LE NOSTRE MEMORIE
Natale Maffioli
Le CUSTODIE del corpo di don Bosco
Tutti sanno che attualmente le reliquie di don Bosco sono conservate in un’urna nell’altare a lui dedicato nella basilica torinese di Maria Ausiliatrice, ma penso che pochi sappiano, nel dettaglio, la storia degli spostamenti del suo corpo e le vicende della sua iniziale sepoltura.
Alla morte del nostro Santo (31 gennaio 1888), don Michele Rua, suo primo successore, brigò anche con il primo ministro del regno, Francesco Crispi, per poter seppellire don Bosco nel santuario di Maria Ausiliatrice (non era ancora basilica); il Crispi gli consigliò, per non contravvenire alle norme della polizia cimiteriale cittadina, di tumularlo nel collegio salesiano di Valsalice, situato in una zona extraurbana.
Don Rua accettò di buon grado la soluzione suggerita e fece approntare subito una custodia sul pianerottolo della scala che scendeva dal giardino superiore al porticato, antistante il cortile inferiore, e fu lì che la salma di don Bosco fu posta. In breve tempo si costruì, su disegni dell’architetto Carlo Maurizio Vigna, una edicola di stile neogotico divisa in due ambienti: l’inferiore con la tomba di don Bosco, il superiore, una edicola dedicata alla Pietà, affrescata dal pittore Giuseppe Rollini. La lastra di chiusura del loculo fu affidata allo scultore Pietro Piai; ovviamente lo scultore si avvalse delle fotografie eseguite all’indomani della morte di don Bosco, quando il suo corpo, rivestito dei paramenti sacerdotali, come se si apprestasse a celebrare la Messa, fu esposto per i riti di suffragio. Nel giro di pochi mesi si iniziò a decorare l’ambiente con abbellimenti parietali fino al 1924, anno della beatificazione di don Bosco. Tolta la salma e portata trionfalmente nella basilica di Maria Ausiliatrice, la tomba non fu abbandonata, ma negli anni successivi si provvide a creare una sorta di cappella della memoria della sepoltura. Il corpo non c’era più ma i salesiani erano convinti che quel luogo doveva essere ugualmente ricordato e venerato.
L’urna della beatificazione
Il 2 giugno 1929, papa Pio XI beatificava don Bosco. In vista della traslazione del corpo da Valsalice a Valdocco si approntò una teca che servisse per il trasporto e per una collocazione decorosa delle reliquie in attesa della costruzione dell’altare a lui dedicato nella Basilica di Maria Ausiliatrice. All’epoca il transetto destro (guardando l’altare maggiore) era ancora occupato dall’altare intitolato a san Pietro.
Lo scultore salesiano Sebastiano Concas (1890-1963), su disegno dell’architetto salesiano Giulio Valotti (1881-1953), realizzò l’urna in legno dorato. La sua struttura è elegante e allo stesso tempo fastosa ma senza essere ridondante. Quattro putti reggono il coperchio e le loro braccia alzate sostengono dei festoni di frutti che, al centro, fissano lo stemma di Pio XI, il papa che ha beatificato e canonizzato don Bosco; la base, frutto di uno studio del Concas, fa riferimento a modelli rinascimentali. I cristalli sono ampi e adeguati ad una visione totale del corpo del santo rivestito di paramenti sacerdotali. Il salesiano coadiutore Mario Notario, originario del paese di San Benigno, ebbe più volte a dirmi che lui bambino aveva fatto da modello al Concas per la realizzazione dei piccoli putti angolari dell’urna. Questa teca fu utilizzata per esporre, in occasione della beatificazione, le reliquie di san Giuseppe Cafasso e quelle di santa Maria Domenica Mazzarello; ora l’urna è custodita nel “Museo casa don Bosco” di Valdocco.
L’urna attuale
Le reliquie di don Bosco meritano un’attenzione speciale. Il corpo mortale del nostro è racchiuso in una cassa non progettata dal Ceradini, ma l’impresa della sua realizzazione fu affidata all’architetto Giulio Casanova (1875-1961) che approntò un disegno geniale: il corpo del Santo doveva essere visibile fronte-retro, dalla chiesa e dal ricettacolo posteriore e qui il corpo del santo doveva giacere all’altezza dello sguardo dei devoti. La cassa realizzata su disegno del Casanova è sobria, priva di ridondanze nonostante il suo riferimento stilistico sia barocco; coppie di teste alate di cherubini sono poste agli angoli e sovrastano scudi con il motto caro al nostro Santo: “Da Mihi Animas Coetera Tolle”, non hanno funzioni di sostegno in modo da non impedire la visione per intero del corpo di don Bosco.
La pianeta
Il paramento liturgico che riveste le reliquie del nostro Santo è un’opera magistrale di ricamo. Innanzitutto la storia: è stato realizzato in un imprecisato monastero e destinato a papa Benedetto XV, il grande pontefice dei tempi difficili della prima guerra mondiale. Probabilmente era un dono in occasione del quarantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale e, come succede a tanti regali fatti ai pontefici non fu utilizzato dal Papa, ma fu ‘dirottato’ verso persone a lui care. Che il dono fosse riservato a Benedetto XV lo attesta, in modo inequivocabile, lo stemma sullo stolone posteriore della pianeta.
Se si voleva utilizzare per rivestire le reliquie di don Bosco un paramento importante per storia e preziosità del materiale, non si poteva fare scelta migliore.
La pianeta riveste realmente il corpo del Santo, il volto e le mani presentate alla venerazione dei fedeli non sono le originali, il volto adagiato tra i cuscini che lo tengono sollevato è una maschera di cera opera dello scultore Gaetano Cellini, l’originale è incassato nel cuscino che lo tiene reclinato mentre le mani, anch’esse del Cellini, sono adagiate sul petto del Santo e coperte dalla pianeta.
L’architetto Ceradini concepì l’altare avanzato quel tanto da lasciare lo spazio ad una sorta di scurolo che desse la possibilità ai fedeli di avvicinarsi al corpo di don Bosco.
L’ambiente è interamente rivestito di marmo giallo di Siena e da una lastra del marmo di Candoglia, con decori in bronzo dorato, e offre ai fedeli, da una apertura protetta da cristallo, una vista ravvicinata del corpo di don Bosco. Il piccolo ambiente è illuminato dall’alto, da una cupola ellittica rivestita di mosaico e raffigurante il cielo.
















