BS Dicembre
2024

IN PRIMA LINEA

ANTONIO LABANCA DI MISSIONI DON BOSCO - Foto di Ester Negro

NIGERIA
Terra di promesse e di passione per il carisma salesiano

Visita della delegazione di Missioni Don Bosco.

«Finalmente, dopo un lungo viaggio (siamo partiti alle otto del mattino e siamo arrivati quasi a mezzanotte), siamo arrivati a Lagos, la capitale della Nigeria, dove ci aspettavano i salesiani e alcuni laici, come sempre con un’accoglienza calorosa, non per i doni ma per il calore umano che si avvertiva nell’abbraccio e nelle parole: “We hope you feel at home”. Queste parole ci accompagneranno per tutta la nostra permanenza lì». Racconta don Daniel Antúnez, presidente di Missioni don Bosco.

«Nel tardo pomeriggio, appena arrivati alla casa salesiana, ci aspettava un piatto di cibo, qualcosa da bere e dopo una lunga giornata di viaggio siamo andati a riposare, con l’illusione di vedere il luogo in cui vivevamo alla luce del sole l’indomani, visto che non avevo potuto apprezzarlo a causa del buio. La luce che entrava dalla finestra e il suono degli uccelli mi svegliarono prima che fosse ora di alzarmi. Anche se non avevo dormito molto, l’ansia di vedere i confratelli, di salutarli mi riempiva di trepidazione, appena ho potuto sono uscito dalla mia stanza e sono andato nella cappella della comunità, lì ho salutato tutti uno per uno, ma soprattutto ho voluto incontrare Jorge (l’ispettore): siamo entrambi argentini e confratelli della stessa Ispettoria, ci conosciamo da quando eravamo molto giovani, quando eravamo studenti e abbiamo iniziato i nostri primi passi nella congregazione. Sono passati quasi trent’anni da quando lui è partito per andare in Africa come missionario. Oggi la vita ci fa incontrare di nuovo per condividere in qualche modo il carisma in terra di missione, è stata una grande gioia incontrarlo di nuovo. Abbiamo celebrato l’Eucaristia che è stato il modo migliore per iniziare la visita, mettendo tutto nelle mani di Dio e dell’Ausiliatrice».

Nel cortile, un ragazzino più coraggioso degli altri, Abubakar, si avvicina a don Daniel Antúnez e gli afferra il crocefisso che porta al petto.

Il presidente di Missioni Don Bosco è in visita alle missioni in Nigeria, insieme con tre collaboratori della onlus di Valdocco. Padre Jorge Crisafulli ha organizzato l’incontro con i ragazzi di strada accolti nella struttura in fase di ampliamento a Lagos, la capitale da 23 milioni di abitanti dove almeno centomila minori vivono senza famiglia, in gruppi di auto-protezione tra i mercati, le periferie, adulti violenti o semplicemente indifferenti.

La tragedia dei minori

La crescita demografica di questa Repubblica Federale (comprende 36 Stati) è balzata all’attenzione di tutti gli osservatori in quanto ha raggiunto il più alto tasso a livello mondiale: ora è il sesto Paese più popoloso del pianeta, il primo dell’Africa. Ma da qui al 2050 è destinato a essere il terzo Paese dopo India e Cina, con oltre 400 milioni di abitanti. Non solo: mentre negli altri due si avverte già un abbassamento, il tasso di natalità nel Paese africano rimarrà alto ben oltre quella scadenza.

Questo dato si traduce nell’aumento esponenziale del numero di minori, rispetto ai quali le risposte della politica e della società si mostrano insufficienti. Già adesso la condizione di vita è precaria, fra mancanza di cibo, di istruzione, di sanità… fra il dilagare delle tossicodipendenze e della chimera del benessere facile per tutti.

Missioni Don Bosco partecipa con l’intera congregazione salesiana allo sforzo di affrontare questa emergenza, attraverso progetti che guardano al futuro delle nuove generazioni: si stima che un ragazzo su 10 si trovi per ragioni diverse a vivere per strada in seguito all’abbandono da parte della famiglia per cause diverse. E le bambine sono esposte alle sofferenze peggiori.

Durante la sua visita, l’équipe di Valdocco fa tappa in diverse iniziative chiave in cui si articola l’impegno dei benefattori. Tra queste, spiccano i progetti “Bosco Boys”, che operano a Lagos e Ibadan, che offrono riparo e supporto a bambini e ragazzi vulnerabili. La visita riguarda anche il progetto “Stitches”, programma di formazione professionale per dotare le giovanissime di competenze sartoriali, e la scuola tecnica di Ijebu Ode, dove gli studenti vengono preparati a vari mestieri per migliorare la loro occupabilità e indipendenza economica.

Secondo l’Unicef, in Nigeria circa il 64% delle famiglie si considera povero e il 32% dichiara che la propria situazione economica è peggiorata nell’arco di un anno. La povertà si traduce immediatamente nell’abbandono reale di centinaia di migliaia di bambini e bambine. Questi vivono per la strada e si aggregano in dieci-dodici per sopravvivere in quelle condizioni; stabiliscono il loro punto di ritrovo dove è più facile essere ingaggiati per lavoretti, come la consegna di pacchi, il lavaggio dei parabrezza delle automobili, la vendita di noccioline o bustine sigillate di acqua, solo per avere qualche spicciolo da spendere o per garantirsi il sedile di un pullman sul quale dormire una notte.

L’intera comunità dei salesiani della Nigeria è mobilitata per prevenire (per quanto possibile) e sicuramente per correggere (nel raggio della loro presenza) queste situazioni. A galvanizzare l’impegno è arrivato da qualche anno padre Jorge Crisafulli, salesiano argentino missionario in Africa, che già in Sierra Leone aveva impresso una svolta all’intervento salesiano. Anzitutto, prendendo a cuore la situazione delle ragazze e creando anche per loro l’offerta di uno spazio protetto dove liberarsi dal condizionamento della strada e aver modo di crescere nella maggiore normalità possibile. I salesiani hanno già comprato un’abitazione privata che diventerà una casa-famiglia per le ragazze.

Il progetto è realizzato con un ampio gruppo di professionisti: educatori, infermieri, assistenti sociali retribuiti con i fondi dai progetti di Missioni Don Bosco e di altri enti benefici. Soprattutto ha come obiettivo il ritorno degli ospiti nelle loro famiglie di origine. Vengono ricercati i genitori, si avvia una relazione con loro, si pianificano il rientro e i mezzi di sostentamento. Non è facile, poiché la situazione è complicata, talvolta dal decesso di uno dei genitori e dalla presenza di un nuovo compagno o compagna, nel maggior numero dei casi dall’incancrenirsi della condizione di povertà.

Una giornata “oratoriana”

«Oggi, sabato, ci aspetta una bella giornata. Avremo il primo incontro con un gruppo di giovani della casa di accoglienza e con i salesiani che li accompagnano. Questi ragazzi hanno una particolarità: sono, come si dice, ragazzi di strada. L’originalità di questo incontro è che ci riuniremo su una spiaggia per condividere, giocare, mangiare, pregare, cantare e, perché no, ballare.

Mentre eravamo in viaggio ho capito che non dovevo agitarmi né per il traffico, né per il tempo, non lo fanno loro, basta imitarli, quando si arriva, si arriva.

La nostra giornata è stata ricreativa, tra canti, giochi e un po’ di mare. Il pranzo sotto le palme, riso e pollo erano deliziosi, alcuni di noi hanno fatto il bis, poi sono seguiti altri momenti di musica e giochi. Posso dire che abbiamo trascorso una bella giornata oratoriana. Questo primo contatto mi ha aiutato a conoscerli e ad avvicinarmi a loro in modo amichevole, creando un legame di fiducia. La prima impressione che ho avuto è stata bellissima, erano molto affettuosi e divertenti, siamo stati benissimo insieme. Mi hanno fatto sentire a casa.

Questi incontri mi aiutano a conoscere la realtà, a entrare in sintonia con il loro mondo, a vederli con gli occhi del cuore e non solo con i sensi. Questi ragazzi vengono dalla strada, sono ragazzi con storie molto difficili. È qui che inizio a vedere il lavoro che fanno i Salesiani. Quando stavamo venendo qui, Jorge mi aveva detto che ci sono circa 100 000 bambini di strada come loro, che vagano da una parte all’altra della città, sperando che l’aiuto sia sincero e onesto, cosa che come possiamo immaginare non sempre avviene. In questo caso don Bosco è l’ancora di salvezza per molti di loro, è la casa, il rifugio, il piatto di cibo, l’affetto che a loro manca, che non hanno. Ancora una volta posso dire che il carisma è ancora vivo, soprattutto in questi contesti di tanta vulnerabilità, di tanto bisogno e dove l’impossibile può cominciare a essere possibile, dove i sogni possono diventare realtà. Ancora una volta ringrazio Dio per avermi portato qui, per aver potuto condividere la vita e la missione con i miei fratelli salesiani».

A Lagos è attivo dal 2018 il Centro di Protezione dell’Infanzia (CPC) “Bosco Home”: attualmente è in grado di dare accoglienza a circa 50 bambini vulnerabili con un approccio capace di offrire loro un ambiente sereno e familiare. Per loro i missionari hanno delineato uno specifico programma di riabilitazione che comprende accoglienza, pasti, istruzione, cure mediche, abbigliamento, consulenze e sedute di psicoterapia, acquisizione di competenze professionali, contatti con la famiglia e reinserimento sociale. Presto si confida di poter aprire una casa anche per 30-40 ragazze vulnerabili: sono già iniziati i lavori di adattamento di una proprietà che si trova proprio di fronte al rifugio dei ragazzi, che consiste di due piccoli edifici e – importante – ha un proprio pozzo per il consumo di acqua.

Don Antúnez e l’intera delegazione di Missioni Don Bosco sono profondamente colpiti dall’impatto che i progetti hanno sulle comunità locali, notando sia la dedizione e l’impegno dello staff sia la volontà di cooperazione dei beneficiari. L’incontro serve non solo a verificare lo stato dei progetti, ma anche come opportunità per un dialogo e una riflessione: la delegazione interagisce con i missionari per comprendere meglio le sfide e le esigenze sul campo e per trasmettere le migliori pratiche maturate in progetti analoghi. «I salesiani devono rimanere in contatto anche fisico con la gente – ha sottolineato don Crisafulli – è importante sentire l’odore della povertà».

La lezione che l’esperienza nigeriana ripropone è quella che «dobbiamo essere salesiani che pensano alla necessità dei più deboli» sottolinea don Antúnez: «non dobbiamo essere preoccupati di come mettere in piedi una struttura poiché i poveri non hanno e non aspettano niente. Iniziamo a rispondere con le risorse che abbiamo e le opere verranno da sé». L’orientamento deve essere quello di chi si propone di portare a dignità la vita degli emarginati, dei rifiutati, degli scartati: insieme a loro si darà corpo alle soluzioni più stabili e durature.

«Portami con te»

Alla fine, don Antúnez incontra quel ragazzino attratto dal crocifisso che gli pende dal collo, potrebbe volerglielo staccare per un trofeo da esibire agli amici. Ma quello in realtà è un’ancora alla quale aggrapparsi. Gli chiede: «Daniel, portami con te». Per lui, quell’uomo è la chance di una fuga dalla condizione di povertà e solitudine. «Ha visto in me una possibilità di salvezza, il potere di farlo uscire dalla strada subito e per sempre. È il grido che ho sentito, di lui e di tutti gli altri minori abbandonati: toglimi di qui».

«Non posso portarti con me, non vivo da solo» è la risposta inevitabile che il presidente di Missioni Don Bosco gli ha dovuto dare. Ma i missionari sono lì, con quel ragazzo, proprio per dargli l’àncora a cui aggrapparsi per non andare a fondo nella tempesta che è la sua vita oggi. L’amorevolezza che esprime verso Abubakar padre Crisafulli insieme con tutti i confratelli nigeriani (c’è un bel fiorire di vocazioni!) è la vera chiave di volta. «In tutti abbiamo trovato vivo il carisma di don Bosco» commenta don Antúnez, mentre porta con sé la domanda cruciale: “Perché io ho tutto se non ne ho merito?”. Ma sente anche la necessità di dire grazie a Dio, che spinge i missionari a donarsi per la vita dei più piccoli.

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