BS Febbraio
2024

RITRATTO DI UNA SALESIANA

MARIAPIA BONANATE

L’angelo dei LEBBROSI

Storia della salesiana, andata in missione «per dare un senso alla sua vita» di giovane ragazza alla ricerca «di un progetto molto valido» al quale dedicarsi.

Suor Silvia Vecellio non vuole che si parli di lei. Quando l’ho incontrata a Torino, dove aveva ricevuto la cittadinanza onoraria per le sue opere di missionaria in Brasile, giornali e televisioni si sono molto occupati del suo personaggio e lei soffriva. Era visibilmente a disagio nel dover parlare in pubblico di se stessa e del «miracolo» che ha compiuto nel sud del Mato Grosso. Non avevo avuto il coraggio d’insistere per un’intervista che si aggiungeva alle tante altre, in giornate faticose e affollate d’impegni. C’eravamo semplicemente salutate e abbracciate. Ma la sua figura asciutta, come scolpita nell’essenzialità e nella semplicità difficile della vita che da quarant’anni conduce, il suo sguardo severo e pensoso dietro alle lenti, che si addolciva quando parlava dei suoi ammalati di lebbra, come se li avesse tutti lì, accanto, mi erano rimasti nel cuore.

In questi anni non ho smesso di pensare a lei in quel Brasile dove ho conosciuto altre donne, religiose e laiche, che con il loro coraggio e il loro sorriso hanno fatto «miracoli», salvando migliaia di persone, accogliendo bambini e ragazzi di strada, cambiando la vita delle comunità alle quali si dedicano senza risparmi. In totale gratuità.

Per coincidenze provvidenziali ho continuato ad incontrare persone che mi parlavano di lei con entusiasmo, come il chirurgo torinese, esperto in ferite difficili, che spesso va ad operare nell’ospedale di Sào Juliào, da lei fondato a Campo Grande, capitale dello Stato del Mato Grosso del Sud, e che confessa con voce che tradisce commozione:

«Dopo averla incontrata, la mia vita non è stata più la stessa. Vedere Silvia all’opera è percepire fisicamente la mano del Padre che disegna la storia delle persone e del mondo. Vedere come accetta con forza e coraggio, in ogni momento, di essere un semplice strumento, provoca una violenta emozione che ti offre un mondo capovolto. Con lei accade sempre qualcosa d’importante e singolare. Non dimenticherò mai una delle prime volte, a Sào Juliào, quando mi disse: «Sei un asino!». Io mi fermavo sulle ferite, lei conosceva la storia, i sogni e l’anima dell’ammalato, come di tutti quelli con i quali condivideva la vita. Credo di non essermi mai sentito in vita mia così piccolo ed inutile come quella volta. Una lezione che mi è servita per sempre. Parlare con lei è sempre un’esperienza che ti segna profondamente, ti fa sentire come un bimbo che riceve un regalo. L’ultima volta che sono stato a Campo Grande, ci si domandava chi fosse in grado, in futuro, anche se il più lontano possibile, di prendere il suo posto. Una preoccupazione legittima, lei si sta avviando agli ottant’anni e continua a dormire quattro ore per notte. La sua risposta è stata semplice e serena: “Se il Padre ritiene che ciò che ho fatto meriti di sopravvivere, provvederà Lui”. Questa è Silvia, una che si fida totalmente di Dio e si abbandona fra le sue braccia, sempre pronta ad accettare qualsiasi cosa accada».

Mi ha raccontato di lei con sconfinata ammirazione e affetto anche don Aldo Rabino, salesiano, cappellano del Torino Calcio, che l’ha scoperta nel 1970, durante un viaggio in Brasile, perché gli aveva chiesto di celebrare la Messa nel lebbrosario. «Spezzare il pane con quegli ammalati, darlo ai loro corpi spezzati dalla lebbra, sentire l’amore che trasformava il dolore in timida gioia e tanta speranza, i lebbrosi e le suore uniti in un abbraccio che vinceva la malattia, mi fece prendere una decisione: sarei diventato anch’io parte di quella famiglia, uscita da una pagina del Vangelo. Avrei camminato con loro». Da quell’incontro, pilotato dal cielo, nacque l’idea di sostenere suor Silvia e le sue opere. Per realizzarla don Aldo, con don Franco Del Piano, splendida figura di salesiano architetto, scomparso prematuramente, creò l’Operazione Mato Grosso.

Sono alcune delle testimonianze che mi hanno permesso di ricostruire la storia della salesiana, andata in missione «per dare un senso alla sua vita» di giovane ragazza alla ricerca «di un progetto molto valido» al quale dedicarsi.

Come Santa Madre Teresa

Per seguire quest’impulso lasciò, a ventitré anni, l’amato Cadore, dove era nata nel 1931 e dove viveva bene, «sciando e scalando le montagne che fanno da cornice alle Tre Cime di Lavaredo». Era venuta a Torino per entrare nella Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, le Salesiane di don Bosco, come lei stessa racconta: «I primi tempi furono molto duri. Era difficile rinunciare a tanti sogni, al paese, alle montagne, ma scoprivo sempre di più in me che Dio aveva disegni diversi da quelli sui quali fantasticavo, mi faceva capire che era cosa dura ribellarsi alla volontà del suo cuore. Sebbene cercassi più volte di resistergli, fu tutto inutile, lui si dimostrò sempre il più forte».

Nel 1959 fu mandata a Campo Grande, in un collegio salesiano per ragazze ricche, un po’ come accadde a Madre Teresa di Calcutta. Ma la scuola le stava stretta. Ricorda con la semplicità di un parlare essenziale nella sua concretezza, senza nessuna polemica, una saggezza tutta femminile, con i piedi per terra: «Mi pareva un controsenso essere andata in missione per insegnare a studentesse benestanti, io che volevo andare ad abitare fra gli indios ed ero una donna d’azione. Non volevo fare niente di speciale, soltanto stare in mezzo alla povera gente e condividerne i problemi e l’esistenza».

Insegnò per undici anni. Un giorno d’estate, nel 1966, mentre camminava nelle periferie polverose della città, sbagliò strada e si trovò per caso di fronte ad un recinto di filo spinato, attraversato dalla corrente elettrica. Su un cartellone c’era scritto «Lebbrosario». Sorpresa e incuriosita, s’informò. Era stato costruito durante la dittatura di Getulio Vargas, nella seconda metà degli anni Trenta, e poi, come tanti altri, abbandonato ad un totale degrado. Un lager di condannati alla morte civile e sociale, prima ancora che a quella fisica, considerati rifiuti umani da nascondere e da dimenticare. Ne fu sconvolta. I lebbrosi vivevano in condizioni spaventose, in casette malsane, prive di tutto, assediate da topi e scarafaggi. Le latrine erano intasate, le fognature non funzionavano, gli ammalati, confinati in giacigli senza lenzuola e federe, si bendavano le gambe con garze luride e, in mancanza di queste ultime, si fasciavano i piedi con giornali per raccogliere il sangue e il pus. Come poveri animali in fetide cucce.

Nella sala operatoria c’erano solo una sedia e una scaletta bianca, usata per l’amputazione delle dita delle mani. L’infermeria era priva di ogni attrezzatura, qualche paio di forbici e tanta sporcizia. I lebbrosi meno gravi si erano trasformati in infermieri per aiutare gli altri, spesso con molta difficoltà per le proprie menomazioni. Il medico governativo li visitava da lontano e coloro che erano disponibili a curarli, perdevano tutti i clienti che avevano in città. Un girone infernale, in un paesaggio arido di terra rossa, senza un filo d’erba. Suor Silvia sentì con chiarezza di essere arrivata alla terra promessa, attesa da tanto tempo.

Ogni settimana, nei giorni liberi dall’insegnamento, iniziò ad andare a visitare gli ammalati, anche se le famiglie delle allieve, informate delle sue visite, le creavano molti problemi. Temevano potesse portare il morbo nell’istituto. Ma lei era decisa a non tornare più indietro, si sentiva arrivata a casa. Ottenne dai superiori di andare a vivere nel lebbrosario. Anche le autorità governative – erano gli anni della feroce dittatura dei «gorilla brasiliani» – le erano contro. Quella giovane suora, venuta da lontano, aveva messo allo scoperto una piaga che nascondevano, aveva fatto scoppiare un bubbone tenuto sotto sequestro. Come se avessero ricevuto uno schiaffo in faccia. Fu allora che avvenne l’incontro con don Aldo Rabino e i volontari, tra cui moltissimi giovani, dell’operazione Mato Grosso che venivano, ogni anno sempre più numerosi, dall’Italia e in particolare da Torino per lavorare al progetto di ristrutturazione dell’ospedale.

Intanto l’ex insegnante, consapevole di aver trovato la strada giusta e di corrispondere alla chiamata che l’aveva portata via dalla sua terra, preceduta dalla stima e dalla riconoscenza acquisite durante gli anni d’insegnamento, andò a far visita a cento fra le famiglie più ricche di Campo Grande: «Non chiedevo loro soldi, ma di essere aiutata, con il loro prestigio e le loro conoscenze, a portare avanti la ristrutturazione del lebbrosario».

In molti risposero al suo appello. L’albero della speranza, che suor Silvia aveva idealmente piantato nel cuore del fatiscente lebbrosario, cominciò a dare i suoi frutti miracolosi. Con l’aiuto dell’associazione di don Rabino e di tanti benefattori, conquistati dalla sua dedizione agli ultimi fra gli ultimi, trasformò il «deposito di ammalati», dimenticati e negati, in un modernissimo ospedale, che divenne l’unico presidio sanitario gratuito in un territorio più grande dell’Italia. Lei sempre in prima linea, giorno e notte, pochissime le ore di sonno, molte quelle di preghiera, sempre presente ovunque, in cucina come nelle lavanderie, accanto al letto di un ammalato e nell’ambulatorio, attenta ad ogni più piccola necessità.

Un grande e moderno ospedale

Anno dopo anno, si formò un complesso con nuove costruzioni, una clinica con quaranta posti letto, un centro chirurgico all’avanguardia, attrezzato con moderne tecnologie e quattro sale operatorie, un laboratorio dentistico e ambulatori, un centro per la riabilitazione, un’officina ortopedica e un moderno centro congressi dove si dibattono, a livello internazionale, i problemi legati alla cura dell’hanseniasi. Oggi il Sào Juliào non ospita soltanto i lebbrosi, ma ogni genere di ammalati.

Una cittadella dell’amore, ma anche un nucleo propulsore di altre realtà che sono nate dal grande cuore di una donna che un giorno ha detto un «sì» senza riserve e lo ripete ogni mattina. Accanto all’ospedale sono sorte la chiesa, una scuola materna, elementare e media, intitolata a don Franco Del Piano, con trecento alunni. Per permettere ai ricoverati meno gravi di lavorare e rendersi utili, è stato realizzato un allevamento di mucche da latte, maiali e galline che procurano prodotti per la comunità, e vengono organizzati lavori agricoli.

I lebbrosi, oltre ad essere riabilitati nel corpo, devono poter ricuperare la propria identità e dignità di persone. Il lavoro è un mezzo fondamentale per questa rinascita.

Ma a Campo Grande, crocevia di tante strade e sofferenze, sono state create anche strutture di accoglienza per bambini abbandonati in tenera età, in attesa di adozione, Vovo Tulia, e il CEDAMI, il Centro d’appoggio per l’emigrante.

La città brasiliana è un affollatissimo corridoio per immigrati. Suor Silvia evoca un drammatico fenomeno storico di cui non si parla mai: «Negli anni Sessanta, molti tedeschi e italiani, che avevano fatto fortuna in Brasile, hanno acquistato latifondi nel cuore del Mato Grosso. Sessanta milioni di persone sono state cacciate dalla loro terra e private del lavoro, sono diventate una comunità di nomadi. Una migrazione biblica di gente disperata, che arriva dal Paraguay, Uruguay e Bolivia, diretta a San Paolo o verso l’interno dell’Amazzonia, in cerca di sistemazione. Il cammino che devono percorrere è lungo e insidioso, sono esposti ad ogni genere di pericoli e violenze. La vista di questi uomini e donne che sostano con i loro figli, anche per giorni, sui marciapiedi delle città, senza un posto dove riposare, senza cibo e assistenza medica, ha richiamato alla mia mente il ricordo di tanti nostri emigranti veneti, bellunesi, cadorini.

«Abbiamo iniziato con la distribuzione di un piatto di minestra calda, poi abbiamo costruito il CEDAMI, un grande edificio su due piani: nella parte bassa il refettorio, dove è servita, ogni sera, la cena a più di duecento persone, nella parte alta i dormitori. Cerchiamo di offrire il calore di un’accoglienza umana e solidale che si traduce in gesti concreti: cibo, ospitalità, assistenza medica, sociale e legislativa. È un piccolo gesto per riparare, almeno in parte, il male che è stato loro fatto, le ingiustizie subite».

Silvia non è soltanto «una donna di Dio». Le sue battaglie coraggiose, in difesa dei diritti dei poveri, degli sfruttati, degli oppressi dai potenti di turno, le hanno consegnato un ruolo sociale e politico, ne hanno fatto un personaggio pubblico, scomodo per le autorità, amatissimo dal popolo delle Beatitudini fra cui vive. Persone che si sono rialzate in piedi, sono uscite dal buio e dalla disperazione, per riprendere in mano il proprio destino e costruirsi un futuro.        

(Dal libro Suore, Paoline)

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