BS Gennaio
2024

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

L’uomo nello specchio

«L’uomo nello specchio io non so chi sia, però ha la faccia mia, ha la faccia mia».
Non si può sfuggire allo sguardo irriverente e corrosivo dell’“uomo nello specchio” che ci chiama quotidianamente a fare i conti con noi stessi.

In una società narcisista e ossessionata dal mito dell’apparenza come quella in cui viviamo, il gesto abituale e quotidiano del guardarsi allo specchio diventa a volte problematico, metafora dell’aspirazione ad un modello irraggiungibile di bellezza e di una ricerca incessante di perfezione che spesso finiscono con il renderci schiavi di un’immagine che non ci appartiene. Prigionieri di un perenne bisogno di riconoscimento e incapaci di accettare ciò che riteniamo essere difetti inammissibili, cerchiamo nel riflesso che lo specchio ci rimanda continue conferme e auto-approvazione, uno sguardo indulgente in grado di restituirci sicurezza e di assolverci da ogni nostro errore o passo falso.

Ma in questo insistente e reiterato “specchiarci”, riusciamo a guardarci veramente? Siamo capaci di scrutare oltre l’immagine riflessa, per dare una sbirciata alla nostra interiorità? Abbiamo il coraggio di fare i conti con “l’uomo (o la donna) nello specchio” e di lasciarci attraversare fino in fondo dal suo sguardo?

Uno degli aspetti più paradossali della nostra società è infatti che, mentre si moltiplicano le occasioni di specchiarci e pavoneggiarci nel nostro riflesso, sembra aumentare di pari passo la tentazione dell’irriflessività e diminuisce, di conseguenza, la nostra abitudine a dialogare con noi stessi, immergendoci in quel colloquio silenzioso tra sé e sé che Socrate per primo ha chiamato “pensare”. Ci concentriamo sugli aspetti più superficiali ed esteriori del nostro aspetto, ci compiacciamo della nostra immagine o, al contrario, ci affanniamo nel frustrante vagheggiamento di una perfezione impossibile, ma evitiamo accuratamente di spingere lo sguardo (e l’analisi) più in profondità, domandandoci per davvero chi siamo e chi vogliamo essere.

È questa, senza dubbio, una difficoltà trasversale, da cui nessuno può dirsi veramente immune, ma che forse è più strutturale nei giovani adulti, meno inclini a rimettere continuamente in discussione se stessi come gli adolescenti e, in molti casi, non ancora approdati ad una consapevole capacità di autoaccettazione e di dialogo fecondo con la propria interiorità. Il cammino verso l’adultità è, infatti, spesso segnato da una certa fatica a lasciarsi “giudicare da se stessi”, probabilmente perché ci pesa di più mettere in crisi equilibri e certezze laboriosamente costruiti, spesso al prezzo di innumerevoli aggiustamenti e complicati compromessi con i nostri valori e aspirazioni. Piuttosto che ricominciare da capo, lasciando che il seme del dubbio germogli dentro di noi sollecitandoci a ripensare le nostre scelte e a correggere la rotta, ci aggrappiamo con forza ad un’immagine di noi stessi che non ci appartiene, ad un’esistenza in cui non ci riconosciamo, pallido riflesso di ciò che un tempo siamo stati e adesso ormai non siamo più. 

Ma come possiamo riappropriarci della nostra identità più autentica se smettiamo di interrogarci sul senso e la direzione del nostro percorso? Se sfuggiamo allo sguardo irriverente e corrosivo dell’“uomo nello specchio” che ci chiama quotidianamente a fare i conti con noi stessi? Forse la risposta sta proprio nella disponibilità a non sottrarci a quello sguardo, continuando a mantenere vivo il dialogo interiore con noi stessi, anche quando ci sembra di vivere una dolorosa sfasatura tra l’immagine che vediamo riflessa nello specchio e il nostro mondo interiore, anzi a maggior ragione in quei momenti, in cui ancora di più abbiamo bisogno di rimetterci in discussione per ritrovare la nostra sostanziale unità.

Ciò di cui mi pento è l’ipocrisia,
parlo della mia, parlo della mia!
L’uomo nello specchio io non so chi sia,
però ha la faccia mia, ha la faccia mia.
Ero il suo modello, mi imitava sempre,
riteneva fossi bello, sì, questo lo ricordo.
Ma ora, se lo guardo, vedo solo nostalgia
o forse gelosia, forse gelosia…
Oggi sono perso, non mi riconosco,
cerco nel riflesso una certezza che non c’è;
e anche se mi sposto, quello segue il gesto,
evito lo sguardo, perché so che pensa che
ho sbagliato tutto; quanto sono brutto.
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
da che parte sto: da che partе stai?
Ciò di cui mi pento è l’ipocrisia,
parlo della mia, parlo della mia!
L’uomo nеllo specchio io non so chi sia,
però ha la faccia mia, ha la faccia mia.
Conosce la mia stanza e fa come se fosse casa sua
quest’esistenza, conosce la pazienza.
Chissà se è lì che aspetta, che cerca compagnia
quando vado via, quando vado via…
Oggi sono perso, non mi riconosco,
cerco nel riflesso una certezza che non c’è;
e anche se mi sposto, quello segue il gesto,
evito lo sguardo, perché so che pensa che
ho sbagliato tutto e poi come mi vesto?
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
da che parte sto: da che parte stai?
Quindi scusa se ti sembro una specie di tormento:
è da un po’ che ci rifletto, è da un po’ che ci rifletto!
Quindi scusa se ti sembro (e anche se mi sposto)
una specie di tormento (quello segue il gesto):
è da un po’ che ci rifletto (evito lo sguardo),
è da un po’ che ci rifletto (perché so che pensa che)
hai sbagliato tutto; Dio, quanto sei brutto!
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
da che parte sto: da che parte stai?
Ma da che parte sto?
Ma da che parte stai?

(Daniele Silvestri feat. Fulminacci, L’uomo nello specchio, 2023)

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