GIOVANI SANTI
Piero Ramello
MI CHIAMO AKASH BASHIR
e questa è la mia storia
Vengo considerato un martire della fede. Io so solo che ho dato la mia vita per Cristo e per la mia comunità. E sono felice.
Quella domenica mattina, mentre ero di guardia alla chiesa, sentii un boato proveniente dalla vicina Christ Church. Il mio cuore si strinse. Poi, un’ombra si avvicinò al cancello. Quando l’attentatore fu di fronte a me, non ebbi paura. Sentivo solo la necessità di proteggere gli altri. Non ho esitato. Sapevo che stavo andando incontro alla morte, ma non me ne importava. L’importante era salvare le persone che amavo. Ricordo di aver trattenuto l’attentatore nel cortiletto antistante la chiesa e di aver gridato: “Morirò, ma non ti lascerò entrare”. Lui ha innescato l’esplosivo. Il boato mi ha scosso fino al midollo. Ho sentito un calore intenso e un dolore lancinante. Poi, il buio. Vengo considerato un martire della fede. Io so solo che ho dato la mia vita per Cristo e per la mia comunità. E sono felice.
Ora vi racconto qualcosa di me.
Una famiglia di fede e sacrificio
Mi chiamo Akash Bashir e la mia storia inizia il 22 giugno 1994, a Risalpur, una cittadina del Pakistan vicina all’Afghanistan. Sono il terzo di cinque figli, cresciuto in una famiglia cristiana semplice, che mi ha insegnato fin da piccolo ad amare Dio e a vivere rettamente. Sono cresciuto in una casa dove si pregava e si viveva nella fiducia che Dio fosse sempre con noi, anche quando la vita si faceva dura. Mia mamma, Naz Bano, proveniva da Shahdara, cittadina vicina a Lahore. Ho una sorella e un fratello maggiori, Komash e Waqas. I fratelli Arsalan e Ramish sono nati dopo di me.
L’anno in cui nacqui, il già solitamente duro e insopportabile clima estivo fu particolarmente estremo. Da piccolo ero un bambino molto debole, e sopravvissi a fatica. Imparai a camminare solo a quattro anni. Fino alla preadolescenza ho portato con me un leggero problema di balbuzie, ma nonostante questo sapevo che la mia famiglia credeva in me. Questa fiducia mi ha aiutato a crescere con un carattere forte e determinato. Sentivo dentro di me una spinta, un desiderio di fare qualcosa per la mia nazione. A Risalpur ha sede la Pakistan Air Force Academy, e il mio sogno di bambino era di entrare nell’esercito. Precarietà scolastica e finanziaria impedirono però la realizzazione di questo desiderio, e i piani di Dio mi hanno portato su un’altra strada.
Mio padre, Bashir Emanuel, lavorava come autista di autobus. In famiglia non eravamo ricchi, ma i genitori ci hanno sempre trasmesso il valore della preghiera, della speranza e del sacrificio.
Nel 2007 la situazione in città diventò pericolosa specialmente per la minoranza cristiana, per via di minacce e attacchi terroristici sempre più frequenti.
L’incontro con i salesiani
A Lahore iniziai a frequentare la St. Dominic High School, e in seguito mi iscrissi alla rccm Community Boys Middle School. Non ero molto portato per lo studio, e in me cresceva il desiderio di fare qualcosa di più pratico. Nel 2010 entrai al Don Bosco Technical and Youth Center, dove trovai una seconda famiglia. I salesiani erano diversi dagli altri. Stavano volentieri con noi. Erano ottimisti di natura. Mi hanno insegnato il valore dell’amore per gli altri, del servizio e della fede vissuta nel concreto secondo lo spirito di don Bosco, fatto di devozione e impegno per la comunità.
A Youhanabad c’erano molti cristiani come noi, anche di denominazioni diverse, e la parrocchia di St. John’s Catholic Church era il cuore della nostra vita di fede. Lì ci riunivamo per pregare e condividere momenti di comunità. Andavo spesso a Messa, e negli anni imparai a conoscere tante persone. Mi colpiva vedere come i cristiani di Lahore vivessero con fede e serenità, nonostante le difficoltà. Il mio cuore era con loro, e desideravo servire Dio e la mia comunità con tutto me stesso. Mi fermavo spesso in preghiera davanti alla statua di Maria in una grotta nel cortile della chiesa, chiedendole di proteggere la mia famiglia e la nostra comunità. Partecipavo anche ogni anno ai pellegrinaggi della mia parrocchia a Mariam-a-baad, per venerare la Madonna. Questo piccolo villaggio si trova a 80 chilometri a nord-ovest di Lahore, ed è diventato un centro di pellegrinaggio. Ogni anno migliaia di pellegrini coprono a piedi o in bicicletta grandi distanze per celebrare qui la Natività della Vergine Maria. Anche i Musulmani vanno in pellegrinaggio a Mariam-a-baad poiché Myriam anche da loro è riconosciuta e rispettata, in quanto madre di Isa (Gesù, grande profeta).
La mia vita a Lahore trascorreva nella semplicità di una vita ordinaria. Mi alzavo presto al mattino. Pregavo, davo una mano in famiglia, poi andavo a scuola. In un secondo tempo ho anche lavorato come operatore di macchine in una fabbrica tessile, la Nishat. Dal tardo pomeriggio stavo con gli amici. Se c’era qualcosa di organizzato in parrocchia, vi partecipavo. Mi piaceva molto ascoltare canzoni cristiane. Nel 2014 ho anche partecipato a un corso per animatori biblici organizzato dalla Catholic Bible Commission Pakistan a Sadhoke. Facevo infatti parte di un gruppo di studio biblico. Il nostro studio faceva appello all’intelligenza, certo, ma dava più importanza alla dimensione affettiva, alle ragioni del cuore, all’amore. La Parola di Dio mi ha spinto alla generosità. Sono stato un ragazzo semplice, ma di cuore. Ogni volta che vedevo qualche povero, mi assaliva un senso di tristezza. Anche quando non avevo nulla da donare, pregavo per lui. Dalla Parola di Dio e dalla mia famiglia ho anche imparato la difesa della giustizia. Quando ho seguito – unico maschio del gruppo – un corso di cucito-sartoria della durata di sei mesi alla Apparel Manufacturing (il corso che mi ha permesso di lavorare come operatore di macchine alla Nishat), ogni mattina si leggevano i versi del Corano. Noi eravamo 25-30 cristiani. Ho preso coraggio, e ho detto che avremmo pregato le nostre preghiere separatamente. Non avevo vergogna di testimoniare la mia fede andando contro corrente.
Volevo fare la mia parte per aiutare gli altri e contribuire a costruire un mondo più giusto e fraterno. Quando seppi della necessità di volontari per garantire la sicurezza della nostra chiesa, non esitai un attimo. Era il 2014 quando fui accolto tra volontari della sicurezza della St. John’s Catholic Church.
Sentii di aver trovato il mio posto nella comunità. Ammiravo i volontari che si dedicavano agli altri e desideravo fare lo stesso. A dire il vero, mia madre non era d’accordo: temeva per la mia sicurezza. Io le rispondevo sempre che avrei dato la vita per proteggere la chiesa, se fosse stato necessario. Dentro di me sapevo che Dio aveva un piano per me, e se quel piano prevedeva il sacrificio, ero pronto.
Ogni tanto si percepiva un’atmosfera di tensione nella nostra comunità. Alcuni studenti che frequentavano la Christ Church anglicana avevano ricevuto minacce di morte e lettere minatorie. Gli attacchi terroristici di qualche anno fa avevano instillato in noi un senso di paura e di incertezza. Tuttavia, non ci siamo lasciati sopraffare. Anzi, abbiamo rafforzato la nostra fede e la nostra unità. Durante le Messe, i sacerdoti ci invitavano a pregare per la pace e a non cedere all’odio. Sentivo che Dio era con noi e che ci avrebbe protetti. Ma sapevo anche che dovevamo essere vigili e pronti a tutto.
“Morirò, ma non ti lascerò entrare in chiesa”
Arrivò il 15 marzo 2015. Era una domenica e la chiesa era piena, con oltre mille fedeli riuniti per la Messa. Mi trovavo all’ingresso del cortile, insieme ai miei amici del servizio di sicurezza Yousaf, Shahbaz e Sikandar. Tra loro ero il più giovane. Alle 11:09 sentimmo un’esplosione provenire dalla Christ Church, poco distante. Ci guardammo, intuendo che una minaccia era vicina. Avevamo il cuore che batteva forte, ma la nostra fede ci sosteneva. Non avevo paura. Sentivo solo il bisogno di proteggere i miei fratelli e le mie sorelle nella fede.
Un minuto dopo vedemmo un uomo correre verso il cancello del cortiletto della nostra chiesa. Quando capii le sue intenzioni, non esitai un istante. Mi fiondai verso di lui, pronto a tutto.
Mi aggrappai a lui, mentre lui urlava: “Sono un attentatore, lasciami andare.” E in quell’istante dissi le parole che sarebbero state le mie ultime: “Morirò, ma non ti lascerò entrare in chiesa.” Sentii un’esplosione, poi solo silenzio. Il mio braccio destro era stato quasi strappato via, e ho perso gran parte della parte inferiore del corpo. Sikandar, in seguito all’esplosione ha perso un occhio, ha dei cuscinetti a sfera nelle gambe e non può più sentire da un orecchio. Yousaf è stato ferito gravemente e ha ripreso coscienza dopo tre giorni.
Per gli attentati alle due chiese ci sono stati 70 feriti, 59 nei pressi della Christ Church e 11 nella St. John’s Catholic Church. Di questi, 4 sono morti nei giorni seguenti a causa delle ferite riportate, e si sono aggiunti alle vittime decedute durante le esplosioni: 17 appartenenti alla comunità anglicana e 4 a quella cattolica. Purtroppo, accanto al mio sono rimasti altri tre corpi: quello di Amol, una bambina di sei anni che stava giocando nel cortile, quello di un mercante di legumi che stazionava davanti alla parrocchia, e quello dell’attentatore. Se l’attentatore fosse riuscito ad entrare in chiesa, i morti sarebbero stati a decine se non centinaia.
So che il mio sacrificio ha permesso a tante persone di continuare a vivere, di abbracciare i propri cari quella domenica, di continuare la loro vita di fede.
Il numero dei fedeli è aumentato
Nei primi giorni che seguirono l’attentato, la comunità cristiana di Youhanabad era visibilmente sconvolta. Subito dopo, però, è diventata maggiormente unita, è cresciuta nella preghiera, nelle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. L’unione si è avvertita sensibilmente non solo tra i cattolici, ma anche tra essi e le varie denominazioni cristiane. Anche molti musulmani hanno dimostrato la loro vicinanza ai cristiani. Un musulmano ha anche fatto arrivare da Peshawar il marmo per la mia tomba.
A 3 anni dall’attentato, il parroco della St. John’s Catholic Church, padre Francis Gulzar, ha affermato: «Dopo l’attacco suicida contro le nostre chiese il numero dei fedeli è aumentato. Ora molte più persone vengono in chiesa senza paura e timore». Mio fratello Arsalan, dopo la mia morte è entrato a far parte dei volontari del gruppo delle guardie di sicurezza della chiesa, e il suo esempio è stato seguito da molti altri giovani. Nella mia chiesa è nato un gruppo di giovani volontari che ha preso il mio nome. Si dedicano a diverse attività: aiutano i poveri, organizzano eventi per i bambini, e soprattutto, difendono i diritti dei cristiani.
Molti vengono alla mia tomba per pregare e chiedere intercessione. La mia storia ispira molti giovani ad impegnarsi per la giustizia e la pace. Sono giovani coraggiosi capaci anche di dare la vita per la fede nonostante le difficoltà della vita, la povertà, l’estremismo religioso, l’indifferenza, la disuguaglianza sociale, la discriminazione.
Talvolta le nostre comunità cristiane sono ancora un po’ intimorite dagli estremismi religiosi e dal fatto di essere una minoranza, ma sono comunità vive. Si trovano lontane dalla ribalta, ma esercitano ogni giorno pazienza e infondono speranza. Mi piace vederle un po’ come il lievito evangelico nella massa di pasta, un fermento nel tessuto sociale pakistano.

















