BS Maggio
2026

MISSIONI DON BOSCO

Don Luca Barone, presidente di Missioni Don Bosco

Non sei tu a fare un viaggio,
È IL VIAGGIO CHE FA TE

Entrato pienamente nell’ordinaria attività della Procura missionaria di Torino, don Luca Barone ha già effettuato nei primi mesi dell’anno un doppio viaggio missionario, in Liberia e in Sierra Leone. Ne ha dovuto rimandare altri a causa delle complicazioni derivate della guerra globale innescata in Iran il 28 febbraio scorso.

Non gli mancano tuttavia esperienze di incontro in loco con i missionari salesiani, avendo avuto in precedenza incarichi analoghi – dalla congregazione e dalla Ong salesiana VIS – per sostenere i confratelli sulle frontiere dell’evangelizzazione e dell’azione caritativa.

Dall’esterno, questi viaggi possono sembrare poco più che visite di cortesia, o di conoscenza epidermica di situazioni le più diverse, nei 137 Paesi dove i Figli di Don Bosco hanno una “casa” che accoglie e aiuta i giovani. Ma ci sono un “prima” e un “dopo” che completano i giorni di trasferta: soprattutto c’è una dinamica interiore che si sviluppa e si comunica per dare testimonianza del carisma operante ad ogni latitudine. Per questa ragione, abbiamo chiesto a don Luca di descriverci il “dietro le quinte” di un viaggio missionario.

Ti prepara, ti trasforma, ti restituisce. Secondo me è per questo motivo che nei Vangeli Gesù è raccontato tante volte in viaggio, in movimento. Hanno provato a fermarlo inchiodandolo ad una croce… e Lui ha aperto la strada all’ultimo viaggio: quello verso il Paradiso, da risorto, per lui e per noi.

Il viaggio missionario ti prepara dal momento in cui tu decidi di dire di sì al programma: inizi a “fermare” sulla tua agenda dei giorni, giorni nei quali non ci saranno altre occupazioni che quelle che ti imporrà il viaggio stesso. Il calendario si libera e si tinge di un nome solo: il Paese dove andrai.

È il viaggio stesso a “dettarti” l’agenda. Nei giorni precedenti ti prepara alla partenza: i pensieri, l’immaginazione, i contatti telefonici o via e-mail con i missionari che ti accoglieranno, i piani di incontri e di progettazione. Ti prepara facendoti intuire che non tutto è programmabile, che le quote maggiori della tua testa e del tuo tempo dovrai lasciarle vuote per ciò che capiterà.

Ti prepara perché le reazioni delle persone che ti vogliono bene sono le più diverse, e dalle loro parole capisci quante cose si pensino di quel Paese, del lavoro dei missionari, della vita delle persone.

Ti prepara affidandoti dei compagni di viaggio che da quel momento diventeranno, anche se non li hai mai conosciuti prima, più intimi a te stesso di quanto lo siano persone con cui ordinariamente vivi. Saranno loro la tua àncora, il tuo approdo, la tua sicurezza materiale, la tua spalla sicura, il sorriso distensivo, l’orecchio attento… e a te chiederanno di essere altrettanto per loro.

Ti prepara nei momenti più prossimi alla partenza stessa: il controllo documenti all’aeroporto, l’imbarco dei bagagli, la sistemazione al tuo posto in aereo e poi il decollo. Passaggi che hai vissuto in decine di occasioni. Ogni volta la sensazione di non avere i piedi a terra e di essere spinto verso l’alto mi fa dire che in quella condizione non c’è sintesi migliore della vita di una persona. Mi ricorda quello che don Bosco insegnava ai suoi giovani: “vivete con i piedi per terra e con il cuore abitate il cielo”.

La regola aurea: stupirsi!

Il viaggio inizia a plasmarti preparandolo ma la vera trasformazione prende avvio quando dal finestrino del tuo aereo guardi in basso, o in alto. Tutto si ridimensiona rispetto al solito, tutto assume una proporzione diversa: ciò che a terra ti sembrava enorme, visto dal cielo è infinitamente piccolo. Quel cielo che ti pareva lontanissimo ora è lì al tuo fianco, si lascia “bucare” e ti avvolge… Che bello pensare così anche al Cielo!

Quando i piedi toccano di nuovo terra, allora ti accorgi che il viaggio è nella piena funzione di trasformazione di te. La prima considerazione è che sei uno straniero rispetto alla condizione di trovarti nel tuo habitat e di agire fra le tue cose: sei tu il diverso, il nuovo, l’osservato. Sei “il bianco”, senti il peso di tutti quei criteri e quei preconcetti che normalmente sei tu a riversare sugli altri. Ora sono loro a vestirti in maniera analoga.

Ma subito il viaggio stesso ti viene in soccorso e ti insegna la regola aurea: stupirsi! Dell’accoglienza, dei sorrisi, delle risate, della musica, del caldo, della miseria, della sofferenza, delle lacrime, dei sogni, delle possibilità, della generosità, della rassegnazione, del panorama, degli odori, dei sapori, della fede, delle liturgie… e dunque lasci le redini a lui, al viaggio che ti sta conducendo.

Infine, il viaggio entra nella sua terza fase di creazione del “nuovo te”: ti restituisce là dove ti ha preso. Ti rimanda indietro, ti riporta “a casa”. Apparentemente, però, poiché tu non sei più lo stesso, non sei colui che è salito su quell’aereo all’andata. Pare banale detto così, a tratti poetico o forse patetico, ma chi lo ha provato sa quello che voglio dire: sei diventato altro da prima, sei generato nuovo e sei generato di nuovo: un travaglio, quel mix di attesa, dolore e gioia, meraviglia e mistero che l’idioma inglese mantiene proprio nella radice del verbo viaggiare: “to travel”.

Il viaggio ti ha preso in carico e ti restituisce a te stesso implorando di non fermarti. È l’insegnamento più efficace del tuo nuovo maestro di vita: il viaggio ti insegna a non fermarti anche quando torni. A non fermarti a quello che hai imparato e scoperto. A non fermarti, perché ciò che devi e puoi trasformare è di nuovo a portata delle tue mani. Decidere di te e del mondo è infinitamente più impegnativo di quello che pensi. Il bene che c’è e che puoi fare non fa rumore ma sostiene l’universo. Ogni vita salvata è una vittoria del bene sul male!

Il viaggio ti insegna a viaggiare: così come l’amore ti insegna ad amare ancora, ed ancora e ancora… ostinatamente!

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