BS Maggio
2024

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

MADRI

Sguardo su un capolavoro della creazione.

«Si vive insieme per poco tempo. Tutto il resto è ricordo e nostalgia: «Ah, se c’era la mamma!»»

Tutti quegli anni

La nascita di Tommy, un bimbo bello e sano, fu un avvenimento da festeggiare. La mamma aveva già due figlie grandi che frequentavano le superiori.

Anzi, man mano che il tempo passava, sembrava che ogni giorno ci fosse un motivo per festeggiare il prezioso dono che era arrivato con la nascita di Tommy. Era un bambino dolce, giudizioso, amava divertirsi ed era un piacere averlo vicino.

Un giorno, quando Tommy aveva circa cinque anni, la mamma e lui stavano andando in auto al centro commerciale. Come succede di solito con i bambini, all’improvviso Tommy chiese: «Mamma, quanti anni avevi quando sono nato?».

«Trentasei, Tommy. Perché?» gli chiese la mamma, cercando di capire che cosa avesse in mente.

«Che peccato!» esclamò Tommy.

«Cosa vuoi dire?» domandò la mamma, alquanto sorpresa.

Guardandola con uno sguardo pieno d’amore Tommy le disse: «Pensa a tutti quegli anni che abbiamo passato senza conoscerci».

«Solo loro hanno la saggezza del cuore»

«Tu non mi vuoi bene»

Quante volte ve lo siete sentito dire dai vostri figli in tono accusatore? E quante volte avete resistito alla tentazione di spiegar loro quanto li amavate?

Un giorno, quando i miei figli saranno abbastanza grandi da capire la logica che spinge una madre a comportarsi in un certo modo, glielo dirò.

Ti ho amato abbastanza da chiederti continuamente dove andavi, con chi e a che ora saresti tornato.

Ti ho amato abbastanza da insistere perché ti comprassi una bicicletta con i tuoi soldi, anche se noi potevamo permettercela e tu no.

Ti ho amato abbastanza da star zitta e lasciare che scoprissi da solo chi era l’amico che ti eri scelto.

Ti ho amato abbastanza da costringerti a restituire al proprietario del negozio la cioccolata già morsicata e confessare: «L’ho rubata».

Ti ho amato abbastanza da restar lì come un gendarme per più di due ore a guardarti pulire la stanza, un lavoro che io avrei potuto fare in un quarto d’ora.

Ti ho amato abbastanza da dire: «Sì, vai pure al Luna Park. Non importa se è il giorno della mamma».

Ti ho amato abbastanza da lasciare che vedessi la rabbia, la delusione, il disgusto e le lacrime nei miei occhi.

Ti ho amato abbastanza da non scusarmi mai con gli altri per le tue mancanze o cattive maniere.

Ti ho amato abbastanza da ammettere di aver avuto torto e chiederti scusa.

Ti ho amato abbastanza da ignorare quello che dicevano o facevano «le altre madri».

Ti ho amato abbastanza da lasciare che inciampassi, cadessi, ti facessi male, sbagliassi.

Ti ho amato abbastanza da lasciare che ti prendessi le responsabilità delle tue azioni, a sei, come a dieci, o a sedici anni.

Ti ho amato abbastanza da sospettare che avevi mentito sulla presenza dei genitori del tuo amico a quella festa, e lasciar correre… dopo aver scoperto che non mi sbagliavo.

Ti ho amato abbastanza da metterti a terra, lasciarti andare la mano, non rispondere alle tue suppliche… perché imparassi a stare in piedi da solo.

Ti ho amato abbastanza da accettarti per quello che sei, non per quello che avrei voluto che fossi.

Ma soprattutto ti ho amato abbastanza da continuare a dire «No» anche sapendo che mi avresti odiato.

È stata questa la decisione più difficile.

Una mamma

ANCHE I CAMPIONI HANNO UNA MAMMA

Sarà il nuovo Pelè?

Ha segnato all’Inghilterra il primo goal con la sua nazionale, il Brasile, a 17 anni, proprio come Pelé. Endrick è il futuro del calcio mondiale, e non l’hanno scoperto certo gli spettatori di Wembley sabato. Un anno e mezzo fa il Real Madrid, per bruciare la concorrenza, ha speso 72 milioni di euro. In estate l’attaccante compirà 18 anni (il 21 luglio) e lascerà il Sudamerica per volare in Spagna, dove l’aspettano Ancelotti, Vinicius, Rodrygo e, molto probabilmente, Mbappé. Dal Palmeiras al Bernabeu, un sogno che si avvera. Prima di lasciare casa, però, Endrick ha deciso di scrivere una lettera al fratellino Noah, a cui è legatissimo.

I ricordi sono di un’infanzia povera ma, tutto sommato, felice: “Non vivevamo in un appartamento elegante come adesso. Non avevamo il frigorifero pieno degli yogurt che ami così tanto.

Vivevamo in un posto chiamato Vila Guaíra e la nostra vita era molto diversa. Negli anni a venire sentirai tutto della nostra vita dagli altri e diranno che era tutto dolore e miseria.

Ma la verità è che ho vissuto un’infanzia meravigliosa, grazie a Dio e grazie a tutto ciò che mamma e papà hanno sacrificato. E grazie al calcio, ovviamente”.

I momenti duri non sono mancati nella vita di Endrick. “Quando crescerai, ascolterai questa storia sulla “conversazione sul divano”. Ne parlano già in Brasile, ma la maggior parte della gente sbaglia. Dicono che eravamo poveri, che non avevamo cibo, ma non è vero. Non conoscono la mamma, lo sai?

Dice sempre alla gente: “Sono troppo donna per lasciare che i miei figli restino senza cibo”.

La verità è che quel giorno ho visto papà piangere. Quando avevo 10 anni, penso che sia stata la prima volta nella mia vita che ho capito che la nostra situazione era difficile”.

Endrick racconta il trasferimento all’accademia del Palmeiras, a 13 anni, e di sua madre che l’ha voluto seguire a ogni costo.

“Ha lasciato la sua vita a casa per sostenere il mio sogno a San Paolo. Il club aveva spazio solo per me, ma lei ha detto che non potevo andare senza di lei. Papà è rimasto a lavorare e a mandarci i soldi, e lei si è trasferita da me in una casetta insieme ad alcuni miei compagni di squadra. Tutti sotto lo stesso tetto.

Ma quando andavamo ad allenarci, non aveva nessuno con cui parlare. Non avevamo la tv o Internet in casa, quindi portava la Bibbia al parco e parlava con Dio da sola. Tutto quello che aveva in quel posto era una sedia. Ci metteva sopra la borsa e, quando andavamo a letto, dormiva su un materassino steso per terra. So che è difficile per te immaginare la mamma che dorme sul pavimento, ma questa è la verità. Questo è realmente accaduto”.

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