LE CASE DI DON BOSCO
Renato Dal Bo e Alessandro Ritella (Archivio storico-fotografico dell’opera salesiana San Paolo - Torino)
L’oratorio SAN PAOLO e la parrocchia di GESÙ ADOLESCENTE
Torino, mercoledì 20 novembre del 1918, un giovane salesiano, don Ignazio Bonvicino (di appena venticinque anni), mandato dal superiore a fare “qualcosa”, s’incontra con sei ragazzi che stanno giocando alle birille in un prato vicino. Si mette a giocare con loro e, passo passo, li conduce con sé alla casa, li fa divertire, e poco dopo, questi, tornati dalla merenda, ne conducono un’altra decina… Incominciò così la magnifica avventura che continua più viva che mai.
Molto tempo è passato da quel lontano maggio del 1918, quando don Rinaldi e don Ricaldone si erano spinti a fare quattro passi in borgo San Paolo, in via Frejus nei pressi dell’appena tracciato corso Racconigi.
Era l’ultimo anno della Grande Guerra ed il borgo posto alla periferia di Torino soffriva a causa dell’inurbamento di manodopera, prevalentemente proveniente dal contado, richiamato dalle possibilità lavorative in officine e botteghe meccaniche sorte attorno alla costruzione di grandi stabilimenti, quali Ansaldo, Lancia, Diatto, Pininfarina. Il censimento del 1901 descriveva che la popolazione superava le 4000 unità fino ad arrivare durante la Grande Guerra al numero di 20 000. Il rapido sviluppo industriale e l’improvviso incremento demografico si trovarono a fare i conti con la penuria di alloggi, scuole e gli scarsi servizi sociali.
Tali fattori, insieme alla sopraggiunta riduzione dell’occupazione legata alla fine della produzione bellica, produssero i tragici moti di Torino dell’agosto del 1917, i quali sfociarono in brutali repressioni popolari in Barriera di Milano e Barriera San Paolo con una striscia sanguinosa di morti, feriti e con migliaia di arrestati.
Questo quadro sociale e umano di una comunità proletaria, nella quale trovavano terreno fertile associazioni operaie e socialiste, favoriva un diffuso anticlericalismo tra la popolazione del borgo.
Decorata di fede
In questo contesto sociale, i Salesiani entrano in possesso, nell’ottobre 1918, della Cascina Saccarello, situata là dove ora si incrociano il corso Racconigi con le vie Vigone e Luserna.
L’idea salesiana di un oratorio si realizza quasi sempre ai margini della città, in quartieri disagiati “perché per lavorare al bene del popolo, bisognava non essergli lontano, ma vivere come viveva il popolo, senza altra pretesa che fargli vedere la via del bene”, con particolare riguardo ai giovani, i birichin – come li chiamava don Bosco – che erano i più bisognosi di aiuto e guida.
La copertura della spesa fu possibile con il contributo degli industriali torinesi nella duplice ricorrenza del cinquantenario della consacrazione della basilica di Maria Ausiliatrice e del giubileo sacerdotale di don Albera, Rettor Maggiore e secondo successore di don Bosco.
Da quel momento i quattro passi lasciano posto al correre veloce del tempo e delle azioni.
Il 20 novembre, arriva nel borgo don Ignazio Bonvicino, giovane prete mandato dal Rettor Maggiore ad “iniziare a fare qualcosa”, che gioca a palla e alle birille con alcuni ragazzi incontrati nei prati e poi invitati per una merenda nella cascina.
È l’inizio dell’oratorio, che incomincia a raccogliere intorno a sé inizialmente fanciulli ed adolescenti, successivamente anche madri e padri di famiglia e volontari che abbattono, riattano e riorganizzano la struttura della vecchia cascina.
L’8 dicembre, nella cappella ricavata dalla “tettoia con pagliaio” della cascina, che nelle Cronache viene definita “più decorata di fede che di pittura e addobbi”, il Rettor Maggiore don Paolo Albera celebrò la prima messa.
La vivacità dell’oratorio cresceva con varie attività: doposcuola, scuole diurne, serali, circoli con riunioni culturali, musicali e sportive. Venne anche istituito un Ufficio gratuito di collocamento che in seguito divenne un vero e proprio “Segretariato del Popolo”.
Non ultimi, si formarono gruppi di catechiste e catechisti per educare “onesti cittadini e buoni cristiani” secondo l’ideale di don Bosco.
Sorsero associazioni quali: i Padri di famiglia, il Comitato delle Patronesse e il Riparto Scout Torino 12. Il 15 dicembre nasce la prima associazione giovanile, denominata Circolo San Paolo.
Nel tempo con l’aiuto di molti, la struttura originaria subì molte modifiche per venire incontro alle esigenze del quartiere. Dapprima fu costruita una palazzina per ospitare le attività (1921), poi la chiesa (1925), il teatro (1929), ultimamente ristrutturato e riorganizzato in visione polifunzionale e rinominato exte’29, e la nuova costruzione adibita a scuola (1958).
Bella di fuori e splendida all’interno
E proprio durante questo anno giubilare, esattamente il 31 ottobre, la comunità salesiana di Borgo San Paolo, con la presenza di molti, ha ricordato cento anni da quella attesa giornata in cui iniziavano i festeggiamenti per l’inaugurazione della chiesa di Gesù Adolescente, che finalmente sostituiva la provvisoria cappelletta poveramente addobbata nel fienile della vecchia cascina.
Si diceva che per i Salesiani la porta della chiesa fosse l’oratorio, con le sue attività, nella illuminata considerazione che la parrocchia affidata ai Salesiani fosse uno spazio privilegiato di evangelizzazione per i giovani, ma solo preferenziale ed avesse il carattere di una sfida costante nel compiere l’ideale di don Bosco per formare onesti cittadini e buoni cristiani.
L’avvio dello studio per la progettazione della nuova chiesa salesiana in borgo San Paolo viene consentito nel marzo del 1921 da don Paolo Albera, il quale purtroppo morì il 29 ottobre improvvisamente. Lo si attendeva, infatti, per il 1° novembre a porre la prima pietra della nuova chiesa.
La posa della prima pietra non fu rimandata, ma fu il cardinale Cagliero, giunto in rappresentanza del Papa per il funerale del compianto Rettor Maggiore, ad officiare il rito.
Il 4 luglio 1922 il cardinal Richelmy consacrò la pietra angolare che rinchiuse in un cristallo la prima pergamena con la rappresentazione della chiesa in costruzione come Tempio di Gesù Adolescente e della Sacra Famiglia.
Tutto il mondo salesiano, in occasione del 50° anniversario della prima spedizione missionaria, contribuì alla costruzione. Alla presenza dell’arcivescovo di Torino, cardinal Gamba, venne consacrata ufficialmente la nuova chiesa il 31 ottobre 1925.
Il 1° marzo 1934 il cardinale Maurilio Fossati promulga il decreto di erezione a parrocchia della Chiesa di Gesù Adolescente, notificandone i confini.
La costruzione è opera dell’architetto salesiano Giulio Valotti che le Cronache dicono: “l’abbia voluta bella di fuori e splendida all’interno, una cosa viva che radunasse gli elementi degli stili cristiani fondendoli in un gotico che ha dell’italiano tutta la schiettezza e la luminosità e del cristiano tutto il raccoglimento”.
Essa posa su una pianta a croce latina, distribuita su tre navate con ampio presbiterio.
La sua peculiarità sta nel fatto che la navata è affiancata da tre cappelle laterali per parte, che culmina con la visione dell’altare maggiore, adornato di marmi, bronzi e mosaici.
L’esterno presenta in facciata un rosone floreale con un mosaico che raffigura Gesù Adolescente sopra l’ingresso. Inoltre svettano tre guglie e un campanile che raggiunge i cinquanta metri di altezza.
Sul campanile – “bello di linea e sagoma” – vennero issate le cinque campane che don Bosco aveva fatto collocare fin dal 1868 a Maria Ausiliatrice.
Questa è la solida struttura su cui si regge l’opera salesiana in borgo San Paolo che ha vissuto più di un secolo a contatto del popolo e recentemente festeggiata con i gruppi che compongono l’opera salesiana, le realtà civili e religiose presenti sul territorio insieme all’Arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole.
Molti sacerdoti (don Bonvicino, don Brizio il primo parroco, don Provera nel periodo critico del 1945, don Elio Arcostanzo…), collaboratori e migliaia di giovani si sono succeduti nell’impegno rivolto ai più poveri, immigrati, disoccupati ed anche, negli ultimi tempi, dei minori stranieri non accompagnati.
Ognuno in un proprio ambito, parrocchiale od oratoriano, ma sempre in stile educativo, ha cercato di realizzare la proposta cristiana del “Da mihi animas, caetera tolle” nel tentativo di individuare nuove forme di collaborazione con mentalità aperta, solidale e coraggiosa.

















