indonesia, nel 1975, la popolazione seguiva i sistemi tradizionali di coltivazione del mais e del riso. Con l’arrivo dell’Indonesia siamo stati costretti ad aumentare l’uso dei trattori nei lavori tradizionali, perché i bufali sono stati quasi completamente sterminati dall’esercito».
Le chiese come magazzini
«Nel ’75 la guerra, alla fine dell’anno l’invasione, all’inizio del ’76 la devastazione. In molti luoghi, come qui, erano rimaste in piedi solo le chiese. Per tre anni, fino al ’78, la gente ha resistito nella foresta, sempre inseguita dai militari. Se preparavano una base in un posto, piantavano, ma c’era un’incursione militare quando il riso stava per maturare e dovevano abbandonare tutto e andare altrove. Tre anni così.
È stato allora che le chiese sono state usate come magazzini, almeno qui. Erano gli unici edifici rimasti in piedi, costruiti in pietra e calce. Il crs si affidava a noi per la distribuzione degli aiuti umanitari. Gli indonesiani, dal canto loro, volevano controllarli da soli per dirottare, vendere, fare affari…»
Nel 1983 il governo militare indonesiano espresse la volontà di risolvere pacificamente il problema di Timor e le attività militari furono sospese con l’idea di favorire i contatti. Sono stato coinvolto in questa vicenda per avere un approccio con il popolo».
«Avevamo un programma di scuole rurali. Alcuni villaggi sono molto lontani dal suko, dove si trovano la scuola, il posto di salute, la chiesa… I bambini devono iniziare il primo anno di istruzione di base all’età di sette anni, ma è impossibile per loro raggiungere il suko a piedi per ore da villaggi remoti. Nella stagione delle piogge e a quell’età è impossibile. Devono aspettare fino a dieci o undici anni per potersi muovere. Ma se non iniziano la scuola prima degli undici anni, sono praticamente tagliati fuori.
Abbiamo avuto l’idea di far sì che i bambini, anche se sono pochi, possano rimanere nel villaggio e fare almeno i primi tre anni di istruzione di base. In questo modo, una volta cresciuti, raggiungono gli undici anni e possono andare al suko per il quarto e quinto anno. È un programma che abbiamo sviluppato grazie ad aecid e abbiamo sette o otto scuole che funzionano molto bene».
E per il futuro della missione?
«Stiamo andando avanti. Vivendo giorno per giorno».
EROI!
Durante le celebrazioni per l’indipendenza, il 20 maggio scorso, il presidente Ramos Horta ha detto che i padri salesiani per anni si sono comportati da eroi. Il Vaticano ha conferito le medaglie d’onore “Pro Ecclesia et Pontifice” a padre Eligio Locatelli. Molti sacerdoti timoresi hanno scoperto la vocazione nelle opere salesiane, come il vescovo emerito premio Nobel per la pace Carlos Filipe Ximenes Belo e l’attuale vescovo di Díli, monsignor Virgílio do Carmo da Silva.
A don Eligio Locatelli, il Presidente della Repubblica di Timor Est ha anche conferito il “Grande Colar com un Ordem de Timor Leste” per il contributo che il missionario salesiano ha dato all’indipendenza e allo sviluppo del paese.


















