BS Dicembre
2022

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

Lettera a Maria

Sul filo di una lettera scritta a Maria scopriamo con lei il dolce senso e la spiritualità dell’attesa.

Santa Madre Teresa ha scritto: Non ho mai dimenticato di quando visitai una casa dove si trovavano tutti gli anziani genitori di figli e figlie che dopo averli messi in istituto, li avevano abbandonati. Mi recai in quel luogo e vidi che avevano di tutto, belle cose, ogni comodità, ma ognuno stava con lo sguardo fisso alla porta. E non vidi alcuno con sul volto un sorriso. Allora mi rivolsi alla Sorella e dissi: «Come mai? Perché questa gente cui non manca nulla guarda sempre verso la porta? Perché non sorridono?».

Sono così abituata a vedere il sorriso sul volto della nostra gente… anche i moribondi da noi sorridono. Mi rispose: «Questo capita quasi ogni giorno. Stanno aspettando, sperano che un figlio o una figlia venga a trovarli».

Nelle nostre vite l’attesa non è un atteggiamento molto popolare. La maggior parte di noi considera l’attesa una perdita di tempo. Forse perché la cultura nella quale viviamo ci dice: “su, dai! Fa qualcosa! Non stare lì seduto ad aspettare”. Nella nostra situazione storica particolare, l’attesa è anche più difficile perché viviamo nel timore. La gente ha paura. Paura dei sentimenti interiori, paura degli altri, paura del futuro. Perché è così insopportabile?

Perché siamo diventati intolleranti, perché non sappiamo guardare al tempo futuro, perché non sappiamo differire. La verità è che l’attesa ha a che fare con l’unica cosa che ci spaventa davvero: la nostra morte. Acceleriamo per questo, riempiamo il tempo perché temiamo il vuoto.

In Aspettando Godot dice Vladimiro: «Questo ci ha fatto passare il tempo».

«Sarebbe passato lo stesso», gli risponde Estragone.

Possiamo imparare da Maria di Nazaret la spiritualità dell’attesa? Magari con una semplice lettera che qualche angelo di buona volontà potrà recapitare.

Cara Maria,

dopo la tua visita a Elisabetta, dopo l’annuncio dell’angelo a Giuseppe, resta questo lungo tempo, sei mesi, in cui con il tuo sposo ci insegni ad attendere colui che sta per venire. Insieme a te, anche noi aspettiamo.

Ogni anno aspettiamo la sua venuta nel presepe, a Natale, e gli occhi dei bambini si riempiono di luce. Ma più in profondità attendiamo davvero che il cielo si apra, e che la pace, mai definitiva di questi tempi, regni per sempre tra i popoli, tra gli uomini e in noi stessi. In questo lungo tempo dell’attesa, ci apri la tua casa e il tuo silenzio per farli nostri, insieme a te. È il tempo della maturazione del frutto, il tempo che necessita a un uomo per arrivare a ciò che è. Il lungo tempo della convalescenza e della guarigione. Il tempo dell’invecchiamento, della crescita, il tempo della vita che non si può né allungare né accorciare, nemmeno strattonandolo. Con te, non è un’attesa indefinita che ci tiene vigili. No, con te noi aspettiamo Qualcuno.

Aspettare qualcuno significa credere che stia per arrivare, anche se non si sa bene quando

Nel caso dell’attesa di un bambino, è posto un termine che ci permette di tenerci pronti. Vorrei che tu mi insegnassi a essere pronta come lo fosti tu, pronta anche ad affrontare l’impossibile, perché sei dovuta partire per Betlemme nel momento meno opportuno. Lo sai, a me non piacciono gli imprevisti, e ho davvero molto da imparare da te, perché di situazioni impreviste ne hai dovute affrontare un bel po’.

Questa sera, tuttavia, all’approssimarsi del Natale, ho voglia di fare un po’ di silenzio e di guardare il presepe che abbiamo allestito qua e là per la casa. In cappella, un grande presepe è posto al riparo di qualche mazzo di fiori. La culla è vuota. Anche se corriamo per gli ultimi preparativi della festa, in fondo attendiamo.

La nostra vita è vuota finché tuo figlio non viene ad abitarla

Tutto il mondo attende, senza sapere bene chi. Dovremmo abbandonare la pretesa di proporre il nostro modo di credere come risposta a questa attesa. Forse ci sono più modi di ricevere tuo figlio? I racconti di Natale narrati in maniere molteplici in molteplici culture hanno saputo esprimere l’emergenza dell’inaudito. Di che cosa hanno bisogno il nostro tempo, la nostra cultura, per udire il mormorio quasi impercettibile della nascita di tuo figlio? Come una voce alla fine del silenzio. Come aiutarci gli uni gli altri e aiutare la nostra generazione ad ascoltare questa voce? Tu, Maria, potresti sostenerci e illuminarci?

Nell’attesa di domani, vorrei ascoltare il vento insieme a te e il rumore della pioggia sulla mia finestra. Dietro il rumore del mondo, vorrei ascoltare il silenzio su cui questo rumore fa leva per esistere. Ascoltare l’attesa del mondo e lasciar sfilare i visi, vicini o lontani, che la mia memoria lascia scorrere davanti ai miei occhi. Vedi, te li presento a uno a uno. I piccoli e i grandi della mia famiglia, le sorelle e i fratelli del mio ordine, i miei amici, le donne della prigione, le mie colleghe e molti altri. Insieme a loro, e con te, vorrei sperare che Cristo, nel suo modo sempre singolare e unico, trovi dove nascere in ciascuna delle nostre vite.         

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