BS Maggio
2024

INIZIATIVE

Amici di Jangany

Miracolo a JANGANY

Fragilità e straordinarie imprese in un villaggio del Sud Madagascar.

Madagascar

La situazione umana delle persone che vivono in Madagascar, stanti le responsabilità umane, pone riflessioni anche alla teologia, facendosi strada, anche qui, il silenzio di Dio: oltre 27 milioni di abitanti, di cui oltre l’80% sotto la soglia di povertà (meno di 2 dollari al giorno); una fame che colpisce il 42% dei bambini sotto i 5 anni; l’accesso a fonti di acqua potabile disponibile a neppure metà della popolazione; e solo l’11% ha accesso a impianti igienici adeguati. Madagascar, uno dei paesi più poveri del mondo, le cui notizie sono offerte dai media in rarissimi desolati servizi.

In questo contesto, negli ultimi cinque anni, l’aggravante dei cambiamenti climatici ha colpito il cosiddetto Grand Sud del Madagascar, uno dei luoghi più colpiti del pianeta: ben oltre un milione di persone alla fame, ben oltre diecimila nello stadio classificato catastrofico, lo stadio più grave di insicurezza alimentare – prossimi alla morte – secondo i cinque stadi stabiliti dall’Integrated Food Security Phase Classification (ipc). Anni senza pioggia hanno generato processi di desertificazione; secondo le Nazioni Unite la siccità che assale il Paese è la peggiore degli ultimi quarant’anni. Nel sud la gente mangia foglie di cactus per sfamarsi, qualcuno riesce a «cucinare le foglie per ricavare un po’ d’acqua – spiegava con amarezza ancora nel 2021 il salesiano padre Jean-Chrys. – Vengono mangiati scarti di pelle di animale… e c’è una grande corruzione, oltre allo scetticismo del Governo sul fatto che esista realmente una carestia»; la fragilità delle istituzioni si riverbera in tutto il paese lasciando insicurezza e deriva.

Numerosi cicloni e inondazioni, anni di grave siccità, terremoti ed epidemie non hanno, infine, aiutato il paese. Madagascar: una periferia geografica ed esistenziale di Evangelii Gaudium, su cui papa Francesco non cessa di attirare la nostra attenzione.

Jangany, il percorso di una brousse

Jangany (diocesi di Ihosy) è una savana, posta sull’altopiano dell’Horombè nel nord di questo Sud. Per arrivarci la strada accidentata è tremenda; ti fermi un momento quando la luce ormai è scesa e ti senti nel nulla, come sospeso avvolto dall’aria, tocchi nel profondo quanta poca cosa è l’uomo; guardi la luna che è la stessa che si vede in occidente e pensi alla diversità di opportunità che hai e non per merito. Più avanti il rumore dell’acqua sopra il ponte che ha preso il nome di Ponte Progresso, perché ha fatto uscire il villaggio dall’isolamento: il rumore dell’acqua è forte ma ricordi l’appello del 2006 quando andavano a raccogliere l’acqua nelle pozzanghere per una devastante siccità.

Nel 1989 questo villaggio contava 400 abitanti e 400 maiali selvatici. Quando il missionario vincenziano padre Tonino Cogoni – responsabile della Missione e fondatore della scuola Sainte Marie di Jangany – vi si recò vincendo dubbi e perplessità del vescovo locale, comprese subito che il punto di partenza dell’emancipazione umana non poteva che essere la scuola. L’evangelizzazione, che pone l’uomo al centro dell’amore di Dio, non poteva prescindere dalla dignità delle persone, e per questo, prima della costruzione di una chiesa (poi realizzata nel 2019, 30 anni dopo, orgoglio di tutto il villaggio), vi furono le aule scolastiche e due strutture sanitarie donate al Comune. Racconta padre Tonino: «Era impressionante vedere lo stato selvatico e primitivo in cui la gente viveva: non esistevano scuole e dominava l’analfabetismo; l’unico strumento di lavoro era una piccola vanga che serviva per tutti gli usi; l’aratro era sconosciuto. Mi sembrava di vedere le immagini dell’età della pietra».

Il percorso di crescita di Jangany (letteralmente l’uomo che sta in piedi) è passato attraverso l’istruzione – di conoscenza, competenza ed educazione umana, come recita il motto della scuola; da un analfabetismo totale, proprio dell’etnia bara, una delle più misere del paese, più di 3000 bambini e ragazzi sono stati toccati dall’istruzione; nel 2017 i genitori, non potendo pagare il sostegno alla continuazione dello studio, hanno chiesto un Liceo letterario e scientifico; gli abitanti del villaggio – che non sapevano neppure dell’esistenza dell’acqua nel sottosuolo – hanno realizzato 43 pozzi profondi 10/15 m; l’acqua potabile – sostituendosi all’acqua delle risaie appena bollita – ha garantito salute e un innalzamento dell’attesa di vita da 37 a 45 anni; l’educazione sanitaria e un dispensario medico, poi riconosciuto anche dallo Stato, hanno migliorato il livello di salute, insieme all’introduzione di nuove alimentazioni. Se attraversi il mercato grande del giovedì, sei inondato dalle voci e la vivacità della gente che giunge anche da villaggi e cittadine vicine: vi trovi riso, legumi, verdure diverse, frutti… in luogo della sola manioca. Molte case sono costruite in mattoni cotti – grazie a un qualificato apprendimento edilizio – e hanno resistito a ripetuti cicloni; strade e ponti, che collegano alla route national verso Tulear e verso Ihosy, insieme a una parabola satellitare, hanno tolto Jangany dall’isolamento di trasporti e comunicazioni. Nel 2016 un impianto fotovoltaico di 64 kwh ha offerto corrente elettrica, per la scuola, il dispensario medico, lo studio serale, la sicurezza delle strade del villaggio, l’alimentazione elettrica delle pompe per attingere acqua dai pozzi, un po’ di sviluppo in aiuto a qualche piccolo punto di ristorazione, un paio di falegnami e artigiani.

Jangany è diventato un modello di cambiamento. La gente che giunge da fuori afferma «beata Jangany che ha messo testa nuova», e gli abitanti rispondono «è la scuola che ha fatto la città».

La scuola – motore di un cambiamento di mentalità di persone che hanno imparato a resistere a siccità, carestie, cicloni, passaggio di cavallette – conta oggi 50 insegnanti ben selezionati e 1000 studenti, dalle materne, primaria, secondaria, al liceo; di questi, 800 sono in situazione di povertà, e di questi 100, giunti dalla savana più lontana, sono ospitati nel convitto. Oltre alla scuola, nella Cité des Etudes, il più grande quartiere di Jangany, vi sono anche aule dislocate nella savana. Si trova a Jangany la prima scuola di informatica del Sud (potenziata quest’anno con altri 70 computer), una biblioteca cartacea di centinaia di testi offre possibilità culturali tutte da sviluppare.

Quasi 10 000 gli abitanti che risiedono oggi in un luogo passato dalla preistoria, per così dire, al medioevo. È la scuola che ha fatto queste meraviglie.

Siccità e COVID

La mancanza di piogge da quattro anni ha seriamente minacciato questo percorso di crescita. Senza acqua potabile non si va da nessuna parte. Alcuni forages realizzati nei quartieri del villaggio nel 2012 e altri nel Centro di Formazione Rurale del marzo 2022 e nel centro delle strutture scolastiche e del dispensario, hanno garantito non solo la sopravvivenza ma anche la speranza, a fronte del prosciugamento totale dei 43 pozzi.

Il villaggio è stato anzi in grado di ospitare famiglie fuggite alla fame dal più profondo Grand Sud, offrendo loro un pezzo di terra ove costruire una capanna, l’istruzione scolastica e la possibilità di coltivare qualcosa.

Accanto a nuovi forages alla profondità di 60 metri, i cui punti di perforazione sono stati individuati con l’aiuto di geologi e del Dipartimento Scienze della Terra dell’Università di Torino, saranno realizzati punti di distribuzione dell’acqua con pompe alimentate dall’energia fotovoltaica. Anche la cei, grazie all’8×1000, ha significativamente partecipato a questi progetti di cooperazione internazionale.

Oltre alla siccità il percorso è stato ostacolato anche dal covid: nell’impossibilità di diagnosi e mancanza di vaccini il villaggio si è in ogni caso trovato in una situazione di isolamento commerciale imposto da leggi statali e dalla chiusura scolastica.

Il problema della formazione professionale

A fronte della presenza di un Liceo e di un Centro di formazione rurale, cui segue la ripresa di una Scuola di economia domestica, ci si chiede perché a Jangany non sia presente una scuola professionale. Effettivamente siamo ancora in una fase prematura: la presenza di insegnanti competenti prevede un costo alto per lo stipendio, non vi è disponibilità di macchinari, mentre speriamo, nel prossimo anno, vi sia la disponibilità dell’energia elettrica necessaria.

Per questo motivo Amici di Jangany odv aveva pensato di aiutare con borse di studio invitando a studiare presso centri salesiani molto preparati su queste materie. Si era cercato di vincere la resistenza delle famiglie a lasciare studiare i figli fuori dal villaggio, a Tulear e ad Antananarivo. Il salesiano padre Erminio De Santis, responsabile della scuola professionale di Ivato (Antananarivo), nel 2019 aveva accolto padre Tonino e si erano individuati due alunni per cominciare, pronti a ricevere due posti offerti dai salesiani, ma il covid ha impedito il progetto e i genitori non hanno più acconsentito alla loro partenza. Oggi quattro studenti stanno frequentando la scuola universitaria di padre Pedro con orientamenti infermieristico, tecnico e di formazione didattica.

Il problema centrale della formazione rimane quello che quando un giovane acquisisce competenza fuori, nelle città, ha poi resistenza a tornare alla vita più difficile della brousse. Per questo motivo la strada che sarà da intraprendere dovrà privilegiare quella della formazione locale.

Jangany insegna

In questa situazione di fragilità e speranza siamo colpiti dalla gioiosità dei malgasci: ha qualcosa di sorprendente. Chi vede la povertà in cui vivono e le difficoltà tra le quali si muovono è portato a pensare che si tratti di una popolazione triste e angosciata, invece i loro visi sono sempre pronti al sorriso e comunicano gioia. Il loro animo semplice coglie con spontaneità gli aspetti gioiosi che sono presenti anche nelle povere cose di cui è fatta la loro vita. Basta un niente per radunare le persone e coinvolgere bambini e adulti nei canti corali e nei movimenti di danza. Si direbbe che questa gioia semplice sia la ricchezza di questi poveri. Viene da desiderare che il sorriso dei bambini si trasformi in un gioioso avvenire per il Madagascar.

I momenti di festa domenicale o speciali, come l’anniversario dei 25 anni di scuola, la festa annuale della scuola pubblica e privata, la festa della donna, feste religiose come Cristo Re, il rito del Famadihana per l’ingresso del defunto nel regno degli antenati… sono momenti di straordinaria partecipazione collettiva. Tanto nella nostra società occidentale domina la percezione di sé come individuo quanto a Jangany percepisci il senso di appartenenza a un popolo.

Un terzo elemento di riflessione, diremmo interculturale, riguarda il senso di accettazione delle cose; non la chiamiamo rassegnazione per non includervi un atteggiamento di passività (se oggi un ciclone abbatte le case queste vengono ricostruite da subito, un tempo la rassegnazione portava a guardare il danno). L’accettazione del limite è un insegnamento non scontato: se oggi a tavola non c’è nulla da mangiare, mangeremo domani. Come dice il proverbio malgascio esemplificando «Misy runy, miàra-misùtru; misy vèntiny, miàra mitsàku. Beviamo insieme se c’è del brodo, mastichiamo insieme se c’è della carne».

Non ultima differenza è la collocazione di sé nel tempo. Nella lingua bara non esistono espressioni come sbrigati! fai in fretta, mentre sovente sentiamo espressioni come mora mora, cioè fai con calma, vai tranquillo. Il tempo non è considerato dal punto di vista del profitto, ma delle relazioni. Il tempo non fugge e siamo noi che ne determiniamo la velocità, e la morte è vissuta come la fine della parte di vita/tempo che ci era stata assegnata. Gli incontri, i discorsi e le presentazioni a noi sembrano inutili e interminabili, mentre hanno una fondamentale importanza perché dilatano nel tempo l’importanza della relazione: l’ascolto dell’altro spesso più efficace nella presa di decisione se confrontato con il non ascolto di molte nostre riunioni.

Contatti   amici.jangany@gmail.com

Info          https://jangany.tumblr.com

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