Le Nostre Guide

Joaquim Antunes

P. Alfred Maravilla

Consigliere del Rettor Maggiore per le Missioni

«Anche l’Europa e i centri urbani sono “terre di missione”»
Originario delle Filippine, padre Alfred Maravilla è missionario in Papua Nuova Guinea dal 1985. Conosce sette lingue: spagnolo, francese, inglese, italiano, ilonggo, un dialetto filippino, pijin, un creolo della Papua Nuova Guinea, e filippino. È stato eletto Consigliere del Rettore Maggiore per le Missioni nell’ultimo Capitolo Generale. Crede che oggi le missioni non possano essere viste solo in termini geografici, ma anche in termini sociologici, culturali e persino digitali.


Qual è stato il tuo primo pensiero quando sei stato eletto?


La mia elezione è stata qualcosa che non ho mai sognato né voluto. Ma il passo della Evangelii Gaudium n. 279 mi ha dato pace interiore e mi accompagna nel mio servizio di promuovere in tutta la nostra Congregazione “lo spirito e l’impegno missionario”. Come dicono le nostre Costituzioni: “Lo Spirito Santo agisce come vuole, quando vuole e dove vuole… Noi sappiamo solo che il dono di noi stessi è necessario… Andiamo avanti, diamo tutto, ma che sia Lui a far fruttare i nostri sforzi come gli sembra”. 


Qual è il tuo “Curriculum Vitae” salesiano? 

 
Sono filippino e vengo da una famiglia molto praticante. I miei genitori volevano che io e mio fratello minore facessimo gli studi secondari presso i Salesiani. La loro presenza con noi nel cortile è ciò che mi ha colpito e mi ha attratto alla vita salesiana. Poi i salesiani mi hanno invitato ad impegnarmi nel centro giovanile e questo mi ha portato a fare discernimento con loro durante i miei studi universitari in scienze dell’educazione. Il resto è storia. Ho fatto i miei studi teologici a Cremisan, Israele; una laurea civile in Scienze dell’Educazione e ho ottenuto un certificato in Studi Islamici al Pontificio Istituto di Studi Arabi ed Islamistica di Roma. All’Università Gregoriana ho ottenuto la licenza in missiologia, un’altra licenza in teologia dogmatica e un dottorato in teologia fondamentale. Sono stato missionario in Papua Nuova Guinea dal 1985, lavorando nelle scuole e come docente presso il Centro di Studi Intercongregazionali. Dal 2002 al 2006 sono stato direttore del Centro Liturgico-Catechistico della Conferenza Episcopale. Provinciale dal 2017, sono stato anche eletto presidente della Federazione dei religiosi e delle religiose della Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone fino all’elezione al CG28.


I giovani, nati nelle società avanzate di oggi, sono ancora disponibili per avventure notevoli?


Sì, i giovani europei sono ancora aperti a notevoli avventure. Ma con un atteggiamento molto diverso da quello di Magellano, Colombo e tanti altri. I giovani aspirano alla globalità, capiscono almeno due lingue e molti di loro hanno viaggiato in altri paesi. Al contrario, i giovani che non hanno queste esperienze, e ce ne sono, si rifugiano nell’intolleranza, nel razzismo e nell’estremismo.

La fede cristiana è ancora così stimolante e seducente?


Non si nasce cristiani, lo si diventa! La fede è una scelta personale per Gesù Cristo. In passato c’erano paesi considerati “cattolici” o “cristiani” per tradizione o per cultura. Oggi, anche in contesti di antica tradizione cristiana, la fede trasmessa in molte famiglie non è adeguata a essere un fondamento per una robusta fede personale. Alcuni abbandonano Gesù Cristo dopo averlo conosciuto. Oggi nell’Europa secolarizzata, e nei centri urbani di tutti i continenti, la stanchezza della fede cristiana e il senso di saturazione del cristianesimo sono evidenti. In questo contesto vediamo, soprattutto tra i giovani, o una riscoperta della fede e delle pratiche religiose, o il fenomeno di una religiosità fluida, che si esprime nell’essere spirituale ma non religiosa o nel credere senza appartenere. La sfida, quindi, è quella di dare priorità al primo annuncio. Il primo annuncio avviene attraverso la testimonianza di vita o iniziative pastorali che catturano l’interesse e l’opzione per la persona di Gesù o la rivitalizzazione della fede in Lui. Qualsiasi tentativo di evangelizzare senza il primo annuncio sarà sterile.


Sei stato missionario “ad vitam” in Papua Nuova Guinea. Come hai deciso di lasciare il tuo paese?


Eravamo nel periodo in cui il Progetto Africa era fiorente. Alcuni fratelli della nostra Provincia erano partiti per l’Etiopia. Viganò, Rettore Maggiore, aveva affidato alla nostra Provincia delle Filippine la responsabilità di iniziare una nuova presenza in Papua Nuova Guinea. I primi salesiani sono arrivati lì nel 1980. Anch’io ho presentato la mia disponibilità missionaria e sono stato inviato lì nel 1985 come tirocinante di 23 anni.


Pensi che l’entusiasmo del primo invio rimanga?


C’è molto entusiasmo missionario nella Congregazione, specialmente in Africa, Asia e America. Infatti, la generosità missionaria è stata una delle ragioni della buona salute e dell’espansione della nostra Congregazione, perché ci aiuta a superare il pericolo dell’imborghesimento e la mentalità della conservazione, facendo nascere l’entusiasmo vocazionale. C’è anche una crescita dei Volontari Missionari Salesiani in molte Ispettorie.

Continuano ad arrivare alla Sede centrale richieste di giovani salesiani e laici per diventare missionari?

Ogni anno una media di 35 richieste missionarie arriva alla sede centrale. Non tutti poi partono. I candidati missionari sono accompagnati più da vicino a discernere la vocazione missionaria con criteri e un cammino graduale e progressivo con l’aiuto della guida spirituale, del direttore e dell’équipe formativa.


Si dice che alcuni chiedono di andare in missione con l’idea di sperimentare nuovi modi di vita e scoprire luoghi esotici. Succede?


Il desiderio di scoprire paesi esotici, la ricerca dell’avventura e l’incapacità di integrarsi nella vita e nell’apostolato della comunità in cui ci si trova sono chiare controindicazioni della vocazione missionaria. Un salesiano o un laico con questa mentalità non può essere un missionario!


Dicono che le attuali terre di missione sono le metropoli d’Europa e d’America.


Oggi le “missioni” non possono essere intese solo in termini geografici, di spostamento in “terre di missione” come ai tempi di Magellano o Cagliero, ma anche in termini sociologici, culturali e persino di presenza nel continente digi-tale. La ‘terra di missione’ non è solo l’Africa, l’Asia o l’America. Oggi ‘terra di missione’ è dove c’è bisogno di pro-clamare il Vangelo o dove Gesù non è ancora conosciuto. Quindi, anche l’Europa e i centri urbani sono “terra di missione”!


Oggi le spedizioni missionarie hanno dei ’Cagliero’?


Il missionario non è solo colui che dà, ma soprattutto colui che riceve; non solo insegna, ma soprattutto impara dalle persone che serve, che non sono solo i destinatari passivi dei suoi sforzi. Cerca di mantenere vivo il loro ardore per la santità dando generosamente di sé fino a quando non si consuma. I missionari salesiani di oggi devono avere l’audacia e lo zelo di Cagliero, ma con una visione rinnovata delle missioni. Non c’è posto per un missionario paternalista!


Ci sono correnti teologiche e antropologiche che insistono sull’inculturazione di coloro che sono inviati a popoli con altre culture e costumi. Qual è la tua opinione?


L’inculturazione è un processo lento che non può mai essere raggiunto completamente. Attraverso il dialogo interculturale il missionario apprezza i valori e le tradizioni locali e si lascia arricchire dalla cultura locale. Nel frattempo continua ad approfondire la sua comprensione alla luce della fede cristiana e del carisma salesiano. D’altra parte, la presenza dei missionari nella Provincia rafforza l’inculturazione perché i Fratelli locali hanno una prospettiva sulla loro cultura che i missionari non hanno, mentre i missionari offrono prospettive di cultura che i Fratelli locali non hanno. Infatti, una Provincia composta solo da Fratelli della stessa cultura rischia di essere meno sensibile alla sfida dell’interculturalità e meno capace di vedere oltre i confini del proprio mondo culturale.


Se dovessi parlare ad un’assemblea di giovani che cosa proporresti? 


Guardati intorno. Chiediti come puoi conoscere meglio Gesù; che cosa puoi fare per aiutare il migrante vicino a casa tua. È più facile raccogliere denaro per un popolo lontano che fare un gesto concreto di carità a chi sta bussando alla tua porta. Lo spirito missionario comincia in casa tua!

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