BS Luglio/Agosto
2023

DON BOSCO NEL MONDO

ANTONIO LABANCA DI MISSIONI DON BOSCO

Martirio Sudan

“Come è successo in altre occasioni simili, noi vogliamo continuare a fornire aiuto materiale e spirituale ad ogni persona. Certamente, non ce ne andiamo” dice il direttore dei Salesiani nella capitale Karthoum.

«Quando due elefanti litigano tutta l’erba viene calpestata» dice un proverbio africano. Nel caso del Sudan i due elefanti sono i due generali al-Burhan e Dagalo e l’erba è l’intero Sudan. «I due cretini» sospira Walid Ahmed, che sta seduto su un letto, guarda in basso, con una mano si tiene la fronte e con l’altra stringe il polso di sua moglie. Quel giorno al mercato del Darfur è andato a fuoco quasi l’intero raccolto di un territorio grande quanto la Francia. «Hanno bombardato subito le cose importanti. Il 15 aprile, quando è cominciata la guerra, hanno distrutto l’impianto di purificazione dell’acqua – in un Paese come il nostro, che per la maggior parte è un deserto. Dava da bere a tre milioni di Sudanesi e ora è in pezzi. Poi hanno pensato bene di sparare con i cannoni contro il mercato all’ingrosso del grano in Darfur».

Non è una “guerra civile” poiché non nasce da contrapposizioni ideologiche o da contrasti etnici nel popolo sudanese, ma è una violenza che si è scatenata quando il capo delle forze speciali si è reso conto di poter aumentare il suo potere a Karthoum anche a prezzo del sangue. “Tra lo stupore di tutti, sabato 15 aprile si sono sentiti spari e pesanti colpi di arma da fuoco” riferisce padre Jacob Thelekkadan, direttore dell’istituto salesiano che dista solo cinque chilometri dall’aeroporto internazionale della capitale sudanese. È stato questo il primo obiettivo delle rsf (Forze di Supporto Rapido) contro l’esercito regolare.

La scuola professionale Don Bosco, unita alla parrocchia cattolica di San Giuseppe, si è trovata al centro del conflitto fin dalle prime ore: a quattro chilometri da lì si trova il palazzo presidenziale, a tre una delle basi della rsf.

I combattimenti sono iniziati intorno alle 9:45. L’aeroporto internazionale di Khartoum è stato conquistato usando cannoni e carri armati. “Ci sono pesanti colpi di arma da fuoco in tutto il nostro istituto!” ha comunicato in tempo reale padre Jacob, e le foto che ha inviato testimoniano le cadute di proiettili sulla scuola. “Una bomba è caduta nel nostro laboratorio. Per fortuna non c’era nessuno, pur essendo il sabato un giorno di lezione”.

Non ci sono tregue, se non di poche ore: i combattimenti proseguono mentre è iniziata anche la guerra della propaganda che dà per vittorioso l’uno o l’altro dei contendenti. Mentre la comunità internazionale al momento non riesce a far altro che ad annunciare la tragedia dei profughi e una crisi umanitaria gravissima in una regione vittima di carestie ricorrenti. I governi dei singoli Paesi hanno provveduto a far evacuare i connazionali con convogli protetti per uscire dalle zone di combattimento e imbarcarsi sul primo aereo da Gibuti.

“Cadono le bombe ma noi non ce ne andiamo”

I salesiani restano al loro posto assieme a rari altri responsabili di Ong. È una decisione sofferta ma coerente con quanto accaduto in casi analoghi in passato: Congo, Venezuela, Ucraina… Fino a che sarà possibile sopravvivere alla scarsità di acqua, cibo, energia, resisteranno nella capitale, poi si sposteranno in altre località ma sempre del Paese. I figli di don Bosco sono radicati in Sudan e, sebbene non svolgano attività di proselitismo per rispetto non solo delle norme locali ma anche della volontà di dialogo con l’islam, sono amati dalle migliaia di famiglie che hanno beneficiato e beneficiano della formazione scolastica e professionale che da oltre trent’anni realizzano con le loro opere.

Oltre a Karthoum, con nove confratelli, sono a El Obeid con altri quattro dediti ad un centro professionale. Insieme ad altri uomini e donne di buona volontà si fanno responsabili verso la popolazione.

Un salesiano dal Sudan in guerra

Mathew Job, rettore della comunità dei membri della Società Salesiana di San Giovanni Bosco della città di El Obeid, racconta la situazione dopo lo scoppio delle violenze che stanno insanguinando il Paese. Rivolge un appello alla comunità internazionale: “Spendersi per la pace, non è il momento del silenzio”

Ci parla da El Obeid, città del Sudan, capoluogo dello Stato del Kordofan Settentrionale, e ha nelle orecchie il rumore sordo e terrificante dei colpi di artiglieria che, ormai da settimane, interessano anche la zona nella quale lui è rettore della comunità salesiana locale. “I salesiani desiderano stare accanto alla gente come icona di speranza”.

Qual è la situazione nella zona in cui vi trovate?

Praticamente ogni giorno si sentono le esplosioni delle bombe. Dall’inizio della guerra, abbiamo chiuso le nostre scuole e c’è stato detto di rimanere nelle nostre abitazioni. El Obeid ha subito danni e anche la cattedrale ha risentito dei bombardamenti.

Quali sono le aree del Paese più colpite dalla violenza?

L’epicentro delle violenze è stata la capitale del Paese, Khartoum. Ma anche altre due città limitrofe, Omdurman e Bahari, sono state duramente colpite fin dall’inizio della guerra. Una delle comunità religiose femminili e una scuola cristiana sono state conquistate da una delle parti in conflitto, poiché si trovavano in un luogo strategico. Chiuso l’aeroporto della capitale, gli sforzi di evacuazione dei civili si sono interrotti e in molti stanno tentando di raggiungere il Sud Sudan attraverso la città di Kosti.

Le comunità salesiane del Sud Sudan stanno tentando di portare aiuto?

Le nostre comunità del Sud Sudan non sono in grado di aiutarci nella situazione attuale, anche se cercano di sostenere chi riesce a fuggire arrivando da loro. Nel nostro Paese gli eventi sono molto fluidi e non sono previsti interventi, se non aiuti individuali.

Più in generale, come sta reagendo la Chiesa del Sudan a questa terribile situazione?

La catastrofe che si è abbattuta sulla nostra nazione prescinde dal credo o dall’etnia. Pertanto, tutti sono colpiti. La preoccupazione principale di ognuno, compresi i nostri fedeli, è quella di rimanere al sicuro. Molte istituzioni ecclesiastiche sono state danneggiate. Però la speranza che la guerra cessi e che torni la democrazia non morirà mai. La mia più grande preoccupazione resta quella per i giovani ed i bambini, perché un conflitto prolungato può cancellare in loro la speranza in un futuro migliore.

Quali sono i bisogni urgenti della popolazione?

Ha necessità di tutto. La scarsità di carburante ha bloccato il trasporto delle merci e di conseguenza i prezzi sono saliti alle stelle.

Che ruolo dovrebbe svolgere la comunità internazionale per portare la pace?

Deve impegnarsi con ogni mezzo per cercare di porre fine al conflitto. Non si può essere spettatori e compatire le vittime. Non c’è spazio per il ritardo o il silenzio: bisogna agire al più presto per alleviare le sofferenze di civili innocenti.

Giovani coraggiosi

In mezzo al collasso generale del Paese, si sono mobilitate reti di quartiere più informali che cercano di alleviare il vuoto e che organizzano la distribuzione dei beni di prima necessità, coordinano l’assistenza medica, pianificano le evacuazioni e articolano un movimento di opposizione alla guerra.

“Non contiamo sui generali, perché sappiamo che a loro non importa di noi. Contiamo sulla gente”, riassume Mohamed Elobaid. Sebbene le iniziative dei cittadini siano state molto diverse, in prima linea in questi sforzi ci sono i cosiddetti comitati di resistenza, come quello di cui fa parte il giovane Mohamed a Omdurman, una delle città gemellate che compongono la capitale.

Hanno una sfida titanica davanti. La carenza di cibo, acqua, medicine, elettricità e carburante sta diventando sempre più grave. Molte persone non hanno accesso ai contanti e il sistema bancario è in gran parte paralizzato. Un comitato medico locale ha riferito che il 70% degli ospedali generali di Khartoum e degli Stati vicini ha dovuto interrompere le operazioni da quando è scoppiato il conflitto, mentre il resto offre servizi di base. E spostarsi in alcuni quartieri, soprattutto quelli più colpiti dagli scontri, è molto rischioso e richiede un’attenta pianificazione.

Distribuiscono cibo, acqua e altri beni di prima necessità come latte artificiale, insulina e forniture di pronto soccorso a centinaia di famiglie.

Per cercare di alleviare il collasso del sistema sanitario e la carenza di ospedali, alcuni comitati stanno raccogliendo donazioni per l’acquisto di medicinali e attrezzature e materiale medico, e aiutano a coordinare il personale medico nelle loro aree. Un altro cittadino, di nome Kuka, spiega che nel suo quartiere hanno allestito una stanza per effettuare piccoli interventi medici visto che gli ospedali vicini sono chiusi.

La maggior parte degli abitanti di Khartoum non può fuggire perché non può permettersi i prezzi alle stelle dei trasporti e la maggior parte di quelli che partono lo fanno verso Stati vicini alla capitale, dove la situazione della sicurezza è migliore.

Muzdalifah Izz Al-Din, una giovane donna attiva in un comitato a sud di Khartoum, racconta che nel suo quartiere è stato organizzato un gruppo notturno per proteggere la zona da rapine e saccheggi. Queste rapine a volte coinvolgono membri di una delle parti opposte, in particolare le Forze di Supporto Rapido, che si sono insediate in alcuni quartieri.

L’arcivescovo di Karthoum, monsignor Michael Didi Agdum Mangoria scrive: “Preghiamo affinché il buon senso possa prevalere da entrambe le parti. Preghiamo affinché le aspirazioni tanto attese del popolo sudanese per la pace e la sicurezza possano spingere i leader di questi gruppi a sedersi insieme e negoziare per la fine delle loro ostilità e lavorare ardentemente per spianare la strada alla pace e alla sicurezza in Sudan”. 

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