BS Dicembre
2023

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

Oro, incenso e mirra anche per noi

Tre piccole storie per accompagnare i doni dei Magi nella nostra vita spirituale.

Lungo e penoso fu il viaggio dei Magi dal lontano Oriente verso il modesto villaggio di Betlemme in Giudea. Ma finalmente, ecco la meta raggiunta, indicata dalla stella: «Videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Matteo 2,11).

Per duemila anni esperti e luminari hanno cercato il significato dei doni dei Magi. Ma la via più breve verso la verità è, come sempre, una semplice storia.

L’oro: che cosa hai di più prezioso?

Il figlio di un re si innamorò, come succede nelle fiabe, della figlia del fornaio, che era povera ma bella. E la sposò. Per alcuni anni i due sposi vissero in piena armonia e felicità. Ma, alla morte del padre, il principe salì sul trono. I ministri e i consiglieri si affrettarono a fargli capire che per la salvezza del regno doveva ripudiare la moglie popolana e sposare invece la figlia del potente re confinante, assicurandosi con questo matrimonio pace e prosperità.

«Ripudiatela, sire, dopotutto è la figlia di un fornaio».

«La sicurezza del trono e dei vostri sudditi viene prima di tutto».

Le insistenze dei ministri si fecero sempre più pressanti e alla fine il giovane re cedette.

«Ti devo ripudiare – disse alla moglie –, domani tornerai da tuo padre. Potrai portarti via ciò che ti è più caro».

Quella sera mangiarono insieme per l’ultima volta. In silenzio. La donna, apparentemente tranquilla, continuava a versare vino nel bicchiere del re. Alla fine della cena, il re sprofondò in un sonno pesante. La donna lo avvolse in una coperta e se lo caricò sulle spalle.

Il mattino dopo, il re si svegliò nella casa del fornaio. «Ma, come?», si meravigliò.

La moglie gli sorrise. «Hai detto che potevo portarmi via ciò che avevo di più caro. Ebbene, ciò che ho di più caro al mondo sei tu».

E tu, che cosa ti porteresti via?

L’incenso, un esile filo di fumo che sale in alto

Un piccolo ragnetto, portato dal vento, approdò sulla cima di un albero. Ma quel luogo non era adatto e discese su una grande siepe spinosa. Qui c’erano rami e germogli in abbondanza per tesservi una tela. E il ragno si mise subito al lavoro, lasciando che il filo, lungo il quale era disceso, reggesse la punta superiore della ragnatela. Filo dopo filo, nodo dopo nodo, la tela del ragnetto si fece bellissima. Mosche e moscerini incappavano numerosi. Al mattino, dopo la rugiada, i fili sembravano collane di brillanti e il ragno era orgoglioso del suo capolavoro. Lavorava alla sua tela tutti i giorni ed era diventato un ragno commendatore, grande e grosso. Aveva la più bella e redditizia tela di tutto il bosco. Un mattino, però, si svegliò di cattivo umore o forse scese dal letto con le quattro zampe sbagliate. Fece un giro della tela per far colazione con qualche moscerino, ma non ne trovò. Nella notte aveva gelato e questo aumentò il suo umore nero.

Nell’aria non volava neanche una mosca. Ispezionò la tela per passare il tempo, tirò qualche filo che si era allentato e, gira e rigira, finì con il notare un filo strano. Apparentemente non si attaccava da nessuna parte. Sembrava finisse nelle nuvole. Più lo guardava, più si arrabbiava. “Sta a vedere”, pensò, “che da quel filo vengono giù dei concorrenti a mangiarsi le mie prede”. “È uno stupido filo buono a nulla”, ruminava tra sé. E con un colpo secco delle robuste mandibole lo tagliò.

Tutta la tela cedette e si trasformò in un umido cencio che avviluppava il ragno. Troppo tardi il poverino si ricordò che, in un sereno giorno di settembre, era sceso giù da quel filo e quanto gli era stato utile, proprio quel filo, per tessere e allargare la sua tela.

Il filo che ti unisce al Cielo e “regge” la tua vita è la preghiera.

La mirra, la preziosa sostanza dal profumo straordinario

Una mattina, al Polo Nord, l’orso bianco fiutò nell’aria un odore insolito e lo fece notare all’orsa maggiore (la minore era sua figlia): «Che sia arrivata qualche spedizione?».

Furono invece gli orsacchiotti a trovare la viola. Era una piccola violetta mammola e tremava di freddo, ma continuava coraggiosamente a profumare l’aria, perché quello era il suo dovere.

Prima di sera si sparse per tutto il Polo la notizia: un piccolo, strano essere profumato, di colore violetto, era apparso nel deserto di ghiaccio, si reggeva su una sola zampa e non si muoveva.

A vedere la viola vennero foche e trichechi. Vennero dalla Siberia le renne, dall’America i buoi muschiati, e più di lontano ancora volpi bianche, lupi e gazze marine.

Tutti ammiravano il fiore sconosciuto, il suo stelo tremante. Tutti aspiravano il suo profumo, ma ne restava sempre abbastanza per quelli che arrivavano ultimi ad annusare, ne restava sempre come prima.

Quella notte corse per tutto il Polo un pauroso scricchiolio. I ghiacci eterni tremavano come vetri e in più punti si spaccarono. La violetta mandò un profumo più intenso, come se avesse deciso di sciogliere in una sola volta l’immenso deserto gelato, per trasformarlo in un mare azzurro e caldo, o in un prato di velluto verde. Lo sforzo la esaurì. All’alba fu vista appassire, piegarsi sullo stelo, perdere il colore e la vita. Tradotto nelle nostre parole, e nella nostra lingua il suo ultimo pensiero dev’essere stato pressapoco questo: «Ecco, io muoio… Ma bisognava pure che qualcuno cominciasse… Un giorno le viole giungeranno qui a milioni. I ghiacci si scioglieranno, e qui ci saranno isole, case e bambini».

«Siate il buon profumo di Cristo».
(san Paolo)
       

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