BS Luglio/Agosto
2024

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

L’indignazione non basta!

Sul divano occidentale, fino al fungo nucleare, / sento una testa cadere, sento una testa vacillare, / ed è la mia…

«Mi indigno, dunque sono». Nel difficile periodo storico in cui viviamo, segnato dall’emergere e, sempre più di frequente, dal giungere al punto di rottura di innumerevoli fattori di tensione a livello geopolitico, economico, sociale e culturale, questo sembra essere diventato il motto collettivo di una generazione di giovani adulti (e, per la verità non solo il loro) che non perdono occasione per manifestare accoratamente – sui social come nelle conversazioni quotidiane – la propria indignazione per i tanti problemi che affliggono l’umanità. Dai conflitti in atto in varie regioni del mondo al rigore negato alla nostra squadra del cuore, dalla crisi economica globale al rincaro del costo mensile della piattaforma di streaming cui siamo abbonati, dall’ennesima notizia di una morte sul lavoro all’ingiusta esclusione del nostro concorrente preferito dal reality show che seguiamo con tanto accanimento: su ogni questione ci riteniamo ugualmente legittimati a dire la nostra, ad esprimere a gran voce il nostre sdegno, ad ingaggiare sottili dispute dialettiche con chi la pensa diversamente da noi. Il tutto rimanendo comodamente seduti sul divano della nostra coscienza e combattendo la nostra battaglia per un mondo più giusto e sostenibile a suon di post e condivisione di status su Instagram o su Facebook, brandendo il telecomando come un’arma solo apparentemente inoffensiva, ergendoci a giudici monocratici che esercitano il proprio incondizionato diritto di opinione di fronte allo “spettacolo mediatico” delle ingiustizie più disparate che travagliano la società. Come se fosse sufficiente la nostra indignazione sbandierata ai quattro venti e amplificata dalla cassa di risonanza del web per invertire il corso della Storia o, per lo meno, per farci sentire in pace con noi stessi…

Ma se è vero che l’indignazione è «il motore della resistenza», come ci ricorda una figura del calibro di Stéphane Hessel – sopravvissuto alla deportazione a Buchenwald dopo aver partecipato in prima linea alla Resistenza francese e tra gli estensori, nel secondo dopoguerra, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – che di tale atteggiamento contestativo ha fatto il filo conduttore di tutta la sua vita, senza la disponibilità a rimboccarsi le maniche e ad impegnarsi in prima persona per modificare ciò che non va e per tradurre in una logica costruttiva la doverosa ribellione nei confronti di tutto ciò che offende la propria dignità e quella degli altri, essa rischia di risolversi in una sterile e indiscriminata esplosione di rabbia, utile solo a dilatare la permanente conflittualità che segna la convivenza sociale, ma incapace di farsi carico di una concreta responsabilità in direzione del cambiamento dello status quo.

Per contrastare la cultura dell’indifferenza dominante nella presente fase storica non basta, infatti, gridare allo scandalo sull’onda di un’emotività impulsiva e contingente, salvo poi adattarsi ad accettare ciò che ci appare ineluttabile, nel nome di una troppo decantata “resilienza”: occorre, invece, sforzarsi prima di tutto di capire e di valutare – che è cosa ben diversa dal giudicare –, per poi adoperarsi quotidianamente affinché la tensione etica insita nel sentimento dell’indignazione possa tradursi nel coraggio di cambiare le cose e nella capacità di immaginare un mondo più giusto e all’altezza delle nostre speranze.

Sul divano occidentale,
arruolati da sdraiati,
disputiamo, guerreggiamo,
interventisti sul divano.
Sul divano sorvoliamo
sui conflitti, sulla storia,
atterriamo, decolliamo e poi planiamo
sul divano…
In guerra eroica, sul fronte della linea stoica,
in guerra eroica, sul fronte della linea stoica:
col deretano sul divano guerreggiamo,
con sguardo bovino ci diciamo da vicino
che resistere, resistere, è il modo per esistere,
e resistere, resistere, è il modo per esistere!
Sul divano fronteggiamo
le paure, sul divano
la mollezza a domicilio,
corpo inerte nel mobilio.
Il tuo sedere, il mio sedere,
il tuo sedere, il mio sedere sul divano,
il tuo sedere, il mio sedere,
il tuo sedere, il mio sedere sul divano:
quanto ti amo, quanto ti amo…
In guerra eroica, sul fronte della linea stoica,
in guerra eroica, sul fronte della linea stoica:
bombe nucleari, sganciate giù pari
al bottone rosso del telecomando,
e resistere, resistere, è il modo per esistere,
e resistere, resistere, è il modo per esistere!
L’Occidente va alla notte,
va a morire con il sole;
l’Occidente va, l’Occidente va alla morte,
va a morire con il sonno.
Europa, Europa dove sei?
Perché morire con il giorno,
se stride Oriente ed Occidente,
perché finire nel vapore?
Non c’è più noi, non c’è bandiera
che non sia il pezzo di sedere,
occupato e riscaldato
sul divano occidentale.
Sul divano occidentale
non si sta poi tanto male:
ho il mio piano resiliente,
resiliente sul divano.
Sul divano occidentale,
fino al fungo nucleare,
sento una testa cadere,
sento una testa vacillare,
ed è la mia…

(Vinicio Capossela, Sul divano occidentale, 2023)

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