LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
Oltre il CONFINE
Lo vuoi capire che il mondo non è solo casa tua? / E non vi sono immigrati, ma solo viandanti, e non vi sono stranieri, ma solo vicini; / non vi sono confini, non vi sono confini… (Luca Bassanese).

L’essere umano ha da sempre tracciato confini, cercato di difendere la propria incolumità, respinto il “rischio dell’aperto”. Come ha scritto, infatti, Zygmunt Bauman, «il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall’inatteso e dall’imprevedibile», da tutto ciò che ci fa paura, che non comprendiamo fino in fondo e che, di conseguenza, consideriamo “straniero”. I confini ci danno sicurezza, rendono il mondo comprensibile e vivibile, ma soprattutto contribuiscono a costruire il nostro senso di appartenenza ai luoghi e le nostre radici.
Il gesto di tracciare un confine, dunque, non risponde solo a una pulsione securitaria intrinseca a ogni individuo; esso rappresenta anche il tentativo di dare un ordine e un senso allo spazio in cui ci muoviamo, di imporre un limite al caos dell’esistenza, impedendo che essa precipiti nell’indistinto e nell’indifferenziato. Una «tentazione del muro», come la definisce Massimo Recalcati, che riguarda tanto le società e i popoli quanto il soggetto individuale e che sembra caratterizzare in modo precipuo i giovani adulti, nella misura in cui la dimensione simbolica del confine si lega indissolubilmente alla costruzione dell’identità.
Mentre, infatti, l’esperienza del limite è ancora sconosciuta all’infanzia ed è vissuta con insofferenza dagli adolescenti, lungo il cammino verso l’adultità si impara a riconoscere nei confini non già un ostacolo insormontabile, ma un elemento che orienta, che educa al rispetto e che ci ancora alla nostra essenza. Crescendo scopriamo, infatti, che abbiamo bisogno dei confini per esorcizzare il rischio della disgregazione e dello smarrimento che, in ultima analisi, possono portare alla frammentazione dell’identità e alla perdita di noi stessi. Comprendiamo che l’accettazione del limite, per quanto spesso dolorosa, costituisce un “principio di realtà” dal quale non possiamo prescindere. Ma, al tempo stesso, facciamo esperienza della necessità di oltrepassare quegli stessi confini, di trascenderli in nome di un ideale più alto, evitando che si sclerotizzino fino a diventare mura invalicabili, filo spinato, barriere impermeabili a ogni tentativo di scambio.
Come scrive ancora Recalcati, «l’esistenza umana non è infatti solamente desiderio di appartenenza e di rassicurazione, ma è anche spinta all’erranza, desiderio di libertà»; il che significa che la possibilità di superare i confini è altrettanto importante della necessità della loro esistenza. È per questa ragione che l’attributo fondamentale del confine è stato spesso identificato nella sua “porosità”, vale a dire nella sua capacità di definire un’identità mettendola in rapporto con una differenza, ovvero garantendo sempre e comunque la transizione e la comunicazione con lo straniero, che è prima di tutto colui che mi è “vicino”.
Una simile accezione, del resto, risulta implicita alla stessa etimologia latina del termine “confine”, da cum-finis, che indica letteralmente ciò che mi separa e, nel contempo, ciò che mi unisce, che ho in comune con l’altro. Un’ambivalenza, questa, che si ripropone in maniera ancora più eloquente nella coppia semantica limes (che fa riferimento, più specificamente, a una linea di confine o a una frontiera) – limen (il cui significato rimanda, invece, al valore fisico e spirituale della “soglia”, intesa non come elemento di chiusura, ma come punto di passaggio e luogo di incontro).
È in tal senso che la nostra esistenza si gioca costantemente sul filo sottile di una tensione tra la necessità di disegnare dei confini e il coraggio di oltrepassarli. Tra il bisogno di stabilire dei limiti a protezione della nostra identità e la bellezza di “sostare insieme sulla soglia”, riconoscendo in queste zone di transizione e di attraversamento del confine non già una terra di nessuno, ma il luogo del “noi”. In fondo, diventare adulti significa proprio questo: comprendere che i limiti non sono nemici della libertà, ma una sua condizione di possibilità e che la vera libertà non consiste nel negare ogni confine, bensì nel discernere quali limiti rispettare e quali contestare, in nome di una prossimità che trascende ogni barriera e ci affratella tutti nell’unica grande famiglia dell’umanità.
Lo vuoi capire che il mondo non è solo casa tua?
E non vi sono immigrati, ma solo viandanti,
e non vi sono stranieri, ma solo vicini;
non vi sono confini, non vi sono confini!
Nessuno può rubarti nulla,
se ciò che hai di più caro è la tua coscienza;
nessuno può rubarti nulla,
se ciò che hai di più caro sono i tuoi pensieri…
Non puoi vendere la terra,
non puoi vendere la terra
sulla quale la gente cammina.
Non puoi credere di avere,
non puoi credere di avere
qualcosa che non ti appartiene…
Il lavoro è un bisogno
per vivere, non per morire,
e ogni casa è soltanto un luogo
di riparo nei giorni di pioggia.
Ogni viaggio ha il suo senso,
il senso di andare,
ogni strada ha un incrocio
per poterti incontrare.
Volano gli uccelli
come vento tra le nuvole,
e non vi sono regole
né rivincite, né rivincite…
Lo vuoi capire che il mondo non è solo casa tua?
E non vi sono immigrati, ma solo viandanti,
e non vi sono stranieri, ma solo vicini;
non vi sono confini, non vi sono confini…
(Luca Bassanese, Confini, 2004)
















