L'INVITATO

Paolo Vaschetto con tutta la famiglia

Mio papà, il signor Tommaso

Paolo Vaschetto è salesiano coadiutore dal 1989. Dopo alcuni anni nella casa di Lombriasco (proprio quella dove il suo papà ha scoperto don Bosco), è partito per l’Africa dove ha trascorso 17 anni tra la Nigeria e il Ghana. Attualmente è a Roma per alcuni studi di approfondimento su don Bosco

Mi sembra, in questo articolo,
di voler chiudere un cerchio e, con questo intento, provo un’impresa: racchiudere una vita spesa con don Bosco in poche righe e poche immagini, mescolando tristezza
e gioia, nostalgia e stupore…

Quando poi la guerra bussa alle porte della Casa Madre, gran parte degli studenti delle scuole salesiane di Torino viene evacuata in un luogo che si pensava meno esposto, la casa di Cumiana che si trova in aperta campagna. Quattro mesi molto complicati, con più di 500 ragazzi ammassati in spazi molto ristretti… Mio papà non ne parlava volentieri e si può immaginare il perché, a partire dalla penuria di cibo per una folla così imponente di giovani e dalle condizioni disagevoli delle camerate.Il cerchio comincia ad essere tracciato quando il signor Tommaso Vaschetto entra come convittore della Scuola Media a Valdocco nel 1943. Anni difficili, in piena guerra, tra bombardamenti e perquisizioni in cerca di partigiani e con soluzioni coraggiose come fare lezione in collina, a Valsalice, e tornare in tram a Valdocco, con la nota simpaticamente giovanile, pur in momenti così drammatici, che tra la partenza e l’arrivo il mite don Venzon perdeva gran parte degli studenti…

Alla scuola agraria

Le cose poi, chissà come, si sono normalizzate e, dalla scuola media a Valdocco il giovane Tommaso passa, nel 1946, alla Scuola Agraria Salesiana di Lombriasco. Lì trascorre cinque anni memorabili tra disciplina ferrea e preparazione professionale impeccabile, ma anche tant’altro come il gioco, il tifo per la Juventus, e, soprattutto, le amicizie destinate a durare nel tempo sia tra studenti che con gli insegnanti. Mentre cresceva la sua competenza in campo agrario, uno strumento che lo ha accompagnato per tutta la sua lunga vita, si creavano legami di stima, cordialità e in alcuni casi affetto vero che lo avrebbero segnato per sempre. Quella casa salesiana era davvero “casa sua” e i Salesiani che lo avevano formato erano veri Padri e Fratelli, persone che avevano dedicato la loro vita per lui e gli altri ragazzi e di cui coltivava una sorta di venerazione sincera (spesso nominava don Pellegrino, don Mion, don Acchiardo, don Agagliate, don Rinaldi, don Rossi, don Pernigotti, don Lorenzatti, don Oppezzo, il sig. Zampieron…). I fatti successivi all’esame di maturità lo testimoniano: lanciato nel mondo del lavoro prima come consulente e supervisore agricolo entra, dopo qualche anno, nel mondo della scuola. Un lavoro nel campo dell’educazione e mettere su famiglia diventano due capitoli quasi contemporanei e di certo don Bosco era contento di vedere uno dei suoi exallievi raggiungere questi bei traguardi. Nel 1962 nasce il primogenito seguito dal secondo nel 1969, figli di un momento particolare della storia italiana, ma che quasi sfuggiva a chi si concentrava sul proprio lavoro e la propria famiglia. Così era accaduto a papà, che oltre alla scuola curava giardini e parchi con passione e abilità non comuni, ma di certo non si coinvolgeva granché nelle grandi e piccole rivoluzioni di quel periodo.

Il papà di Paolo

Altri tratti del cerchio, quelli che sono marcatamente salesiani, sono l’accettazione cristiana della perdita della dolce sposa nel 1983 e l’appoggio alle vocazioni diverse dei due figli. Lo sbocciare delle due vocazioni (matrimoniale per il primo e salesiana per il secondo) è quasi contemporaneo, tra il 1988 e il 1989, e in entrambi i casi i figli hanno percepito il suo dolore del distacco, ma mai un’opposizione. Papà si ritrovava da solo in un battibaleno, con la gioia di scoprirsi nonno da un lato e vicinissimo ai Salesiani dall’altro, ma con l’incognita di come gestire il suo tempo e su che obbiettivo orientare la propria vita.

La sua scelta, negli anni ’90, è decisamente un ritorno alle radici della sua educazione. L’anno di Noviziato di Paolo è un anno di prova anche per lui. Monte Oliveto, a Pinerolo, è un luogo meraviglioso con novizi e confratelli con cui entra in sintonia immediata. Il parco è il suo luogo preferito e le “giornate ecologiche” istituite dal Maestro sono momenti epici in cui la sua energia e vigoria fisica si accompagnano a battute e prese in giro a 360 gradi. Quell’ambiente così particolare in cui decine di giovani hanno riflettuto e preso decisioni importanti per la propria vita lo affascina tanto da non potersene quasi distaccare. La frequenza del viaggio tra casa propria e Pinerolo da mensile diventa bisettimanale e poi quasi settimanale apportando migliorie infinite al parco ma anche collaborando in molti altri settori come la vigna, gli alberi da frutto e talvolta anche l’orto.

Gradualmente il cosiddetto “papà di Paolo” così come veniva presentato ad ospiti e confratelli nei primi anni della sua permanenza a Monte Oliveto diventa “il sig. Tommaso”, una qualifica che gli sta a pennello, anche per la serietà e la costanza nella partecipazione alle pratiche di pietà della comunità. Ben cinque Maestri di Noviziato che si sono succeduti e quasi 30 anni di “noviziato” hanno fatto di lui un “religioso” come forse don Bosco immaginava, il mai realizzato ma non poco rimpianto “salesiano esterno”.

Una breve parentesi, ma molto significativa per la sua vita, è stato il periodo passato in Africa. Un invito forse scherzoso di don Angelo Viganò è stato preso molto sul serio da mio papà. In quattro e quattr’otto si ritrova ad Embu, in Kenya e poi nel progetto Thiba, un’azienda agricola di dimensioni imponenti affidata alla cura dei Salesiani. Papà si lancia nell’impresa con tutta la sua usuale energia, con avventure (almeno quelle che ci ha raccontato…) quasi incredibili. Dopo quasi due anni però getta la spugna. La difficoltà nel comunicare (quanto avrebbe voluto che i locali imparassero il Piemontese!) combinata con il caldo e tante altre sfide quotidiane sembravano minare la sua fibra d’acciaio per cui, con rimpianto ma anche tanta umiltà, riprende in mano la sua vita e cerca di approfittare di altre opportunità che gli sono offerte.

Generoso, loquace, energico

Nel giro di pochi anni si trasforma: il suo ruolo in famiglia come nonno impegnato con i nipoti prende una dimensione nuova, a cui si aggiunge, oltre all’immancabile Monte Oliveto, anche un nuovo impegno nel volontariato. Quest’ultima dimensione sorprende un po’ tutti, ma in definitiva era una decisione coerente con la sua attitudine di vita. Il “sig. Tommaso” riconosceva di avere dei doni personali e caratteriali da non tenere per sé. Era generoso, loquace, energico e se qualcuno aveva bisogno di aiuto non si tirava indietro. In tempi diversi e compatibilmente all’età che lentamente cominciava a farsi sentire diventa membro della Caritas, del Banco Alimentare, della San Vincenzo e dell’avo (associazione di assistenza a malati che non potevano alimentarsi da soli). Il volontariato gli ha permesso di avvicinare tante persone, ma ha anche dato un significato spirituale profondo alla sua vita. Le sue preghiere combinate con il lavoro sacrificato per gli altri gli davano gioia e serenità e poco importava se talvolta pranzo e cena alla domenica erano passati al capezzale di qualche malato in difficoltà. Tra l’altro, a quasi 87 anni d’età, si fingeva coetaneo di persone più giovani di almeno 15 anni pur di incoraggiare i malati a riprendersi e a farsi forza.

Gli ultimi due anni sono stati un crepuscolo veloce e ora è difficile capacitarsi che se ne sia andato “così in fretta”. Chiudendo il cerchio di una vita ben spesa viene proprio da ringraziare don Bosco per aver ispirato papà ad essere un buon Cristiano, generoso e “costante” così come la sua famiglia ha voluto ricordarlo citando la lettera di San Giacomo:

Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina
(Gc 5, 7-8).         

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