BS Luglio/Agosto
2023

PASSIONE ORATORIO

LA COMUNITÀ

Nel centro ferito della città
Incontro con don Gianmarco Pernice

Apre le porte dell’Oratorio giorno e notte nel quartiere più problematico di Torino. Proprio come don Bosco ai vecchi tempi.

Vuoi presentarti?

Mi chiamo don Gianmarco Pernice e l’obbedienza mi ha regalato la possibilità di vivere la missione salesiana al centro del cuore del carisma di don Bosco nella comunità salesiana dell’opera di San Salvario a Torino accanto alla stazione di Porta Nuova.

Com’è nata la tua vocazione?

Ho vissuto la mia infanzia nella casa salesiana di Cuneo. Vivendo in oratorio mi sono innamorato della vita salesiana perché ho conosciuto una comunità di persone che hanno donato tutta la loro vita a Dio con lo stile di don Bosco.

Ho visto una comunità di uomini come me, con i loro limiti, le loro debolezze, le loro fatiche, ma che portano in sé tanta speranza; che hanno una meta comune e puntano lì costantemente; se si scoraggiano si aiutano a rimotivarsi; se cadono si aiutano l’uno con l’altro a rialzarsi prontamente.

Ho visto una comunità di uomini consacrati al Signore che pregano insieme per la gente che è loro affidata; che fanno fatica a prendere sonno la notte quando sanno che qualcuno soffre ed è in difficoltà; che cercano in tutti i modi di aiutare chi tende la mano, chi non ce la fa più, chi ha perso e vuole ritrovare un Senso alla propria vita.

Ho visto negli occhi di quegli uomini una luce “particolare” che non riesco e non posso dimenticare.

Ho pregato Dio che mi regalasse un po’ della loro Fede, della loro Speranza, della loro Carità.

Ho chiesto a Dio il coraggio di imitare quegli uomini, vivere come loro, con loro, per sempre!

Qual è stata la tua “carriera” salesiana?

Durante la formazione ho avuto la possibilità di vivere diverse esperienze in più ambiti della vita salesiana: scuola media, centro di formazione professionale, la parrocchia… una costante che è rimasta sempre è stata l’oratorio e la strada.

Una volta ordinato sacerdote ho vissuto 7 anni a San Benigno Canavese come referente educativo al Cnos-fap (elettrotecnici, meccanici, cuochi, acconciatrici) e incaricato dell’oratorio-centro giovanile. Successivamente 8 anni all’Agnelli come parroco, incaricato dell’oratorio-centro giovanile, responsabile del cinema-teatro.

Che opera è il San Giovanni Evangelista di Torino?

Come tante opere salesiane anche la nostra vive in una realtà complessa. Tre Chiese: la Chiesa del San Giovannino costruita per volere di don Bosco stesso ed inaugurata nel 1882. La parrocchia dei Santi Pietro e Paolo e la parrocchia del Sacro cuore di Maria.

Tre oratori: l’oratorio San Luigi fondato come secondo oratorio da don Bosco stesso nel 1847, l’oratorio dei Santi Pietro e Paolo e l’oratorio del Sacro Cuore di Maria. Il collegio universitario, la cappellania Filippina affidata alla cura dei salesiani già nel 1998, la comunità per 16 minori stranieri non accompagnati, un housing sociale, l’accoglienza per le famiglie afgane, un’accoglienza per donne vittime della tratta e non ultima ma che tiene insieme tutti i pezzi, come se fosse una grande, immensa, fitta, rete di sostegno, l’educativa di strada con sede nel parco del Valentino ma che si interseca nelle vie e nelle piazze di tutto il quartiere.

Qual è la tua missione al San Giovanni Evangelista?

Sono incaricato degli oratori di San Salvario, referente della comunità per minori stranieri non accompagnati, referente dell’educativa di strada. Mi affidano sempre le parti più divertenti di un’opera salesiana…

È una bella storia molto “salesiana”

Diciotto anni fa l’allora incaricato dell’oratorio, passando per il Valentino assieme all’educatore, si accorse di una zona di spaccio molto frequentata, era triste vedere così tanti ragazzi anche minorenni tutti stranieri arrivati da chissà dove e chissà come, abbandonati a loro stessi, in cerca di un piccolo guadagno per poter mangiare e dormire e comprarsi qualche vestito.

Si sono avvicinati a loro e subito quei ragazzi hanno chiesto: Volete del fumo? La risposta immediata fu: No, grazie, ma ci piacerebbe giocare con voi. Da quel giorno passo dopo passo è cominciata una relazione che si è allargata a macchia d’olio, la richiesta al comune di trasformare quel luogo in un punto di riferimento educativo, il passaparola e le continue passeggiate degli educatori per il quartiere furono tutti piccoli passi finalizzati ad invitare i ragazzi a frequentare “Spazio anch’io”: così si decise di chiamarlo. Uno spazio anche per loro, una casa anche per loro! Più passavano i giorni più si rendevano conto, ragazzi ed educatori contemporaneamente, che spesso “Casa” non è un luogo ma una persona e rincontrare quegli educatori per strada li faceva sentire finalmente a casa in una terra che continuava per loro ad essere straniera.

Qual è la situazione, oggi?

Nel parco del Valentino abbiamo un container che ci permette di tenere al sicuro calcetto, ping-pong, tavoli e sedie e tutto il materiale e poi tre grandi gazebo per riparaci dalla pioggia o dal sole cocente dell’estate. I ragazzi hanno chiamato un Writer per abbellire il container e hanno voluto che scrivesse questa frase: “A Torino nessuno è straniero”. Questa frase, pensata da loro, riassume molto bene il lavoro costante che, da allora, salesiani e laici portano avanti insieme per loro. Accoglienza dei nuovi, scuola di Italiano, sportello lavoro, sostegno per sbrigare diverse pratiche burocratiche, documenti, avvocati, collegamento con ufficio stranieri e minori stranieri, sostegno psicologico in collaborazione con il centro Franz Fanon, curriculum vitae, ricerca del lavoro, accompagnamento del ragazzo durante il lavoro, possibilità di svago e di incontri educativi significativi e poi si fa merenda.

Come sono i ragazzi e i giovani dei tuoi Oratori?

San Salvario, è un quartiere multietnico unico nel suo genere e studiato in tutta Europa come esempio di accoglienza, integrazione e inclusione tra etnie diverse ma anche tra diverse religioni, che sono presenti, convivono e collaborano tra di loro, Cristiani, Ebrei, Musulmani, Valdesi…

È una sfida complicata ma che sta portando dei risultati eccellenti grazie al continuo sforzo di tutta la comunità educativo-pastorale, nel tenere insieme i vari ambienti dell’opera facendoli interagire tra di loro creando sinergie inaspettate, ricche di relazione.

Lavoriamo su 11 progetti attivi su tutto il territorio del quartiere di San Salvario e non solo, alcuni progetti sono locali, altri nazionali, altri internazionali.

Come conciliate missione ed evangelizzazione?

Vi racconto una storia: un po’ prima dell’inizio del Ramadan sono andato a trovare l’Imam e gli ho chiesto consigli su come far vivere al meglio ai ragazzi della comunità e dell’oratorio questo periodo così importante. Entrambi abbiamo concordato che sarebbe stato importante per loro che non si fissassero solo sul rispetto di regole e pratiche religiose ma che avessero la possibilità di vivere un cammino più profondo di incontro vero e sincero con Dio. Ci siamo ritrovati sul fatto che la gestione degli adolescenti riguardo alle regole, alla libertà, alle ribellioni, alle domande sul senso della vita sia identica un po’ in tutte le religioni… tutto il mondo è paese…

Iniziato il Ramadan a volte sono stato con loro la notte, altre volte li ho accompagnati in moschea e ho pregato il mio Dio con loro. Iniziata l’estate, alcuni di loro hanno partecipato alle attività estive dell’oratorio e il primo giorno in cui siamo andati tutti in chiesa li ho visti un po’ titubanti nell’entrare e ho detto agli educatori di non insistere. Stavo già parlando ai ragazzi quando loro decidono di entrare tutti insieme e con mio stupore si guadagnano posti a metà chiesa. Alla fine della preghiera, durata una buona mezz’ora, sulla strada, tornando in oratorio, ho fatto loro i complimenti e li ho ringraziati della presenza, mi hanno risposto che inizialmente non volevano entrare ma poi si sono ricordati che io ero andato a pregare con loro…

Quando ero in formazione sognavo il mio futuro in una casa salesiana con un gruppo giovani che partecipa ai ritiri, un bel coro, gruppi di preghiera, una chiesa gremita di giovani la domenica e io giovane prete a incitare le folle!! Poi appena diventi prete ti accorgi che la realtà è un po’ più diversa… e forse meno male…

Che cosa ti dà più soddisfazione?

La missione sulla strada con i ragazzi più poveri e bisognosi ci porta a vivere pienamente il cuore del carisma salesiano delle origini. Se Valdocco è il primo oratorio e noi siamo il secondo oratorio che don Bosco ha fondato, la strada è l’oratorio “numero zero”, l’inizio di tutto!

In più, l’esperienza di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati ci fa sperimentare la paternità spirituale che don Bosco visse alle origini dell’opera salesiana.

Un giorno scendevo le scale con un ragazzo della comunità che si ferma davanti alla statua di Maria Ausiliatrice, prende per mano il bambinello e mi chiede: Chi è lei? Rispondo: è Maria. Lui: Ahh e lui chi è? Rispondo: Gesù. Lui: Ahh! E perché sta qui? Rispondo: Per proteggervi tutti quando dormite. e anche di giorno. Lui ci pensa un po’ e poi domanda: e perché è tutta bianca? Coloriamola no? Rispondo: Non si può colorare una statua della madonna scolpita nel marmo di Carrara! Lui: non ho capito niente!… e poi continuando a scendere le scale si gira e tirando fuori un bacio dalla bocca come fa mio nipote, dice: Ciao mamma bianca!

Non penso di avergli risolto un problema di fede o di averlo convertito e tantomeno non ho risolto i miei problemi di fede. Ma quel giorno me lo ricorderò a lungo perché quel “ciao mamma bianca” è stata una delle più belle Ave Maria che io abbia mai ascoltato.

Quali sono le difficoltà?

Il vissuto dei nostri ragazzi è spesso traumatico: adulti che li hanno feriti, utilizzati, abbandonati, sfruttati per i loro interessi, adulti che spesso li hanno costretti ad affrontare un viaggio che ha messo a rischio la loro stessa vita. Per difendersi da tutto questo tirano su barriere relazionali, si chiudono in loro stessi, si armano di una corazza apparentemente impenetrabile, agiscono con violenza per difendersi da un passato che li ha feriti nel profondo dell’animo facendo perdere loro la speranza. La difficoltà più grande è quindi quella di far capire loro che possono fidarsi di noi come adulti di riferimento che possono aiutarli a sognare un futuro migliore.

I nostri ragazzi sono in cerca di quell’amore che non hanno ricevuto o di cui sono stati privati e lo rivogliono a tutti i costi! È un urlo disperato! Con quello che dicono e con quello che fanno, ci ricordano che tutti abbiamo il diritto di ricevere e di donare amore. Lo chiedono a modo loro, a volte sono affettuosi, a volte sono violenti, mi piacerebbe una via di mezzo ogni tanto.

Sono ragazzi che hanno visto morire i loro compagni di viaggio, genitori uccisi, trucidati dalla polizia del loro paese davanti ai loro occhi, i campi di concentramento esistono ancora in Libia, solo che è meglio non parlane troppo… ma quando trovi un ragazzo che ti racconta che cosa vuol dire essere bendati, bastonati, violentati, lasciati soli, in mutande, per terra, al buio, per giorni e notti intere, senza cibo…

Un ragazzo una volta mi ha confidato che la notte della partenza per l’Italia lo hanno liberato mani e piedi, ancora bendato e gli hanno detto: “Ora corri veloce dritto davanti a te” e poi hanno iniziato a sparare. “Oggi sono qui! Questa per me vita nuova”. Non per tutti è andata così…

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Fare di tutto per salvarne uno in più ogni giorno.

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