L'INVITATO

O. PORI MECOI

Father Val Don Valeriano Barbero

«Nel Golfo passando di villaggio in villaggio, senza convertire, senza fare rumore, ma sempre presente alla persona anziana, all’ammalato, a chi moriva di tubercolosi, a chi aveva la lebbra, a chi aveva fame, penso di avere portato negli anni trascorsi nelle paludi e nella foresta e sui fiumi del Golfo la carezza o il profumo di Dio».

Chi sono
Il mio nome è Valeriano Barbero. Sono nato a Bellinzago Novarese, in Piemonte. La leggenda dice che è un paese dove le persone sono senza anima, dove ogni famiglia, e questo non è leggenda, ha un prete, una suora ed un asino e dove la chiesa è sempre zeppa di fedeli. Fu per questo che l’Antonelli fece costruire una chiesa enorme.
A parte l’anima, la mia famiglia entrava bene in questi parametri: una suora, un prete e un asino. Al presente rimango solo io: il prete. Uno dei ricordi che va più lontano è che alla domenica si andava sempre in chiesa. Mi piaceva servire messa e sognavo di poter anch’io un giorno celebrarla ed essere come quei missionari che venivano in paese e ci raccontavano tante cose fantastiche. Andai persino dal parroco per dirgli che volevo andare in Africa quando sarei cresciuto. «Vuoi farti mangiare dai leoni?», mi chiese.

La mia vocazione
Per seguire una vocazione, fui mandato a Torino al Cottolengo. Il parroco era un exallievo di quella casa di formazione e la vide come un posto adatto per me. I due anni delle medie terminarono in un disastro e con una lettera di non ritorno. In paese incontrai un sacerdote salesiano, don Angelo Miglio che era venuto in visita alla famiglia. «Perché non vieni da noi, dai Salesiani?» mi chiese, dopo avere esaminato la mia cartella clinica! Dai Salesiani? Chi andava dai Salesiani era di famiglia benestante. Una proposta quindi impossibile per i miei. Ma don Angelo non si arrese e da quel giorno non sognai se non che dovevo diventare Salesiano perché, come mi disse per convincermi, «la Madonna Ausiliatrice aveva dei piani per me». Divenni Salesiano nel 1956 e sacerdote nel 1967.
Non ci fu opposizione in famiglia a riguardo di qualsiasi decisione prendessi. Papà non aveva voce in certe decisioni. Aveva già perso e si era arreso quando mia sorella era partita per farsi suora. E mamma che cosa poteva dire? In cuor suo doveva sapere qualche cosa di cui non poteva parlare. Quasi un segreto tra lei e il buon Dio. E come mi feci salesiano con la loro benedizione, con la stessa potei partire per le cosiddette missioni. Si era al termine del mese di ottobre del 1960 e la destinazione assegnatami come nuovo campo di lavoro erano le Isole Filippine. Avevo 22 anni. Mamma era presente a Genova per darmi l’addio. Non aveva parole; non avevo parole. Ci fu un abbraccio sofferente e solo con due parole senza senso, in dialetto: «Torna indietro», mentre mi dava una busta con dentro qualche centinaio di lire. Poi via su quella nave che doveva poco dopo salpare. Il signor Luigi Da Roit, il coadiutore salesiano incaricato dell’Ufficio Missioni, mi diede 10 dollari con la raccomandazione di non usarli senza necessità. 10 dollari per un viaggio di 27 giorni da Genova a Hong Kong e per fortuna con quelle poche lire per girare Napoli, e trovare il Consolato inglese per ottenere il visto per Hong Kong, pena ritornare a Genova o a Torino e non partire più.

Araimiri, una terra di sogno
Quando arrivai a Manila dopo una permanenza di alcuni mesi ad Hong Kong, con le parole di benvenuto mi fu chiesto: «Hai qualche soldo?» Ed io: «Sì 10 dollari» e li consegnai.
Mai avrei pensato che quei 10 dollari si sarebbero nel tempo trasformati in migliaia e migliaia, per pagare debiti e costruire scuole e chiese. Nelle Filippine incontrai Salesiani di grande valore e umanità. Basti ricordare don Carlo Braga. Le sue parole in occasione della mia professione perpetua mi risuonano ancora come profetiche: Dio solo. Nelle Filippine fui economo di una scuola di 2000 studenti e poi economo ispettoriale. Ebbi la fortuna o la grazia di costruire il teologato, ricostruire scuole e soprattutto la grande chiesa dedicata alla Madonna.
Mi sento ancora adesso ridicolo se penso a come scrivevo le cifre sugli assegni quando fui alle prime armi nel lavoro di economo. Nascondevo un biglietto per copiare come si scrivevano i numeri in inglese!
La nuova frontiera però era Papua Nuova Guinea, la parte orientale della quasi omonima isola. È il secondo Stato dell’Oceania per estensione dopo l’Australia, da cui dista un centinaio di chilometri. Una terra poco conosciuta, con lingue e tribù diverse, povertà, divisione e tragedie.
Partimmo in tre: il 12 giugno 1980 il sottoscritto, don Rolando Fernandez e il Coadiutore Joseph Kramar. Arrivammo a Kerema e quindi ad Araimiri il giorno 14, memoria del Cuore Immacolato di Maria. Fui nominato parroco con queste semplici parole: «I confini della parrocchia sono ben segnati: dal mare alle montagne, dalla spiaggia della baia di Kerema al fiume Vailala. Ad Araimiri, c’è inoltre una scuola con circa 100 interni. È affidata a voi salesiani con l’impegno che abbiate cura dei giovani che non hanno alcuna possibilità di proseguire gli studi perché non accettati dalle scuole governative. La scuola è vostra; fate tutto quello che pensate sia necessario». La scuola consisteva in alcune baracche, un rimasuglio in rovina lasciato dai Missionari del Sacro Cuore e adattate per l’occasione ad essere una scuola.
Dopo due settimane, non conoscevamo ancora i ragazzi, ma cominciammo bene. Stavamo mangiando nella comunità – pesce in scatola e felci, tanto per cambiare (una prelibatezza di padre Fernandez), quando abbiamo sentito i ragazzi urlare. Dovevano studiare in classe, e infatti erano in classe. Ci siamo precipitati lì. Li abbiamo trovati tutti molto eccitati per un ragazzo che giaceva svenuto sul pavimento. Era morto? In quel momento ho sentito che dovevo fare il mio dovere di sacerdote e ho chiesto dell’acqua: «Giuseppe, ti battezzo…» Il contatto con l’acqua ha fatto reagire il ragazzo. Grazie a Dio era vivo. Non avevo idea di che cosa fosse la malaria cerebrale. Lo tenemmo incosciente nella scuola fino a quando non passò il trattore della vicina piantagione di cocco con il suo carico di copra. Il ragazzo ce l’ha fatta e quando è tornato a scuola ho scoperto che era già stato battezzato e che il suo nome cristiano era proprio Giuseppe!
Ma eravamo giovani, pieni di entusiasmo e niente ci scoraggiava.
Fui attaccato con una scure, fui portato in tribunale varie volte per questioni di terre o di alberi, fui minacciato per i più strani motivi con la speranza che cedessi alle loro richieste. Persino che ero uno di loro ritornato in vita, ma adesso ero bianco e mi rifiutavo di dare loro l’aiuto promesso quando ero di colore nero. Contrassi molte volte la malaria e come ultimo tocco anche la lebbra.
Per darci forza non mancarono autentici miracoli, o almeno tali creduti dalla gente, come quello di avere fatto risuscitare una donna che era già data per morta o quando il mare ci restituì dopo due mesi le 100 lastre di alluminio per il tetto, affondate con la barca che le portava. Era proprio il 24 maggio quando queste lastre si resero visibili nella fanghiglia della baia, mentre noi avevamo perso ogni speranza.
Nel Golfo passando da villaggio in villaggio, senza convertire, senza fare rumore, ma sempre presente alla persona anziana, all’ammalato, a chi moriva di tubercolosi, a chi aveva la lebbra, a chi aveva fame penso di avere portato negli anni trascorsi nelle paludi e nella foresta e sui fiumi del Golfo la carezza o il profumo di Dio. È orgoglio pensare così? Non lo so.

Ho tanti ricordi
Ricordo un’allieva interna nella scuola di Araimiri. La espulsi quando rimase incinta per avere invitato i ragazzi nel dormitorio della scuola. Dopo molti anni mi dissero che era ammalata di aids e cacciata via dal villaggio e abbandonata da tutti. La feci cercare e lei venne alla scuola di Port Moresby. Era irriconoscibile. Le chiesi delle sue avventure: sposata, infettata dal marito, vedova, buttata via. Le diedi da mangiare e del cibo di scorta per lei e per una figlia lasciata in ospedale. La congedai, ma era triste, molto triste. Allora mi avvicinai e l’abbracciai. Ci fu un sorriso. Per me fu un sorriso di Dio. Venni poi a sapere che morì dopo una settimana da quell’incontro.
Essere missionario. Che parola! Una persona anziana mi disse: «Non parlarmi di Cristo; siediti qui accanto a me, voglio sentire il tuo odore e se questo è il Suo odore allora mi potrai battezzare».
Questo ero io nella Provincia del Golfo di Papua Nuova Guinea. Ero conosciuto come Father Val. Pronunciare il mio nome era troppo complicato e così da padre malaria fui ribattezzato Padre Val, sia dai papuani sia dagli australiani che venivano come volontari ad aiutarci nella scuola.
Allora da 40 anni circa sono Father Val, un nome che mi sta bene.
Lasciai la Provincia del Golfo nel 1994 evitando di soffrire per i cambiamenti portati dalle Multinazionali che venivano a sfruttare le foreste, a scoprire i giacimenti di petrolio e a cercare oro.
A perderci più di tutto fu la semplicità primitiva della popolazione, che incominciò a scomparire.
Io fui chiamato a Port Moresby per aprire altri centri e per entrare in un sistema di vita più moderno: telefoni, strade, mezzi di trasporto, elettricità, acqua, supermercati. Fortunatamente non smisi mai di sognare e così altri sogni incominciarono a materializzarsi: una scuola superiore, un centro di spiritualità, una chiesa dedicata all’Ausiliatrice in ringraziamento per la sua presenza nelle grandi opere che noi Salesiani abbiamo sviluppato in varie città di Papua Nuova Guinea.

Il biglietto di ritorno e la lebbra
Adesso sono in Italia, oramai anziano con 82 anni compiuti, lottando con i danni collaterali lasciatimi dalla lebbra e con un tumore che dicono io abbia. Ero venuto con il biglietto di ritorno e Dio volendo spero di poterlo usare.
Qui in attesa ho tanto tempo per riflettere sul mio passato e sulle diverse avventure accumulate in 40 anni. Penso al passato, a quando ero direttore ed economo e parroco di Araimiri, a quando divenni vicario della diocesi di Kerema, una carica tanto importante che nella necessità di parlare con il Vescovo venivo a sapere da chi accudiva la casa che il Vescovo era da giorni in Svizzera. Penso ad anni successivi, quando fui accettato per 2 anni nell’Arcidiocesi di Rabaul dove l’Arcivescovo era Francesco Panfilo, salesiano, che mi affidò le finanze dell’arcidiocesi; e poi a Kerema come Amministratore delegato dell’Arcivescovo di Port Moresby in attesa che un nuovo vescovo fosse nominato. Quindi di nuovo a Rabaul nella nostra scuola come economo. Sarebbero tanti i poi… Ma adesso finalmente ecco un compito datomi in “ubbidienza” dalla competente Autorità salesiana: «Non morire prima di avere costruito la tua terza chiesa per la nuova parrocchia affidata ai Salesiani della scuola di Rabaul». A questo vorrei dire: «Obbedisco!» ma forse è meglio lasciare al buon Dio la decisione finale.

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