MISSIONI DON BOSCO
Luca Barone
Missione in UCRAINA
C’è un modo di viaggiare che non è turismo, ma pellegrinaggio. È quello che attraversa l’Ucraina oggi: una terra ferita, dove le strade non collegano solo città tra loro, ma cuciono lacrime, resistono al dolore, tengono insieme speranze ostinate.

Non è un viaggio come gli altri, quello dentro una nazione in guerra. Non lo misuri in chilometri, ma in sospiri. Non lo racconti solo con fotografie, ma con silenzi. È un attraversare macerie che parlano e volti che implorano. È un pellegrinaggio fragile, dove persino la speranza cammina con passo ferito.
Eppure, proprio lì dove il rumore delle armi sembra voler soffocare ogni parola, nasce il bisogno di dire pace. Non come uno slogan vuoto, ma come una scelta incarnata, quotidiana, ostinata.
Come équipe di Missioni Don Bosco abbiamo varcato nuovamente quei confini non entrando semplicemente in una nazione in guerra bensì entrando in una ferita aperta del mondo. E lì, tra macerie e silenzi interrotti dalle sirene, ho riscoperto nuovamente che la pace non è una parola da pronunciare, ma un grembo da custodire.
Viaggiare in una terra in guerra, viaggiare in Ucraina, è come camminare su una soglia: da una parte la paura, dall’altra la fede. Le case portano addosso le cicatrici, moltissimi giovani uomini che ho incontrato portano sul loro corpo, o quello che ne resta, segni, ferite, protesi, ma gli occhi della gente custodiscono ancora la luce.
Viaggiare in Ucraina oggi significa accettare di non avere risposte facili, di non accontentarsi di analisi geopolitiche superficiali. Le strade raccontano paura, le città gridano resistenza, e gli occhi delle persone sono mappe di dolore e di dignità. È un viaggio che ti chiede di spogliarti delle certezze e di vestirti di compassione.
È un viaggio che ti disarma (ed uso volutamente questo termine a fronte delle armi che occupano quel paese) perché capisci che non esistono itinerari sicuri quando il dolore è diffuso, ma esistono sentieri di umanità che nessuna bomba riesce a interrompere.
La pace non si attraversa: si costruisce passo dopo passo.
La pace: non un’assenza, ma una presenza. La pace, in Ucraina, non è il silenzio delle armi (che ancora tarda a venire), è il rumore dei bambini che continuano a giocare nei cortili delle case salesiane. È un quaderno aperto, una lezione che non si interrompe, una carezza che consola.
La pace non è un punto d’arrivo, ma un cantiere aperto. E i Salesiani sono operai di questo cantiere: con le mani sporche di quotidianità e il cuore pulito di Vangelo.
Educare, lì, diventa un atto profetico. Un gesto di resistenza dolce. Una risposta silenziosa alla violenza.
La pace cresce dove qualcuno si ostina a insegnare. Ho visitato le presenze salesiane di Lviv, Vynnyky, Kyiv, Korostyshiv, Zhytomyr, Bibrka, lì dove l’educazione salesiana è pane, scuola, accoglienza e consolazione.
I Salesiani in Ucraina non portano grandi discorsi, ma presenze fedeli. Sono lì, accanto ai giovani, a custodire i loro sogni quando tutto sembra volerli spezzare. Offrono ascolto quando il mondo urla, offrono stabilità quando tutto crolla.
Il loro ruolo è discreto e potente allo stesso tempo. Non sono eroi che salvano il mondo, ma artigiani di umanità che ricompongono pezzi di vita.
✦ Accolgono i bambini sfollati, facendo delle loro case luoghi di calore.
✦ Sostengono le famiglie ferite, offrendo non solo aiuti materiali ma vicinanza.
✦ Educano alla pace, non con teorie, ma con relazioni vere, quotidiane.
In Ucraina, le opere salesiane sono come tende nel deserto: offrono riparo, ma soprattutto orientamento. Non solo aiuti materiali, ma relazioni che salvano.
In mezzo alla guerra, i Salesiani diventano segni concreti che Dio non ha abbandonato questa terra. La loro missione è semplice e radicale: stare. Restare quando sarebbe più facile partire. Credere quando tutto invita a disperare.
Tra i giovani, l’educazione diventa una grammatica della speranza. Non si tratta solo di trasmettere nozioni, ma di dire a ciascuno: tu vali, tu esisti, tu sei futuro anche quando tutto sembra negarlo.
Ogni aula che riusciamo a costruire nel mondo è una trincea disarmata. Ogni oratorio è una piccola vittoria contro la disperazione.
E mentre fuori il mondo si frantuma, dentro quelle mura si ricuce l’umano perché ogni scuola aperta è una guerra che perde forza.
Il mio viaggio non è solo geografico: è interiore.
È un itinerario che attraversa la mia coscienza e domanda: che posto occupa la pace nella mia vita?
Perché è facile invocare la pace da lontano, ma difficile abitarla da vicino. Lì, invece, non puoi restare neutrale: o costruisci o distruggi. Anche con le parole. Anche con gli sguardi.
E allora capisci che la pace comincia da piccole fedeltà: da una visita, da una mano stretta, da una presenza che non scappa.
Parlando con i Salesiani, i volontari, gli operatori mi convinco che la pace ha bisogno di piedi che vadano e mani che restino.
Dall’Ucraina, come da ogni viaggio di missione che compio, torno diverso. Con meno certezze, forse. Ma con un’urgenza più grande: non parlare della pace, ma diventare pace.
Come diceva don Tonino Bello, bisogna “organizzare la speranza”. E i Salesiani lo fanno ogni giorno, tra macerie e sorrisi, tra notti lunghe e mattini ostinati.
Perché la guerra può devastare le case, ma non può spegnere chi ha deciso di educare all’amore.
















