BS Febbraio
2024

FMA

EMILIA DI MASSIMO

Mi chiamo VINCENZO

E subito dopo la laurea ho deciso di vivere l’esperienza del Servizio Civile Universale in Madagascar.

Una grande isola al largo della costa meridionale dell’Africa. Migliaia di specie animali, come i lemuri, introvabili in altre parti del mondo. Foreste pluviali, spiagge, barriere coralline. Nei pressi di Antananarivo, la capitale, si trova il sito archeologico di Ambohimanga. I movimenti migratori provenienti dai vari angoli dell’Oceano Indiano hanno dato origine a un melting pot culturale ricco di suggestioni. È così che suor Alejandra Strada, responsabile del Servizio Civile Universale ci presenta il Madagascar, la sua terra che affascina tanti giovani provenienti da vari posti del mondo, come testimonia uno di loro.

Un diverso concetto di tempo

“Quella che segue è una breve testimonianza della mia vita in Madagascar ma raccontare in breve ciò che un’esperienza del genere regala è impossibile. Non basterebbero libri o immagini: è necessario viverla! Mi chiamo Vincenzo, ho 24 anni, vengo da Siracusa; subito dopo la laurea ho deciso di vivere l’esperienza del Servizio Civile Universale in Madagascar con la fvgs Onlus (Fondazione Volontariato Giovani e Solidarietà).

Ogni mattina la sveglia è impostata alle 6.50 ma in realtà a svegliarmi sono le urla delle bimbe, in piedi ancor prima dell’alba. Mi alzo, apro la finestra guardo il cielo nuvoloso, tipico della stagione delle piogge; poi in cucina a preparare il caffè anche per Tommaso, volontario come me e mio compagno di viaggio. Ci scambiamo il saluto mattutino con un cenno della testa ed in silenzio facciamo colazione, al termine a scuola per insegnare inglese. Dopo l’alzabandiera e l’inno nazionale malgascio, la campanella suona e la prima lezione inizia alle 7.40 circa. Circa, perché qui in Madagascar gli orari sono molto approssimativi, la puntualità viene sostituita dalla sottile arte dell’aspettare, aspettare e aspettare ancora. Il concetto di tempo al quale ero abituato sta pian piano prendendo una forma diversa, non è più fatta di orologi e scadenze ma si dilata e si restringe seguendo il levare o il calare del sole. Tutto scorre piano e la gente non ha fretta. Mi guardo intorno e vedo le persone muoversi lentamente, viene da pensare che c’è tutto il giorno a disposizione, quindi perché correre? Mi è capitato spesso di guardare l’orologio e restare stupito nello scoprire che fosse ancora presto, di avere ulteriore tempo per fare qualcosa sebbene si sia già fatto tanto.

A scuola, con gli studenti, cerco ogni giorno di instaurare un rapporto basato principalmente sul rispetto reciproco. La maggior parte delle classi sono molto numerose e gestirle non è sempre facile ma ciò mi fa impegnare ancora di più per cercare di offrire lezioni interattive e stimolanti. È una sfida contro i propri limiti e le proprie insicurezze: riuscirci è una grande ricompensa.

Serenità di storie difficili

Mediante il dialogo con gli studenti imparo moltissimo riguardo agli usi e ai costumi di questa terra. Comprendere ciò che noi occidentali consideriamo normale qui è un tabù, mi fa aprire gli occhi e mi permette non solo di evitare indiscrezioni e disagi ma soprattutto di capire che a volte è necessario guardare le cose da un’altra prospettiva, abbandonare le proprie convinzioni e certezze. Dopo le lezioni torno a casa, o almeno ci provo, infatti nel cortile sotto casa giocano le bimbe del foyer, una struttura all’interno della comunità che accoglie bambine abbandonate o provenienti da contesti familiari disagiati. Quando iniziano a chiamarmi o ad abbracciarmi non resisto e nonostante la stanchezza mi fermo sempre a giocare con loro. Loro non sono soltanto un uragano di energia e vivacità, sono soprattutto storie di vite difficili. Ti scontri con le loro realtà quando i sorrisi cadono come maschere, sfociando in attacchi di rabbia, pianti e manifestazioni di disagio. La maggior parte di loro non ha una famiglia, nessuno da chiamare mamma o papà, soltanto qualche parente lontano, spesso interessato più alla loro potenziale forza lavoro che alla loro felicità. Te ne accorgi quando, pur non conoscendoti, ti abbracciano cercando il contatto fisico, ti tengono per mano e litigano tra di loro per aggiudicarsi un posto in braccio. Vederle vivere in comunità mi fa ben sperare per il loro presente e soprattutto per il loro futuro.

Il Madagascar è un Paese tanto affascinante quanto contraddittorio. La natura è un susseguirsi di terra rossa e mare azzurro, di prati verdissimi e di una fauna endemica ricchissima. Purtroppo si respirano ancora i lasciti del dominio francese e così la fame, la povertà e la diseguaglianza sociale si alternano al lusso e allo sfarzo. Ciononostante il popolo malgascio è tra i più solari che abbia mai conosciuto: sorrisi e cordialità sono all’ordine del giorno.

Nel lento scorrere del tempo malgascio, i mesi trascorrono velocemente. Credo che dipenda dallo star bene, dalla vita di comunità che mi piace perché è semplice. Ed è proprio la semplicità di alcune cose e l’inspiegabile complessità di altre che ogni giorno continua a stupirmi.

Mi chiamo Vincenzo e questo è il mio Madagascar!

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