IL TEMPO DELLO SPIRITO

Vincenzo Santilli

L’uomo chiamato “Stella del mattino”

«Cominciai a risiedere tra gli Achuar, e a vivere con loro, secondo il loro sistema di vita, nella misura in cui ciò era compatibile con il Vangelo e la mia condizione di religioso salesiano».

Ho incontrato padre Luis Bolla – chiamato Yànkuam ‘Jintia’ in Achuar – a Quito, Ecuador, un pomeriggio del dicembre 1979. Il suo sguardo rivelava un grande amore per Cristo e per i fratelli Achuar per i quali stava dando tutta la sua vita. Abbiamo parlato a lungo della sua missione. Parlava con un tale entusiasmo che da quel primo momento ho avuto la sensazione di incontrare un missionario diverso, straordinario, un uomo ricco di idee e progetti, un missionario che aveva rotto gli schemi tradizionali per iniziare un nuovo cammino secondo gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Quello fu l’inizio del mio apprezzamento e della mia amicizia con padre Luis. Più tardi, quando si trasferì in Perù nel 1984, quell’amicizia divenne sempre più forte.

Dal freddo delle Alpi alla calda Amazzonia

Padre Luigi era nato a Schio-Vicenza (Italia settentrionale) nell’agosto 1932. Fin da piccolo aveva frequentato l’oratorio salesiano, un centro che offriva ai bambini e ai giovani un’educazione umana e cristiana quotidiana. In questo ambiente, che per lui era una seconda casa, si sentiva accolto, sperimentava la presenza di buoni educatori che lo guidavano, e poteva vivere nella gioia, con tanti amici.

Quando aveva 12 anni, nel mezzo della guerra, sentì una voce che lo chiamava.

«Ho sentito una voce chiara che mi diceva: tu sarai missionario nella giungla tra le tribù indiane e darai la mia parola a questa gente. Camminerai molto durante tutta la tua vita». Ogni volta che si ricordava di questa chiamata, non poteva nascondere la sua commozione.

Dopo la scuola secondaria, entrò nel noviziato salesiano. Espresso spesso ai suoi superiori il desiderio di andare in India come missionario. Ma solo dopo aver finito il liceo fu assegnato alle missioni in Ecuador nel 1953. Il 22 novembre dello stesso anno lasciò il porto di Genova per l’Ecuador. Aveva 21 anni.

Mentre la nave lasciava il porto di Genova, il giovane Luigi fece una preghiera che sarebbe diventata una vera profezia: “Signore, lascio la mia cara famiglia, i miei amici, la mia terra, le mie belle montagne, solo per te e per farti conoscere a molte persone che non hanno ancora avuto la grazia di conoscerti. Metto tutto nelle tue mani. Farai tutto bene”. E se ne partì pieno di gioia.

Dopo alcuni mesi trascorsi nella città di Cuenca per familiarizzare con lo spagnolo, fu inviato nell’Amazzonia ecuadoriana. Poi vennero gli anni della teologia che lo aprirono completamente al mondo missionario. Ordinato sacerdote il 27 ottobre 1959, fece la sua prima esperienza sacerdotale, seguendo in parte lo stile tradizionale di evangelizzazione, con l’etnia Shuar. Ma gli si spezzò il cuore quando vide la difficile situazione degli Achuar, perché vivevano in terribili lotte tribali.

Di nuovo il Signore bussò alla porta del suo cuore e gli disse: “Se vuoi, datti interamente a questo popolo”. Aveva allora 28 anni.

Dopo il Concilio Vaticano II, i suoi superiori lo mandarono a Roma all’Università Gregoriana per un “aggiornamento” sul Concilio. Ha riflettuto sulla missiologia e l’antropologia. Furono anni di grazia che aprirono un panorama molto bello per l’evangelizzazione delle popolazioni indigene. Tornato in Ecuador, dopo una profonda riflessione e molta preghiera, chiese al suo superiore di permettergli di dedicare la sua vita all’evangelizzazione del popolo Achuar che era molto abbandonato. Quando il vescovo e il suo superiore gli chiesero a quali condizioni sarebbe andato a lavorare con questo popolo indurito, disse solo tre cose: 1. Non ho intenzione di acquisire terra, poiché la terra appartiene agli Achuar. Né ho intenzione di avere edifici o collegi. Vivrò semplicemente come ospite nel territorio Achuar. 2. Che mi sia permesso di vivere in stile Achuar. Vestirsi, mangiare, avere una casa, lavorare come il popolo Achuar, senza perdere la mia identità di sacerdote e religioso. 3. Metterò tutta la mia fiducia nella Provvidenza del Signore, che mi darà ciò di cui ho bisogno donandomi totalmente per amore di Dio. E, per questo, rinuncio al sostegno finanziario della Congregazione Salesiana e del Vicariato Apostolico.

Ricevuto il permesso, riempì il suo zaino solo con lo stretto necessario. E con il cuore traboccante d’amore per Gesù e Maria Ausiliatrice, andò a vivere con il popolo Achuar nella comunità di Wichim. Là cercò di conoscere la gente, la loro lingua, le tradizioni, i miti, i fiumi e l’intricata foresta che arrivò ad amare come il suo paese. Gli Achuar lo “battezzarono” con il nome di Yánkuam (stella del mattino).

Dopo alcuni anni, vedendo che nessun missionario si occupava degli Achuar del Perù, chiese ai suoi superiori di conoscere anche la zona peruviana. Con Antuash (padre Domenico Bottasso) fece un viaggio in territorio peruviano che durò 4 mesi.
I due dovettero sopportare incomprensioni e rifiuti, pericoli di ogni tipo, malattie, fame. Tuttavia, poterono conoscere i luoghi e i costumi del popolo Achuar del Perù.

Nel 1984 padre Bolla era già in Perù. Il vescovo di Yurimaguas, lo accolse e lo mandò a lavorare con gli Achuar.

Identificato con gli Achuar fino a rischiare la sua vita

In Perù, il suo primo atteggiamento consistette nel vedere, osservare e conoscere. Poi, a poco a poco, adottò la forma di inculturazione del Vangelo iniziata in Ecuador. Il vescovo gli diede tutta la sua fiducia e facilità per portare avanti il progetto di inculturazione del Vangelo nell’etnia Achuar.

Scelse Kuyuntsa e Sanhiick come residenza, ma non mancò di visitare le altre comunità Achuar e altri gruppi etnici. Fece lunghi viaggi a piedi, in canoa e in barche a motore, sotto il sole o sotto la pioggia. Senza perdere mai gioia ed entusiasmo.

Non si arrese di fronte agli ostacoli e alle calunnie che i trafficanti di droga, i taglialegna, le compagnie petrolifere, i militari e altre persone di cattiva volontà gli mettevano sulla strada. Accusato di essere una spia, dimostrava con i fatti che la sua unica preoccupazione era quella di umanizzare, educare ed evangelizzare, portando uno sviluppo alternativo all’etnia Achuar. Minacciato di morte, diventò ancora più forte e denunciò davanti alle autorità militari e all’ufficio del difensore civico gli indicibili abusi e oltraggi che gli affaristi usavano contro gli indigeni.

Per più di 17 anni dovette vivere da solo tra gli Achuar. Tuttavia, dalle sue labbra non uscì mai la minima lamentela sul perché la Congregazione lo avesse lasciato solo. La sua unica preoccupazione era portare la Parola di Dio al suo popolo. Nel 1996, insieme a Juan Juàrez (Tsere), che lo aveva accompagnato per un anno e che andò a vivere definitivamente con lui l’anno successivo, e al cameraman Christian Castillejos, gli facemmo visita a Kuyuntsa. Era molto contento, disse, perché ero stato il primo salesiano dell’Ispettoria peruviana a visitarlo. In quell’occasione mi confidò: “Sono molto felice. Con il passare degli anni, sento che l’entusiasmo missionario, invece di diminuire, aumenta. Questo è un dono del Signore…”.

  Vorrei poter trasmettere,
almeno ai miei figli e a quelli che amo nell’anima, la fortuna che ho avuto e poter gridare a tutti: ho incontrato un cristiano! Ci sono! Sì, un mondo migliore è possibile!   
(José Arnalot, aiutante di padre Bolla per due anni)

 

Fu molto felice quando la Congregazione Salesiana del Perù decise di assumere la missione di Datem del Marafión, che copre un territorio di più di 42 000 km quadrati. I salesiani formarono poi una comunità a San Lorenzo, ma lui rimase nella giungla con la sua gente, con la quale si è sempre profondamente identificato. Era amato e rispettato da tutti, anche dai membri di altre religioni, perché vedevano in lui un uomo integro che incarnava il Vangelo.

Il vescovo del Vicariato Apostolico di Yurimaguas lo visitava ogni anno, ogni volta in luoghi diversi, per poter conoscere le diverse comunità cristiane che stavano nascendo: «Abbiamo visto come il popolo lo amava e rispondeva alla Parola di Dio. La sua presenza, le sue parole e la gioia di sentire che era uno del popolo ci hanno riempito di gioia e di speranza. Abbiamo visto in lui un vero apostolo che, come Paolo, aveva fondato una nuova Chiesa, originale, autoctona, inculturata nella mentalità del popolo Achuar».

Ricercatore e scrittore

Durante il tempo trascorso a Kuyuntsa e Sanchiik, si dedicò a comprendere la visione mentale e religiosa del popolo Achuar: le loro tradizioni e miti, il loro rispetto per la natura, i loro elementi culturali, la difesa delle loro terre. Tutto questo gli valse la simpatia e il riconoscimento del popolo Achuar e di molte istituzioni nazionali e internazionali. Ricordo la stima e l’amore che il vecchio Peas Kantash, un uomo di 72 anni, cieco, ma molto saggio e di grande influenza tra gli Achuar, aveva per lui. Durante una visita mi disse: «Ho dato tutto il mio sapere a Yánkuam che amo come un vero fratello».

Yánkuam, consapevole che la cultura orale era destinata a scomparire nel tempo, con le sue conoscenze di antropologia, etnologia, filologia, storia e geografia, creò la scrittura affinché i bambini e i giovani Achuar potessero imparare a scrivere e studiare nella loro lingua. A questo scopo realizzò diverse pubblicazioni: libri liturgici in Achuar, enciclopedie di animali, piante e pesci, un dizionario Achuar, e Achuarà!, il Nuovo Testamento in lingua Achuar.

Nel campo dell’evangelizzazione, non ha fatto proseliti. Ha proclamato il Vangelo, ma ha lasciato tutti liberi. Solo dopo 9 anni, nel 1994, ha amministrato i primi battesimi ad alcune persone di Panintsa e a due famiglie di Kuyuntsa. Oggi, centinaia di cristiani Achuar hanno scoperto il Vangelo e si sono innamorati di Gesù.

Ha lavorato molto per formare catechisti Achuar. Le comunità cristiane Achuar hanno ora 5 diaconi permanenti e ci sono altri che si stanno preparando con entusiasmo a ricevere il diaconato. Seguendo le linee guida del Concilio e in accordo con il suo vescovo, inculturò la celebrazione dei sacramenti affinché tutti potessero essere in sintonia con il mistero di Dio senza grandi difficoltà.

Nel 2005, padre Diego Clavijo (Kiakua), venuto dall’Ecuador, si è unito a padre Luis nella missione di Sanchiik, per servire gli Achuar della zona. Padre Luis si rallegrò, perché non sarebbe stato più solo in questa missione con gli Achuar. E con paziente dedizione ammaestrò il suo compagno nella lingua e nella cultura locale. Nel 2007, un altro salesiano si è unito a loro, padre Nelso Vera (Ikiam). In questo modo si rafforza il sogno di Padre Luis, affinché l’opera che aveva iniziato avesse continui­tà.      

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